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AI e Guerra Fredda digitale, tra mercato e innovazione

Dalla globalizzazione alla regionalizzazione

Stiamo entrando in un nuovo ordine mondiale, caratterizzato da un maggiore nazionalismo o, meglio, da una maggior pressione da parte di singole nazioni e, conseguentemente, da una maggiore pressione geopolitica.

Questo ovviamente non vuol dire che molti Paesi azzereranno tutti i sistemi economici globali che si sono affermati, dopo la caduta del Muro di Berlino, sotto l’egida dell’unipolarità americana degli ultimi tre decenni.

Ma è senz’altro riscontrabile che alcuni settori cruciali dell’economia mondiale si riposizionano in un processo che viene indicato come di “ri-globalizzazione”, ma che sarebbe più corretto definire di “regionalizzazione”.

È già partita la nuova guerra fredda

L’ecosistema tecnologico al momento è già diviso in due sfere dettate dalle due maggiori potenze economiche del mondo, gli Stati Uniti e la Cina. Gli altri Stati dovranno decidere (e in parte lo stanno facendo) di quale sfera vogliono far parte, puntando le proprie carte sugli Stati Uniti o sulla Cina per superare il “nemico” e stabilire il dominio tecnologico dell’area di appartenenza. Ciò di cui stiamo parlando è una forma aumentata di concorrenza economica che ormai tutti indicano come la nuova guerra fredda o meglio la “guerra fredda digitale“.

La guerra fredda digitale che stiamo vivendo è una guerra economica in cui le innovazioni tecnologiche determineranno sempre più il livello di confronto geopolitico. L’intelligenza artificiale (IA), con la sua capacità di trasformare rapidamente e radicalmente la società, sarà la tecnologia più decisiva di questa partita.

L’IA si nutre di informazioni o, meglio, di dati e i suoi casi d’uso più potenti emergeranno attraverso applicazioni nei settori pubblico e privato che magari ora non immaginiamo neanche. Affinché il mondo rispetti i valori condivisi di integrità della persona e dei diritti umani, le aziende e i paesi devono adottare un nuovo approccio che dia priorità alla cooperazione, alla collaborazione e alla concorrenza del muro contro muro.

La biforcazione tecnologica tra USA e Cina

Ormai da alcuni anni si sente dire che “la globalizzazione è morta“. Ma l’affermazione è fondamentalmente fuorviante.

Il sistema verso cui ci stiamo assestando è più complesso di una semplice inversione del processo di globalizzazione che ha sempre caratterizzato ogni attività umana e che ha avuto negli ultimi tre decenni una accelerazione senza precedenti.

La maggior parte delle aziende con vocazione commerciale internazionale rimarrà infatti aperta e globale, ma alcuni settori critici si rivolgeranno maggiormente verso l’interno, privilegiando catene di approvvigionamento localizzate.

Questa tendenza è iniziata negli Stati Uniti con la politica estera orientata alla protezione regionale. In Cina il nuovo corso è stato lanciato da Xi Jinping con il suo Piano “Made in China” (‘Made in China 2025’ plan issued) del 2015, con cui il governo cinese ha iniziato a dare la priorità alla resilienza nazionale rispetto all’efficienza del mercato.

Xi Jinping ha elaborato quel Piano per competere con gli Stati Uniti e altre potenze globali nelle aree dominanti dell’economia, ma soprattutto nei settori dell’alta tecnologia. E in effetti, la Cina oggi continua a marciare verso il suo obiettivo di autosufficienza del 70% nelle tecnologie critiche da raggiungere entro il 2025.

Da allora, gli Stati Uniti hanno risposto con una serie di misure forti, ovvero con tutte le azioni possibili per mantenere la supremazia tecnologica (vedi anche il caso Huawei, più recentemente).

Questo insieme di condizioni ci sta portando gradualmente, quantomeno a medio termine se non subentreranno elementi di correzione, verso un futuro bipolare dell’alta tecnologia.

L’IA nella dinamica geopolitica tra USA e Cina

E così, se guardiamo all’intelligenza artificiale, il settore oggi all’attenzione di tutti e più di qualunque altro, avvertiamo che si stanno creando due sistemi chiusi in competizione tra loro.

La narrativa preminente è che gli Stati Uniti si stanno orientando verso sistemi aperti considerando la privacy e i diritti individuali, rispetto al sistema cinese orientato al controllo statale e a restrizioni del flusso di informazioni, che restano nelle mani del governo e delle aziende che raccolgono i dati.

Per quanto si possa sperare che il modello politico della Cina si evolva in qualche modo in futuro – è il motivo ricorrente di questa narrativa – sarebbe sbagliato pensare che possa modificarsi al punto da snaturare le basi dell’attuale potere.

E allora come aspirare a un futuro che premi l’apertura e i diritti individuali e che permetta alle nazioni democratiche di essere leader di mercato nell’IA?

L’unico modo per garantire questo obiettivo è promuovere la più ampia “collaborazione internazionale”, in particolare tra le democrazie, una collaborazione basata sul rispetto di regole e su forme di autoregolazione condivisa.

Questo contesto spiega perché ricerca e sviluppo sulla IA negli Stati Uniti e in Cina abbiano oggi percorsi del tutto autonomi e paralleli.

In epoche precedenti, gli Stati Uniti potevano innovare su una qualunque tecnologia, contando sul fatto che gli altri Paesi l’avrebbero semplicemente adottata. E così, quando le società tecnologiche americane leader del mercato facevano progressi innovativi con i personal computer e Internet, operavano partendo dal presupposto che potessero lavorare relativamente senza opposizioni nazionali e diffondere le loro tecnologie in tutto il mondo con modalità top-down.

La rivoluzione del cloud, ad esempio, ha amplificato ulteriormente questo processo, con Amazon, Microsoft e Google che possiedono il 65% del mercato globale per il cloud computing.

Tuttavia una modalità top-down può funzionare al meglio con le tecnologie che implicano soluzioni di continuità tecnologica, tipiche dei casi in cui si passa da una generazione ad un’altra. Nel caso dell’intelligenza artificiale abbiamo invece una tecnologia, pur rivoluzionaria, orizzontalmente orientata alla trasformazione della società nel suo complesso e ciò richiede la cultura e il metodo della collaborazione.

L’IA, per crescere, ha bisogno continuo di montagne di dati

Ora, la potenza dell’IA, oltre che sulla sua straordinaria capacità di calcolo che non ha precedenti, si basa sulla grande quantità di dati aggregati che le vengono forniti per l’addestramento continuo.

Ciò significa che gli Stati Uniti, o qualsiasi altro Paese, costretto a lavorare da solo e con flussi di dati limitati, non riuscirebbero a massimizzare il potenziale tecnologico dell’IA, dal momento che le politiche di localizzazione e limitazione dell’uso dei dati sono raddoppiate in tutto il mondo dal 2017 al 2021 (How Barriers to Cross-Border Data Flows Are Spreading Globally, What They Cost, and How to Address Them), il che ha creato una barriera alla collaborazione transfrontaliera.

E già, perché la somma delle conoscenze e delle capacità umane non è incapsulata nella documentazione o nella cultura di un solo Paese, al punto da consentirgli di poter essere autosufficiente nel training delle proprie soluzioni di IA.

Basti pensare che Wikipedia (che ha rappresentato una straordinaria base di training per le soluzioni di IA generativa) rappresenta solo l’11% dei contenuti del web in lingua inglese.

Affinché l’IA cresca e possa essere in condizione di aiutarci a risolvere i nostri problemi più difficili, dobbiamo sbloccare le capacità del mondo intero – è l’obiettivo americano – mobilitando gli scienziati, i ricercatori, i creativi e tante altre figure in tutti i paesi dell’area, dalla Francia alla Corea del Sud, dal Giappone all’Italia, dall’Australia alla Spagna (magari con l’aggiunta dei ricercatori cinesi che scelgono di lasciare la Cina e lavorare e vivere in Occidente).

Parallelamente, in Cina stanno accelerando ogni programma di sviluppo dell’intelligenza artificiale, convinti di poter vincere la corsa con gli Stati Uniti e guadagnare primato e leadership mondiale.

Ragionamento analogo riguarda le risorse necessarie per far fronte agli investimenti nel settore, che sono talmente alte che al momento pochissimi mercati nazionali sono sufficientemente grandi da pensare al raggiungimento di operazioni di successo con l’IA da soli.

Ad esempio, se si considera l’investimento in semiconduttori, una voce chiave per il progresso dell’IA, il Piano sull’IA da 100 milioni di sterline recentemente annunciato dal Regno Unito per l’”AI-Plan” (Initial £100 million for expert taskforce to help UK build and adopt next generation of safe AI) e l’investimento di 1 miliardo di sterline annunciato dal medesimo governo nel campo dei semiconduttori (New £1 billion strategy for UK’s semiconductor sector) impallidiscono rispetto ai 280 miliardi di dollari degli Stati Uniti (Senate Approves $280 Billion Bill to Boost U.S. Chip Making, Technology) e agli investimenti dell’Europa con il “package-chip” da 43 miliardi di euro (EU Enacts €43 Billion Chips Act in Bid to Boost Production). E anche questi fondi, nonostante la loro consistenza, non sono gran cosa se comparati alle risorse necessarie a sviluppare dal nulla una nuova tecnologia.

Le stesse considerazioni fatte per un Paese valgono anche per gli investitori che a livello globale (nel caso specifico si tratta di Microsoft) possono sostenere round di raccolta fondi come nel caso dell’1,3 miliardi di dollari per Inflection AI, una startup di appena un anno di vita (Microsoft-backed AI startup Inflection raises $1.3 billion from Nvidia and others).

L’IA tra esigenze di geopolitica e pressioni normative

Al centro di tutto questo, vi è la battaglia normativa. Da una parte gli Stati Uniti, che aspirano a una dinamica di mercato occidentale, con poche regole, e dall’altra la UE, che sta discutendo il proprio “AI Act”, un impianto di regole molto complesso che vedrà ormai la luce con la legislatura europea che partirà nel 2024.

Una differenza di vedute dunque nello stesso campo, con gli Stati Uniti che dicono: se ci sono troppe regole rallentiamo l’innovazione e vincerà la Cina.

Il Paese asiatico, dicono gli americani, è peraltro avvantaggiato dal fatto di avere una popolazione 4 volte più grande degli Stati Uniti, fortemente digitalizzata e con i dati prodotti che possono essere liberamente trattati e scambiati tra governo e grandi corporation digitali cinesi. Presto, è il grido di allarme americano, i loro modelli basati in gran parte sulla ricerca americana e straniera, possono superare le capacità di quelli sviluppati in Occidente.

Con le enormi dimensioni della sua base sociale – prosegue il punto di vista americano – il governo centralizzato cinese, forte delle incursioni in altri Paesi, ha il potenziale per sviluppare un modello di intelligenza artificiale completo e capace di compete ampiamente con la molteplicità di modelli che sono realizzati dalle nazioni democratiche. A meno che non ci sia un coordinamento internazionale delle nazioni collocate nell’area occidentale.

Ma se le condizioni non cambiano, prevede la narrativa d’oltreoceano, ovvero se non si riesce a costruire una strategia uniforme con altre nazioni democratiche, gli Stati Uniti rischieranno di perdere il proprio vantaggio. Parallelamente, se la tecnologia cinese dovesse prevalere, le aziende del Dragone potrebbero portare la loro tecnologia sui mercati occidentali, influenzando la politica democratica e proponendo il dominio economico della Cina al resto del mondo, forte anche dei processi di neo-colonizzazione avviati con la costruzione di infrastrutture in molti paesi in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e del Sud America.

Oggi, l’IA sta diventando essa stessa, una parte sempre più critica di questa infrastruttura globale e l’Occidente, come abbiamo visto, non sa ancora se agire in ordine sparso o se agire rapidamente e in modo unitario per garantire che la tecnologia rimanga aperta e “democraticamente controllata”, come vorrebbero gli americani, che aspirano a fare i capofila dell’intera operazione per i suoi innegabili aspetti di geopolitica.

Secondo punto di vista americano, per sviluppare modelli di intelligenza artificiale più potenti in tutti i settori, gli Stati Uniti dovranno collaborare con altri Paesi alleati – dal Giappone alla Corea del Sud e alle nazioni europee – che devono essere disposti a collaborare, adottando politiche di condivisione dei dati e incoraggiando la co-creazione di innovazioni tecnologiche.

Molto può venire, ad esempio, dal Data Governance Act (DAG) approvato dall’Europa nel 2022 (The European Data Governance Act (DGA)), con l’obiettivo di favorire la condivisione dei dati tra i Paesi membri per massimizzare i benefici per i suoi cittadini e le sue imprese.

La mancata correzione del percorso a favore di tale impostazione, limiterà, secondo il punto di vista americano l’impatto dell’IA sulla società e il suo percorso di crescita e sviluppo. Ma naturalmente, dietro la visione di uno scontro titanico tra Occidente e Oriente si scorgono enormi pressioni da parte delle industrie del settore. E le ragioni vanno ricercate nelle mille applicazioni trasversali dell’AI.

Ad esempio, secondo questa visione, dati e innovazioni mediche e sanitarie non devono limitarsi ad una circolazione limitata ad un solo Paese (quello dove questi dati si producono), né tantomeno a un unico istituto di ricerca. L’IA industriale che alimenta le catene di approvvigionamento globali non può essere efficace senza il flusso costante di questi dati interconnessi.

Un altro handicap è relativo al fatto che la regolamentazione frammentaria dei dati e i requisiti di sovranità avanzati da singoli Paesi aumentano i costi di adeguamento normativo, aumentando l’onere della conformità alle regole vigenti e più in generale la complessità operativa, frenando la capacità d’urto e di successo dell’economia dell’innovazione.

Questo non vuol dire che i governi devono astenersi dal regolamentare l’IA, ma piuttosto che dovrebbero lavorare insieme ad altri governi (a partire da quello americano) per stabilire standard e pratiche comuni in tutti i Paesi occidentali.

Il coordinamento tra le nazioni democratiche, secondo la narrativa d’oltreoceano, consentirà ai singoli Paesi di sentirsi individualmente resilienti rispetto ai rischi da intelligenza artificiale, ma consentirà anche all’Occidente di presentarsi come un unico blocco pronto a costruire la propria leadership in ambito di IA.

Complessivamente, il punto di vista americano è chiaro e lineare e non è un caso se proprio il G7 sia diventato, per l’Occidente, il luogo prioritario entro il quale parlare di IA e del suo futuro.

Lo è stato il G7 a presidenza giapponese (che si concluderà dopo un anno a fine dicembre 2023), che nello scorso mese di settembre ha prodotto il cosiddetto “Protocollo di Hiroshima” (G7 Leaders’ Statement on the Hiroshima AI Process), interamente dedicato all’IA. Ma lo sarà ancor di più il G7 del 2024 a guida italiana, la cui sessione plenaria si terrà in Puglia dal 13 al 15 giugno 2024. E non è quindi un caso se il premier Giorgia Meloni abbia manifestato da mesi l’intenzione di dare grande spazio all’IA nel G7 ospitato dall’Italia.

Innovazione responsabile per la trasformazione dell’IA?

Oltre alla collaborazione tra Stati, occorre anche che le aziende occidentali, se vorranno diventare vere leader di mercato, dovranno collaborare, all’interno degli Stati in cui operano, con le istituzioni governative e la società civile. E già, perché se è vero che l’attenzione maggiore è oggi rivolta ai grandi modelli linguistici e alle nuove capacità generative, è anche vero che gli impatti maggiori saranno quelli a lungo termine che si avranno nei modi in cui industrie e società nel loro complesso accoglieranno la trasformazione digitale. Sarà, infatti, proprio quest’ultimo il banco di prova che forse sorprenderà tutti al di là di ogni aspettativa.

Del resto, stiamo già vedendo come il potenziale trasformativo dell’IA stia iniziando a prendere forma. L’IA ha la capacità di livellare in un unico immenso perimetro di gioco tutte le applicazioni generate dalle aziende che abbiano accesso a informazioni e approfondimenti sufficienti per addestrare le proprie applicazioni, in modo da offrire a chiunque nuove straordinarie opportunità.

A scuola l’IA può dare luogo a servizi ed attenzioni individualizzate (Personalized education and Artificial Intelligence in the United States, China, and India: A systematic review using a Human-In-The-Loop model) agli studenti che non hanno mai avuto accesso a risorse di questa natura prima d’ora.

Sul posto di lavoro, l’IA può liberare i lavoratori da compiti monotoni, come l’immissione dei dati dei pazienti negli ospedali (ancora gli ospedali e i dati sanitari) in modo che possano concentrarsi su problemi di livello superiore.

L’IA ha anche la capacità di riuscire a fare ciò che noi non riusciamo a fare.

Si prenda, ad esempio, l’immenso ambito della scoperta di nuovi farmaci, dove l’IA può testare milioni di combinazioni di farmaci, individuando le soluzioni giuste che risolvono patologie che, allo stato attuale, non possiamo ancora trattare (AI in drug discovery and its clinical relevance) o il campo del medical imaging dove l’IA può scovare le malattie al momento della loro insorgenza (The role of deep learning and radiomic feature extraction in cancer-specific predictive modelling: a review).

O il fenomeno del cambiamento climatico, dove l’IA interviene moltiplicando i modelli predittivi che consentono di prefigurare in anticipo i disastri naturali che devastano intere regioni, colpendo le componenti più vulnerabili delle popolazioni.

Per non parlare delle applicazioni nell’ambito delle tecnologie di difesa, dove con una posta in gioco di interesse strategico, l’IA può può far chiarezza nella nebbia delle guerre e migliorare la deterrenza che occorre per evitare o attutire gli atti di aggressione, il che è un punto di straordinario interesse per l’amministrazione americana (How Artificial Intelligence Is Transforming National Security).

IA per un futuro migliore o per l’estinzione dell’umanità?

Come ben sappiamo, alla lista delle opportunità di cui l’IA è portatrice, si accompagnano sempre le considerazioni sui rischi  che essa potrebbe porre prima o poi all’umanità (AI industry and researchers sign statement warning of ‘extinction’ risk).

Al rischio futuro di estinzione, fa da contraltare la destabilizzazione attuale, qui e ora, dei sistemi democratici, con soluzioni di disinformazione inimmaginabili sino ad appena qualche anno fa, per effetto dell’uso di bot sofisticati e della diffusione di deepfake più che realistici.

Si consideri innanzitutto che la cosiddetta centralità occidentale, già fortemente messa in discussione dal movimento che si sta creando intorno all’aggregazione dei Paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), con oltre 20 Paesi che stanno formalizzando la loro richiesta di adesione, è fortemente ridimensionata dai numeri di ranking dei Paesi democratici rispetto al resto del mondo. Secondo il Democracy Index pubblicato ogni anno dall’Economist Intelligence Unit (The Economist), i Paesi realmente democratici non sono più del 6% del mondo, con una seconda fascia (a cui appartiene anche l’Italia) caratterizzata da elementi deboli, medi e forti di regime democratico, che eleva la soglia al 32% circa e non oltre. In un certo senso, la platea del mondo democratico è a livello globale una netta minoranza.

Ora, le riflessioni che provengono dall’America stanno già ponendo a questa platea occidentale il quesito sulla possibilità che una IA maldestramente maneggiata possa mettere in discussione il valore stesso della democrazia. E si porta a titolo di esempio il caso dei sistemi autoritari o fondati sulla mera efficienza tecnica della gestione pubblica, ma privi di dinamica democratica.

Sono quei casi, come Singapore (stato efficientissimo e attento al benessere dei singoli, dove comunque non si vota da decenni) in cui élites al governo, forti del potere aumentato dall’IA, possono anticipare le obiezioni delle loro controparti democratiche, riducendo ad esempio significativamente la criminalità individuale e organizzata, grazie ad una estesa sorveglianza di massa, o fornendo un’assistenza sanitaria molto migliore, grazie all’accesso a informazioni centralizzate, senza restrizioni per la privacy. Le alternative non democratiche diventeranno inevitabilmente molto più allettanti, man mano che l’IA si svilupperà e questo traguardo non appare essere troppo lontano.

Verrebbe qui voglia di porsi una domanda non di poco conto. Ma se dovessimo anche noi fare tutte queste cose allo stesso modo, intendo dire le cose sin qui descritte come minacce (se fatte da altri), cose che censuriamo senza se e senza ma quando sono esercitate da élite autoritarie, ebbene se per competere dovessimo rinunciare anche noi alle nostre regole di rispetto della persona e dei diritti, quale sarebbe allora la differenza tra noi e loro?

Con l’IA siamo dunque giunti a un bivio, sentiamo ripeterci continuamente, e dobbiamo deciderci sul percorso da seguire.

Secondo alcuni, la scelta è tra un percorso che porta all’automazione ma con esposizione al rischio distopico di distruzione, sostituendo il lavoro umano, emarginando pezzi di umanità e cambiando il significato dei processi, da un lato, e quello dell’abilitazione di nuove funzioni e di nuove creatività, rendendoci più produttivi, aiutandoci a vivere una vita più equilibrata e diventando noi i grandi maestri del nostro futuro.

Una scelta facile per le cose che si desiderano e gravosa per quelle che si vogliono evitare, carica di nebbia, anzi di una coltre drammatica, che spesso si dissolve quando guardiamo le cose concrete che l’IA fa già nella vita di ogni giorno.

Ed è infatti vero che una drammatizzazione del genere in questo momento, in questi mesi, in questi giorni, appare pesantemente fuori misura se pensiamo che molte delle applicazioni che indichiamo come devastanti sono, appunto, già in uso da diversi anni.

Resta allora da vedere se l’impianto complesso e pesante di tali riflessioni sia spinto semplicemente dalla contingenza. Che è innanzitutto contingenza normativa.

Da un lato, la UE sta definendo le regole dell’IA con l’IA Act che andrà probabilmente in approvazione nel 2024. Dall’altro, come è noto gli Stati Uniti accarezzano l’idea di un sistema di regole blando sull’IA, anche se paventano sempre il rischio dell’IA assassina, magari in mano di Stati canaglia o guidata da un avatar più istruito degli altri, che potrebbe distruggere l’umanità. In questo caso sarebbe sufficiente un approccio omeopatico, dotandosi di eserciti di avatar e mezzi da combattimento dotati di sofisticata IA. Oppure la cura per proteggersi è di tipo antibiotico nella capacità di esito immediato o in tempi relativamente brevi e l’unico intervento antibiotico è quello di un’azione umana che azzeri quanto sin qui fatto.

Per quanto ci riguarda, noi tutti siamo più legati alla tradizione e la prassi normativa europea.

La UE, come nel caso del GDPR, può condizionare i mercati e lo scambio tra tutti i Paesi del globo, regolando le attività dell’IA, tutelando gli interessi di una popolazione di 500 milioni di abitanti colti e benestanti che sono un piatto ghiotto per tutti gli altri Paesi.

Dal canto loro, le aziende multinazionali di maggior successo sono ovviamente tutte coinvolte, con dichiarazioni di adesione a modelli di autoregolazione e di impegno incondizionato sul versante dei valori. Il problema è che gli interessi in campo, i loro interessi, sono innanzitutto di tipo commerciale. Questa pressione commerciale si fonda sulla spinta dell’innovazione, che è il motore della competizione tra saperi, competenze, aziende, Stati, regioni continentali. Ora, è purtroppo inevitabile che l’innovazione e le aziende che la rappresentano siano parte integrante del cosiddetto Industrial Military Complex, il conglomerato industriale militare che lavora in ciascun Paese per le proprie Forze Armate ed il loro sviluppo si fonda proprio sulla la capacità di crescita dell’innovazione, che rischia di essere un processo inevitabilmente “weaponizzato”.

Per questa ragione gli Stati Uniti sono più motivati che mai a vincere la “nuova guerra fredda”, quella “digitale”, un obiettivo che si può raggiungere solo attraverso l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Europa, un’alleanza in cui i primi mettono la tecnologia, risultandone però unici proprietari, e la seconda mette un immenso mercato interno che può essere utile anche per finanziare con risorse fresche gli immensi investimenti necessari.

Sarà questa la strada per innovare responsabilmente e liberare il potenziale umano? Difficile dirlo. Intanto la Cina potrebbe già avere sulla IA un vantaggio analogo a quello che ha già da tempo sul 5G e sulle tecnologie mobili. L’attacco contro Huawei è servito proprio a congelare in qualche misura il mercato, per consentire agli USA di recuperare uno svantaggio di almeno 5 anni. E sulla IA sono in molti a sostenere che la Cina abbia già superato il livello di competenze e conoscenze americane o stia sul punto di farlo.

Una cosa è certa: la strada del muro contro muro non sembra la più efficace, a giudicare dai risultati. Occorrerebbe riflettere in modo freddo sul fatto che erigendo un muro tra un Paese e l’altro o tra un continente e l’altro o tra un regime e l’altro, si può avere la sensazione di essere maggiormente difesi, ma non si considera che un muro alto e impenetrabile non consentirà mai di sapere ciò che accade realmente dall’altra parte del muro.

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