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AIOT: i bot intelligenti hanno già un fratellino ancor più intraprendente (forse troppo)

Siamo ancora nel pieno della sbornia di Chat GPT, dove c’è la fila degli aspiranti intervistatori che ormai neanche dicono buongiorno senza precisare di averlo chiesto al bot intelligente di Microsoft.

Persino il gigante Google si è fatto travolgere dalla frenesia pagando almeno 100 miliardi di deprezzamento della sua capitalizzazione per la gaffe consumata in diretta Youtube nella precipitosa presentazione di Bard, la sua risposta all’intelligenza artificiale pret a porter.

Eppure sembra che la fantascienza sia già diventata archeologia.

Infatti, già stiamo collaudando la nuova nata dalla bottega dei miracoli della Silicon Valley. Ci riferiamo alla cosiddetta AIoT ( Artificial intelligent Internet of Things), in sostanza la combinazione fra un sistema di machine learning di intelligenza artificiale e l’infosfera degli oggetti connessi in rete, o come è noto nel nostro Paese, Internet delle cose.

 Si tratta di quell’ondata, più lenta ma non meno pervasiva, dei chat bot che intendono il linguaggio naturale, che sta investendo da tempo la nostra vita, sotto forma di elettrodomestici o assistenti vocali, ma anche grazie ai cambiamenti radicali in aree economiche critiche come produzione e l’interconnettività di filiera.

L’integrazione fra queste due potenze genererà un terzo modello cognitivo su cui stanno lavorando i grandi ingegneri del software.

Certo, non è tutto oro quello che luccica, come spiega il CEO di Swascan, Pierguido Iezzi, che ha avviato una prima sperimentazione di cui ci dà conto: “Recentemente, per esempio, l’offensive team di Swascan – durante una regolare attività di Penetration testing – ha rilevato una possibile vulnerabilità all’interno di un prodotto IoT. Un web server di supervisione in grado di interagire con numerose tecnologie sia standard sia proprietarie, per offrire un unico ambiente di gestione per domotica, impianti tecnologici e termotecnici, sicurezza e multimedialità”.

Solo un esempio di come l’approdo del nuovo all’interno di ambiti precedentemente analogici non nasconda sorprese. Grazie, però, alla pronta segnalazione da parte degli esperti del team Swascan e alla rapidità e alla professionalità del Vendor, questa è stata rapidamente risolta.

Da IoT a AIoT – l’aspetto tecnico

L’evoluzione comunque ci porta verso la AIoT , come abbiamo detto, ovvero la combinazione delle tecnologie di intelligenza artificiale (AI) e dell’infrastruttura dell’Internet delle cose (IoT).

L’obiettivo dell’AIoT è creare operazioni IoT più efficienti, migliorare le interazioni uomo-macchina e migliorare la gestione e l’analisi dei dati.

Sulla carta l’AIoT è trasformativa è reciprocamente vantaggiosa per entrambi i tipi di tecnologia, in quanto l’AI aggiunge valore all’IoT attraverso le capacità di apprendimento automatico e il miglioramento dei processi decisionali, mentre l’IoT aggiunge valore all’AI attraverso la connettività, la segnalazione e lo scambio di dati. L’AIoT può migliorare le aziende e i loro servizi creando più valore dai dati generati dall’IoT.

Nei dispositivi AIoT, l’intelligenza artificiale è incorporata nei componenti dell’infrastruttura, tutti collegati tramite reti IoT. Le API vengono quindi utilizzate per garantire che tutti i componenti hardware, software e della piattaforma siano in grado di funzionare e comunicare insieme senza alcuno sforzo da parte dell’utente finale.

Quando sono operativi, i dispositivi IoT creano e raccolgono dati, che vengono poi analizzati dall’intelligenza artificiale per fornire informazioni e migliorare l’efficienza e la produttività. Le intuizioni vengono acquisite dall’IA utilizzando processi come l’apprendimento dei dati.

LE possibili conseguenze

Secondo Iezzi: “L’arrivo sul mercato di tecnologie come ChatGPT, o ancora Bard di Google, non farà altro che accelerare il processo. Solo pochi giorni fa, in via del tutto sperimentale, un ricercatore (Mate Marschalko n.d.r) ha creato un prototipo di suite che sfrutta l’intelligenza artificiale di OpenAI per gestire tutti i dispositivi per la smart home e ottenere informazioni utili in tempo reale, chiedendo al modello OpenAI di comportarsi come un’intelligenza artificiale senziente, dando consigli anche per domande personali: è possibile ricevere sempre una risposta perfettamente strutturata”.
Ma, sempre secondo l’esperto, come per l’IoT, abbracciare senza remore e controlli queste tecnologie non sarebbe saggio.

“Stiamo trasformando il nostro mondo, quello del lavoro e non, in un ambiente in cui l’interazione umana diventa out of the loop, ossia un sistema autonomo in cui la macchina agisce senza apporto o supervisione umana. La volontà è sicuramente quella di abbattere le percentuali di errore o di difetto – qualsiasi sia l’ambito applicativo. Ma la velocità con cui stanno emergendo queste tecnologie e la generale euforia che le circonda, lasciano poco spazio per soppesare pro e contro”.

“Forse sarebbe necessario costruire degli argini solidi e definiti – conclude Iezzi – prima di aprire completamente la diga del nuovo che avanza. E riflettere sugli assetti proprietari che ne governano il funzionamento e la necessità di una maggiore trasparenza al riguardo”.

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