Apple ha citato in giudizio OpenAI, per sottrazione di informazioni e documenti riservati
Apple porta OpenAI in tribunale e apre un nuovo fronte nella competizione per l’hardware basato sull’intelligenza artificiale (AI). Al centro della causa, depositata presso il tribunale federale del Northern District of California, vi è l’accusa secondo cui il gruppo guidato da Sam Altman avrebbe costruito una parte delle proprie ambizioni nel settore dei dispositivi consumer utilizzando informazioni riservate sottratte alla società di Cupertino.
Come raccontato da Jon Markman su Forbes, la controversia non riguarda soltanto alcuni file aziendali. In gioco vi sono il controllo delle competenze tecnologiche sviluppate all’interno di Apple, la mobilità dei dipendenti tra le grandi società della Silicon Valley e, soprattutto, la possibilità per OpenAI di presentarsi sul mercato con una nuova generazione di prodotti destinati a competere con smartphone, auricolari, smartwatch e altri dispositivi personali.
Apple ha citato in giudizio OpenAI, il suo chief hardware officer Tang Tan, l’ex ingegnere Apple Chang Liu e io Products, la startup hardware acquisita da OpenAI. Secondo la denuncia, gli imputati avrebbero partecipato, a diversi livelli, a un’attività sistematica di appropriazione di progetti, documenti tecnici, informazioni sui fornitori e dati relativi a prodotti non ancora presentati.
Si tratta, per il momento, di contestazioni formulate da Apple e ancora da dimostrare in giudizio. OpenAI ha respinto l’impostazione dell’accusa, dichiarando di “non avere alcun interesse nei segreti commerciali di altre aziende” e di essere concentrata “sulla costruzione di tecnologie innovative che aiutino le persone in tutto il mondo”.
Dalla collaborazione su Siri alla competizione nell’hardware
La causa è particolarmente significativa perché arriva dopo una fase di collaborazione tra le due società. Nel 2024 OpenAI era diventata il primo partner di Apple nel campo dell’intelligenza artificiale generativa, grazie all’integrazione di ChatGPT all’interno di Siri.
Quell’accordo aveva consentito ad Apple di rafforzare rapidamente le funzionalità del proprio assistente, mentre OpenAI otteneva accesso a una delle più grandi basi di utenti di dispositivi consumer al mondo.
Nel frattempo, però, gli interessi delle due aziende hanno iniziato a sovrapporsi. OpenAI ha progressivamente manifestato l’intenzione di non limitarsi alla produzione di software e modelli linguistici, ma di entrare direttamente nel mercato dei dispositivi.
La svolta sarebbe arrivata con il progetto sviluppato insieme a Jony Ive, storico responsabile del design Apple e figura centrale nella creazione di prodotti come iPhone, iPod e MacBook. OpenAI ha poi acquisito io, lo studio fondato da Ive insieme a Tang Tan e alla veterana del design Apple Evans Hankey, per circa 6,5 miliardi di dollari nel maggio dello scorso anno.
Nel portafogli di OpenAI c’era uno smartphone?
Non è certo, ma altamente probabile. Ne avevamo parlato non molto tempo fa, riportando l’analisi di Ming–Chi Kuo, secondo cui non manca molto al primo smartphone OpenAI basato su intelligenza artificiale, con una possibile produzione di massa già nella prima metà del 2027.
L’obiettivo dichiarato del progetto è realizzare una nuova categoria di dispositivi capaci di portare l’intelligenza artificiale al centro dell’esperienza quotidiana, superando almeno in parte il modello dello smartphone. Il prodotto, ancora segreto, sarebbe atteso sul mercato entro l’anno.
È proprio questa ambizione ad avere trasformato un partner tecnologico in un potenziale concorrente diretto di Apple. “Apple vede OpenAI passare da partner a potenziale rivale, mentre OpenAI sta cercando di ridurre la sua dipendenza dall’iPhone e costruire un rapporto diretto con i consumatori”, spiega Paolo Pescatore, analista di PP Foresight, aggiungendo: “Anche se le accuse non dovessero essere provate, la causa potrebbe ritardare le ambizioni hardware di OpenAI e indebolire ulteriormente una partnership che sta già diventando sempre più fragile”.
400 ex dipendenti Apple lavorerebbero oggi per OpenAI
Uno degli elementi più delicati della controversia riguarda il trasferimento di personale altamente qualificato da Apple verso OpenAI e le società a essa collegate. Secondo quanto riportato nella causa, oltre 400 ex dipendenti Apple lavorerebbero oggi per OpenAI. Il dato, di per sé, non prova alcuna condotta illecita. Negli Stati Uniti, e in particolare in California, la mobilità professionale è fortemente tutelata e le clausole di non concorrenza sono soggette a limiti molto severi.
Un ex dipendente può utilizzare le competenze generali, l’esperienza e il patrimonio professionale maturati nel corso della propria carriera. Non può, tuttavia, trasferire documenti riservati, progetti non pubblici, dati sui fornitori o segreti industriali appartenenti al precedente datore di lavoro.
È su questa distinzione che si giocherà una parte rilevante del procedimento. Tang Tan ha lavorato in Apple per 24 anni ed è stato vicepresidente del product design. Secondo la ricostruzione riportata nell’atto giudiziario, avrebbe guidato attività di sviluppo legate all’iPhone, all’Apple Watch, agli AirPods e ad altri prodotti della divisione hardware.
Le accuse contro Chang Liu: “ha sottratto decine di file riservati di Apple”
Le contestazioni più circostanziate riguardano Chang Liu, ex ingegnere Apple. Secondo la denuncia, scrive Mathures Paul su The Telegraph, Liu avrebbe continuato ad accedere ai sistemi aziendali dopo avere lasciato la società e avrebbe “decine di file riservati di Apple relativi all’hardware”.
La documentazione sottratta comprenderebbe, sempre secondo Apple, informazioni dettagliate su prodotti non ancora presentati, presentazioni ingegneristiche, specifiche tecniche e dati proprietari relativi a diversi progetti.
Questo aspetto potrebbe avere un peso determinante. Una causa fondata sull’appropriazione indebita di segreti commerciali richiede normalmente al ricorrente di dimostrare che le informazioni contestate erano effettivamente segrete, che possedevano un valore economico proprio in ragione della loro riservatezza e che l’azienda aveva adottato misure ragionevoli per proteggerle.
Apple dovrà inoltre collegare l’eventuale acquisizione dei documenti al loro utilizzo effettivo o potenziale da parte di OpenAI, di io Products o dei singoli manager coinvolti.
Cosa chiede Apple al tribunale
Apple ha chiesto un processo con giuria e una serie di misure cautelari e risarcitorie. In primo luogo, vuole ottenere un’ingiunzione che impedisca agli imputati di distruggere o alterare le prove relative alle contestazioni. Una simile richiesta è frequente nelle controversie in cui documenti digitali, messaggi, repository di codice e archivi interni possono essere determinanti per ricostruire i flussi delle informazioni.
La società chiede inoltre la restituzione di tutte le copie dei propri segreti commerciali e dei documenti riservati. Sul piano economico, Apple domanda il riconoscimento di una «royalty ragionevole» per l’eventuale appropriazione indebita.
La royalty ragionevole è uno dei criteri che possono essere utilizzati per quantificare il danno quando non è semplice calcolare direttamente i profitti perduti o i vantaggi ottenuti dal convenuto. Il tribunale potrebbe, in sostanza, stimare quanto OpenAI avrebbe dovuto pagare per ottenere legittimamente una licenza sulle informazioni utilizzate.
Il rischio di un’ingiunzione contro i nuovi dispositivi
La conseguenza più rilevante per OpenAI non sarebbe necessariamente il pagamento di un risarcimento, ma un possibile rallentamento del progetto hardware. Se Apple riuscisse a dimostrare che alcune tecnologie o scelte progettuali derivano da informazioni riservate, potrebbe chiedere al giudice di limitarne l’utilizzo. Nei casi più gravi, un’ingiunzione può obbligare un’azienda a sospendere determinate attività, isolare specifici team, eliminare documenti dai propri sistemi o riprogettare parti di un prodotto.
Non è automatico che la causa impedisca a OpenAI di presentare il proprio dispositivo. Per ottenere un blocco cautelare Apple dovrebbe normalmente dimostrare, tra gli altri elementi, l’esistenza di un danno difficilmente riparabile con il solo risarcimento economico e una ragionevole probabilità di successo nel merito.
Anche senza un divieto formale, però, il procedimento potrebbe rallentare lo sviluppo.
Una battaglia per il futuro post-smartphone
Lo scontro arriva mentre Apple, OpenAI, Meta e altri gruppi tecnologici stanno investendo in dispositivi progettati per rendere l’intelligenza artificiale più presente nella vita quotidiana.
La posta in gioco è la piattaforma che potrebbe succedere, o almeno affiancarsi, allo smartphone. Può trattarsi di auricolari intelligenti, dispositivi indossabili, assistenti ambientali, oggetti dotati di telecamere e microfoni o prodotti ancora difficili da ricondurre alle categorie esistenti.
Apple dispone di un vantaggio significativo: controlla una piattaforma hardware, un sistema operativo, una rete di distribuzione e una filiera produttiva costruiti in decenni. OpenAI possiede invece uno dei marchi più forti nel campo dell’intelligenza artificiale generativa e cerca un accesso più diretto agli utenti, riducendo la dipendenza dagli smartphone e dai sistemi operativi di altre aziende.
Cosa può accadere ora
Nella prima fase, OpenAI e gli altri convenuti potranno chiedere il rigetto totale o parziale delle accuse. Parallelamente, Apple potrebbe sollecitare misure urgenti per proteggere i documenti e impedire l’utilizzo delle informazioni contestate.
Seguirà presumibilmente una fase di discovery particolarmente complessa. Le parti potranno chiedere email, messaggi, documenti tecnici, registri degli accessi ai sistemi, cronologie dei download e materiali relativi allo sviluppo del dispositivo. Sarà probabilmente necessario l’intervento di esperti indipendenti per confrontare i progetti di Apple con quelli di OpenAI senza diffondere ulteriormente informazioni sensibili.
Non si può escludere un accordo extragiudiziale. Una transazione potrebbe prevedere la restituzione o la distruzione certificata dei file, verifiche indipendenti sui sistemi di OpenAI, limitazioni temporanee al coinvolgimento di alcuni dipendenti e un pagamento economico. Una soluzione negoziata permetterebbe alle parti di evitare un processo pubblico, nel quale entrambe rischierebbero di dover rivelare informazioni strategiche.
Per OpenAI, la priorità sarà dimostrare che il proprio progetto hardware è frutto di sviluppo indipendente. La credibilità del programma con Jony Ive, la tempistica del lancio e le prospettive di una futura quotazione potrebbero dipendere dalla capacità della società di separare con chiarezza il talento legittimamente acquisito dalla proprietà intellettuale che continua ad appartenere ad Apple.
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