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Alternative ne abbiamo? Conversazione con Sebastiano Zanolli

Diana Daneluz. A Sebastiano Zanolli, manager, esperto di gestione del cambiamento, speaker, advisor,  un’esperienza sul campo lunga 30 anni, un grande seguito di pubblico, chiediamo innanzitutto: come è cambiato l’Uomo, tanto da avere così bisogno, oggi, di un motivatore?

Sebastiano Zanolli. Questa in realtà, più che riguardare la società attuale, è una questione antica: dipende da noi o non dipende da noi? Chi e cosa determina le nostre vite? Quando mi trovo a confrontarmi in azienda o a parlare in pubblico, inizio spesso chiedendo proprio questo: chi è il Boss? Questo perché l’idea di avere bisogno di qualcuno che ci motivi presuppone di partenza una mancanza di assunzione di responsabilità da parte nostra. Qualcuno che ci dia la carica, un ambiente di lavoro che ci motivi, una serie di eventi che ci spinga ad andare avanti, rientrano tutti in quella motivazione estrinseca che, sì funziona, ma sino a quando non si incontrano veri ostacoli e sino a quando è presente un incentivo. Viceversa, la motivazione più efficace è quella che viene da noi e questo dipende da quella che lo psicologo Barry Scwhartz definisce “tecnologia delle idee” focalizzata sul ruolo che le idee hanno nel modellare le nostre riposte rispetto alle istanze della vita: se pensi che la tua povertà dipenda da Dio subirai gli eventi e difficilmente “un motivatore” potrà spostarti dalla tua posizione. Ma se invece credi che sia frutto dei tuoi mancati sforzi, allora la motivazione è già dentro di te.

Quello che invece è più marcato oggi, ma in generale negli ultimi trent’anni, è l’idea commerciale di dovere sempre aver  bisogno di qualcosa o di qualcuno per fare meglio. Ma anche questo sono convinto sia un discorso senza tempo e che dipenda da ciò in cui crediamo e dalla nostra scelta su a chi o a cosa affidare nelle nostre esistenze il ruolo di Boss.

Diana Daneluz. Previsione vs esperienza? Siamo cresciuti nell’idea della necessità di conoscere bene il passato per comprendere il presente ed affrontare il domani. Nell’accelerazione inaudita impressa invece alla nostra società dalla tecnologia sembra crescere piuttosto l’importanza di dati e modelli predittivi per anticipare, e quindi metterci in grado di vivere, il futuro stesso. Come è possibile allenare la capacità di prevedere gli eventi, immaginare scenari e creare alternative?

Sebastiano Zanolli. Non sono d’accordo con chi pensa che oggi il passato non abbia niente da insegnare. Penso invece che si debba essere intelligenti nel comprendere cosa può essere ancora attuale e funzionale nel presente e nel futuro. Anzi, paradossalmente, certe “vecchie cose” sono molto più interessanti e utili di ciò che è nuovo. Come nell’effetto Lindy, teorizzato da Nassim Taleb, se una cosa è stata in giro per cent’anni è probabile che ci sarà anche domani. Tematiche come le relazioni, la resilienza, la stessa prudenza e lungimiranza sono state trattate migliaia di anni fa e non è un caso che la filosofia abbia ancora oggi fascino e utilità pratica. Bisogna però avere ben presente che in ogni spunto del passato c’è da trarre materiale utile per una bussola, che ci aiuti ad orientarsi, ma non pretendere una mappa da seguire, in un territorio che chiaramente è diverso e tende oggi a cambiare ancora più velocemente.  Quanto ai dati il discorso è simile, bisogna avere la capacità di leggerli, ma senza perdere la componente emotiva che dà il quadro generale.  Ancora una volta, le credenze, quella “tecnologia delle idee”, sono molto più determinanti nella capacità di saper prevedere, anche sommariamente, gli eventi e farsi così trovare pronti. La pandemia è un esempio eclatante: non mancano le informazioni, sono le storie che ci raccontiamo ad essere deboli. Se pensiamo che andrà tutto bene o che a noi andrà tutto bene, i dati e le informazioni possono passarci davanti inosservati. Ed è così che quando accadono eventi traumatici, come appunto la pandemia, invochiamo il famoso Cigno Nero (imprevedibile per definizione), anziché ammettere, per dirla con Roubini, che si trattava di un Cigno Bianco, da tempo in mezzo a noi senza che nessuno ci facesse caso.

Diana Daneluz. Lo smart working – è stato detto – brucerebbe a lungo andare capitale sociale. È così? E se sì quali comportamenti suggerire alle aziende per non perdere il loro e conservare i rapporti umani?

Sebastiano Zanolli. Anche qui la tendenza è quella di tagliare con l’ascia ciò che avrebbe bisogno di essere separato con un bisturi: non credo che sia mai o bianco o nero. E qui il rischio è quello di “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Lo smart working ha notevoli vantaggi, riscontrati, in termini di produttività, di sostenibilità ambientale, di benessere personale. Così come è innegabile che altrettanti vantaggi si ritrovino nel lavoro tradizionale in azienda.  Non vedo l’esigenza di avere solo uno o solo l’altro e penso anzi che Smart sia proprio il saper mescolare bene le carte, le due modalità.

Mi viene in mente un termine che oggi gode di molto successo, OnLife, coniato dal filosofo Luciano Floridi, con cui negli ultimi tempi ho avuto il piacere di confrontarmi spesso. In una di queste occasioni, mi avvisava del rischio della società di pensare o in modo on line o live, senza riuscire a coniugarne i due aspetti.  La sfida è invece proprio questa. Sempre citando il professor Floridi, c’è bisogno del Verde e del Blu (Il verde e il blu, il nuovo libro di Luciano Floridi,ndr): dove il verde rappresenta gli ambienti (naturali, sociali, economici) e il blu la tecnologia e come la usiamo.

Diana Daneluz. La crisi economica, occupazionale e sociale conseguente alla recente emergenza epidemiologica, ancora sofferenti per gli effetti di quella iniziata nel 2008, ci ha posti di nuovo di fronte a qualcosa che credevamo appartenere alle sole generazioni passate: il sacrificio. Quanto peserà nei nostri atteggiamenti questa consapevolezza? I giovani, che tu incontri, ai quali insegni, come la stanno prendendo?

Sebastiano Zanolli. Anche qui credo che l’idea di facilità, di percorso lineare, sia qualcosa di atavico del genere umano. Ma non di coloro che hanno segnato la storia e raggiunto traguardi leggendari o comunque quanto si erano prefissati. Cito spesso parlandone quella che si definisce come la“mentalità da immigrato”. Il 43% delle aziende incluse nell’elenco Fortune 500 del 2017 è stato fondato o co-fondato da un immigrato o da un figlio o una figlia di un immigrato. La lista è lunga e ricca di nomi celebri: Estée Lauder, figlia di immigrati ungheresi; Henry Ford, figlio di immigrati irlandesi; Elon Musk, immigrato sudafricano; Walt Disney, figlio di immigrati canadesi; Steve Jobs, figlio di immigrati siriani; Sergey Brin, cofondatore di Google, di origine russa; Jeff Bezos, figlio di immigrati cubani; Richard e Maurice McDonald e Ray Crock, i fondatori di McDonald, immigrati irlandesi. Sacrificio ora, ricompensa poi. Questa la storia in cui hanno creduto e che ha funzionato. Perché così tante persone, che partono da situazioni oggettivamente difficili e svantaggiate, ottengono successo? Le loro storie, se analizzate, hanno quasi sempre questi fondamenti: una prospettiva temporale caratterizzata da basso edonismo – e quindi tanti sacrifici nel breve periodo e nel presente – e dalla ricerca di rivincita e di affermazione; un passato fatto di rinunce ed eventi a volte traumatici; basse aspettative. Chi emigra in un Paese straniero è un pessimista travestito da ottimista: cerca (e crede in) una situazione migliore in generale, ma si aspetta il peggio da tutti gli avvenimenti. Si guarda attorno con sospetto e con diffidenza perché tutto è nuovo e sconosciuto.  Ci si aspetta insomma, come osservò anche Brenè Brown in un celebre TED, “una situazione in cui ti prenderanno tutti a calci in culo” e questa narrazione nutre azioni che si riveleranno poi vincenti e utili.

Quanto alle nuove generazioni, io sono d’accordo con l’idea ben condensata da Lewis Mumford, sociologo statunitense, che diceva: “Ogni generazione si rivolta contro i suoi padri e fa amicizia con i suoi nonni.” Ecco, oggi credo che, a dispetto di quanto si pensi, le nuove generazioni siano molto più propense all’idea del sacrificio, come dimostra ad esempio il grande interesse ritrovato per filosofie come lo stoicismo in cui “l’ostacolo è la via”.

Diana Daneluz. Tu sei (anche) un Autore di successo. “Alternative”, edito da ROIEDIZIONI, è il tuo ultimo libro. Il mercato del libro è in caduta libera con 134 mln di fatturato perso in 4 mesi (Dati Aie con Nielsen e IE-Informazioni Editoriali) e una stima, legata alle capacità di acquisto degli Italiani, per la fine del 2020 di un calo di fatturato tra i 650 e i 900 milioni. Una “crisi epocale” dell’editoria che tante alternative non ne vede.  O sì? Consegne a domicilio, presenza sui social, fidelizzazione molto più accurata dei clienti insieme al tam tam della Rete, a cui si affida, pare, il 64% dei lettori per la scelta di cosa comprare, potranno bastare? O anche qui sarà necessario ritirare fuori qualcosa da dentro di noi?

Sebastiano Zanolli. In questo caso i numeri parlano chiaro e raccontano di un fenomeno che sta intaccando anche altri settori: il cambiamento. In termini imprenditoriali penso che il problema sia quello che si sia cercato di contrastare il cambiamento invece di abbracciarlo pienamente. Ad esempio, nel caso dell’editoria, quello di comunicare sui social, ma poi ostinarsi solo nelle versioni cartacee, o non assecondare trend come quello degli audiolibri o altro che il mercato ci indica. Fare un passo avanti, ma con poca convinzione. Su questo penso che il caso del New York Times sia emblematico: nel lontano 2011 ha deciso di puntare sul digitale, abbracciando la Subscription economy prima ancora che il termine fosse noto, e i risultati si sono visti.

Diana Daneluz. Il titolo del libro ci dice che vie di fuga, dal fallimento, esistono.  Al suo interno delle sue 244 pagine troveremo linee guida buone per il “nostro” piano B?

Sebastiano Zanolli. Il libro offre diversi spunti, anche concreti, per iniziare a pensare in termini di alternative. Però si parte sempre dalle nostre credenze e dalla responsabilità delle nostre vite. Come scrive Steven Pressfield in The War of Art, “Ad un certo punto, il dolore di non farlo diventa più grande del dolore di farlo.” Ecco, il mio consiglio è quello di non arrivare al dolore di non farlo, di non finire su un lettino dell’obitorio e chiedersi cosa non abbia funzionato, ma chiederselo prima.

Diana Daneluz. Hai da poco partecipato al progetto InGrandiMenti di ELIS sul valore della condivisione, legato al programma di ELIS MINDSET REVOLUTION, una nuova cultura per generare passione nell’apprendimento e occupazione nel lungo periodo secondo il modello “Human-Digital”. Un progetto nato dalla volontà di CEO di grandi aziende di essere guida del cambiamento all’interno delle proprie organizzazioni, stimolando la popolazione aziendale ad operare il cambio di mindset.  In quella occasione hai svelato uno dei tuoi “segreti”: integrare competenze tecniche con le human agility lavorando sulle relazioni e tornando ad “immaginare” nuovi scenari e diverse alternative. Nella società liquida, saranno quindi le relazioni – con gli altri, con le cose, con le macchine – i salvagente che ci impediranno di affogare?

Sebastiano Zanolli. La prossima sfida dopo la pandemia penso sia proprio quella di non pensare di poter fare a meno degli altri. A livello mondiale, la risposta all’emergenza, come ha scritto Patrick Wintour sul Guardian, è come se si fosse trasformata in una competizione per la leadership globale, e saranno i Paesi che reagiranno più efficacemente alla crisi a guadagnare terreno. Sullo stesso tema, Henry Kissinger ha messo tutti in guardia usando parole forti: nessuno Stato può affrontare questa situazione da solo. Affrontare le necessità del momento deve accompagnarsi ad una visione e a programmi collaborativi globali. Se non possiamo fare entrambi insieme, affronteremo il peggio. Esiste un parallelismo anche in campo imprenditoriale: aziende e professionisti non stanno cercando solo di sopravvivere, ma anche di ritagliarsi un futuro rilevante in un mondo e in un mercato in cui molti perderanno terreno e saranno destinati a rimanere fuori. Collaborare sarà fondamentale. Lo ricordavano Renzo Rosso e Diego Della Valle di recente, parlando di “fare sistema”. Rimanere isolati esprime una visione anacronistica, in cui sopravvive il più forte, in cui per vincere bisogna sopraffare il nemico e in cui non ci importa del destino degli altri.

Ma gli altri, come insegna la Storia, siamo sempre noi.

Il nuovo LIBRO : “ALTERNATIVE” 
Prefazione di Arrigo Sacchi
https://urly.it/335rt

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L’Autrice, Diana Daneluz

Area Relazioni Esterne in Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, da lungo tempo. Consigliere regionale FERPI Lazio, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana e Vicepresidente Happening Cult, associazione culturale romana per la promozione della c-ultura con la c minuscola, fuori dalle solite rotte e dai luoghi deputati. Da ultimo interessata (come molti) ai temi del cambiamento, nella collettività, negli uomini, nelle imprese.

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