World Economic Forum di Davos 2026 tra dialogo, tensioni geopolitiche e la grande scommessa dell’AI
Il World Economic Forum (WEF) di Davos 2026 si è aperto sotto il segno ufficiale dello “spirito di dialogo”, ma ciò che è emerso tra i corridoi, i panel e le interviste è stato soprattutto lo scarto sempre più evidente tra le parole e la realtà. Oltre 60 capi di Stato e centinaia di CEO delle principali multinazionali si sono confrontati in un contesto segnato da instabilità geopolitica, ritorno del protezionismo tariffario e una trasformazione tecnologica accelerata dall’intelligenza artificiale (AI) che promette di ridisegnare economia, lavoro e rapporti di potere globali.
Tariffe, consumatori e un’economia più fragile
A fotografare l’impatto concreto delle scelte politiche è stato Andy Jassy, CEO di Amazon. Intervistato da Cnbc, Jassy ha spiegato che i consumatori continuano a spendere, ma con maggiore cautela: cercano sconti, “scendono di gamma” e rinviano l’acquisto di beni discrezionali più costosi. Un segnale chiaro di come le nuove tariffe commerciali volute dall’amministrazione Trump stiano già filtrando nei prezzi.
Amazon, con una capitalizzazione di mercato di circa 2.500 miliardi di dollari e ricavi annui attorno ai 700 miliardi (numeri superiori al PIL di molti Paesi) ha cercato di proteggersi “pre-comprando” scorte all’inizio del 2025. Ma, ha ammesso Jassy, “una parte delle tariffe inizia comunque a vedersi nei prezzi”. In un settore a margini bassi come il retail, l’assorbimento dei costi ha limiti strutturali: le tariffe non sono un concetto astratto, ma una pressione reale su milioni di prodotti e venditori.
AI e lavoro: meno persone, più automazione
Lo stesso Jassy ha poi spostato l’attenzione su un tema che ha attraversato tutto Davos: l’impatto dell’AI sul lavoro. Secondo il CEO di Amazon, l’intelligenza artificiale generativa (GenAI) non ha ancora causato licenziamenti di massa, ma sta diventando sempre più efficace in attività come programmazione, analisi dei dati e customer service. “Nei prossimi anni potremmo avere meno persone rispetto a oggi”, ha detto, sottolineando che saranno colpite sia le mansioni routinarie sia il cosiddetto “thinking work”.
Una visione confermata anche dai dati. Una survey di Wing Venture su 181 top executive tecnologici rivela che il 66% delle grandi imprese (oltre 10.000 dipendenti) prevede riduzioni di organico tra il 10% e il 25% nei prossimi tre anni, man mano che gli agenti AI passeranno dalla fase pilota alla produzione. Non licenziamenti indiscriminati, ma tagli mirati nelle funzioni più automatizzabili.
Il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha invece affermato che il boom dell’intelligenza artificiale creerà “stipendi a sei cifre” per coloro che costruiscono le fabbriche di chip, raccomandando allo stesso tempo di continuare a tenere in vita i mestieri qualificati, mentre l’intelligenza artificiale entra sempre più rapidamente nei lavori d’ufficio.
Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha affermato che l’intelligenza artificiale “sta colpendo il mercato del lavoro come uno tsunami e la maggior parte dei paesi e delle aziende non è preparata”.
Europa, dipendenze e “shock” geopolitici
Sul piano geopolitico, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha evocato lo spettro del “Nixon shock” del 1971, quando il crollo del sistema di Bretton Woods sconvolse l’ordine economico globale. Il messaggio, neppure troppo velato, è che l’Europa sta vivendo un nuovo shock americano: il ripiegamento degli Stati Uniti da regole condivise su commercio e diplomazia.
Se lo scorso anno questi avvertimenti sembravano teorici, a Davos 2026 von der Leyen ha parlato di un “consenso reale” sulla necessità per l’Europa di ridurre le proprie dipendenze strategiche e rafforzare l’autonomia economica, tecnologica e industriale.
Concetti ribaditi con decisione anche all’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, organizzato a Roma dal programma RESTART, negli interventi ad esempio di Enrico Letta e Nicola Blefari Melazzi, che hanno posto al centro del rilancio delle telecomunicazioni la capacità di innovare e la necessità di ridurre le dipendenze tecnologiche di cui l’Europa soffre, investendo in autonomia strategica.
Nadella (Microsoft): “Crescita PIL sempre più legata a costo dell’energia necessaria all’AI”
Tra gli interventi più chiari sul futuro dell’AI c’è stato quello di Satya Nadella, CEO di Microsoft. Il messaggio è stato diretto: la crescita del PIL sarà sempre più correlata al costo dell’energia necessaria per far funzionare l’AI. Nadella ha parlato di una nuova commodity globale, i “token”, le unità di calcolo acquistate per usare i modelli di Intelligenza Artificiale.
“Il compito di ogni economia è trasformare questi token in crescita”, ha spiegato. Ma chi ha energia più economica e infrastrutture migliori parte avvantaggiato. Microsoft investirà circa 80 miliardi di dollari nel 2025 in data center per l’AI, con il 50% della spesa fuori dagli Stati Uniti. Un dato che pesa soprattutto per l’Europa, dove i costi energetici – aumentati dopo l’invasione russa dell’Ucraina – restano tra i più alti al mondo.
Nadella ha anche lanciato un avvertimento politico: “se l’AI non produrrà benefici tangibili in sanità, istruzione e servizi pubblici, verrà meno la “licenza sociale” per consumare grandi quantità di energia”. E sull’Europa è stato netto: “più che concentrarsi solo sulla “sovranità”, deve puntare a rendere le proprie imprese competitive a livello globale”.
La domanda di AI è reale? Per Wei (TSMC) lo è “e lo sarà per molti anni”
Un altro tema chiave è stato la sostenibilità della domanda di AI.
C.C. Wei, CEO del gigante mondiale dei semiconduttori TSMC, ha raccontato di aver verificato personalmente, parlando anche con i clienti dei suoi clienti, se l’entusiasmo sull’AI fosse giustificato e molti hanno risposto positivamente.
TSMC prevede investimenti per oltre 52 miliardi di dollari nel 2026, fino al 40% in più rispetto all’anno precedente. “L’AI sembra destinata a durare per molti anni”, ha detto Wei, spiegando che anche internamente l’uso dell’AI sta già migliorando la produttività e i margini.
Tra AGI, promesse e realtà
A Davos l’AI era ovunque. Anthropic ha aperto per la prima volta un ufficio sulla via principale della città; Google ha organizzato il suo evento stampa più affollato di sempre; Meta ha lasciato filtrare l’arrivo di un nuovo modello dal team “superintelligence”.
Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha stimato l’arrivo dell’AGI (Intelligenza Artificiale generale) tra 5 e 10 anni, una previsione più prudente rispetto ad altri leader del settore che parlano del 2026-2027. Allo stesso tempo, alcune promesse iniziano a slittare: Isomorphic Labs punta ora ai primi trial clinici entro fine 2026, non più nel 2025.
Davos come specchio del mondo, dove dominano sempre più scelte politiche imprevedibili
Davos 2026 non ha offerto rivelazioni improvvise, ma ha reso più esplicite dinamiche già in atto: CEO che descrivono gli effetti delle politiche senza nominarne le cause, leader europei che parlano di autonomia senza rompere davvero con il passato e un’AI percepita come inevitabile, potente, ma non lineare.
La sensazione diffusa è che la “disruption” in corso non sia guidata solo dall’innovazione, ma anche da scelte politiche imprevedibili.
Ma l’instabilità e l’incertezza, chiaramente impiegate come armi in strategie di competizione globale da attori statali e grandi gruppi industriali, hanno sempre un prezzo, che qualcuno dovrà pagare (spesso noi cittadini su cui tutto ricade).
Questo stato di cose, come hanno riconosciuto molti a Davos, tende ad aumentare i prezzi, ridurre le opzioni e rendere il futuro più incerto. L’AI resta la grande promessa, ma il mondo che la circonda appare più fragile di quanto le narrazioni ufficiali vogliano ammettere e nell’aria resta sempre puzza di bruciato, resta da capire cosa sta bruciando e dove.
