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Adolescenti nel mezzo della rivoluzione digitale, come agire?

Annalisa una ragazza quattordicenne che ha preso parte ad un laboratorio sull’educazione digitale, mi fa vedere con orgoglio la calamita dietro al suo telefonino che, lo mette sul tavolo e sorridendo mi spiega che diventa un utile accessorio per fare selfie. Il suo sguardo divertito, nella considerazione delle attribuzioni mentali che pensava di suscitarmi, si colora di una nota di piglio nel dirmi: io però non faccio i selfie per postarli sui social anzi non sono iscritta a nessun social e sai perché? Non mi piace che tutti siano concentrati a vedere quello che succede dentro lo schermo e soprattutto che non si parli più tra di noi. Stiamo perdendo la comunicazione tra ragazzi, stanno tutti a guardare il cellulare e diventa difficile comunicare. Per questo non voglio iscrivermi ai social e sto cercando di convincere anche le mie amiche a farlo, anche se devo dire che la battaglia è davvero difficile.

Nel bel mezzo della rivoluzione digitale, che ancora oggi molti di noi faticano a considerare come tale, la voce di Annalisa, una ragazza cresciuta in un ambiente familiare in cui la tecnologia non è stata demonizzata, né idolatrata bensì considerata nella giusta accezione strumentale di oggetto utile e non transazionale, per citare una delle massime assunzioni di Donald Winnicott, è una voce fuori campo, che si posiziona nel versante positivo della curva gaussiana, nella quale emerge tuttavia il cercare di mobilitare il gruppo verso uno spostamento relazionale in cui la comunicazione diventi il centro di aggregazione di scambi sentiti e veri.

Lo stesso oggetto digitale è stato trasformato da utile mezzo che poteva garantire la comunicazione anche in caso di assenza delle persone, una delle idee progettuali dello stesso Steve Jobs, a veicolo di immagini e touch, che depauperano il processo comunicativo e lo caricano di nuovi codici simbolici in cui prevale il comunicare all’altro per immagini. Foto, video, che da una parte generano un labile e potenziale senso di autoefficacia percepita nella conferma di like e visualizzazioni e d’altra, nel seguire la verifica di quanto sono seguito e piaccio, lo sguardo si allarga sul controllo dell’altro che mi segue, piace, posta e sfugge alla parola, al confronto dialettico, alla stretta di mano.

Se potessimo mappare sul volto i segni della rivoluzione digitale (cosa che l’intelligenza artificiale sta cercando di fare nella ricerca della perfetta sincronia tra macchine e uomo) coglieremmo occhi che si potenziano, in una sorta di lente di ingrandimento sulla social life, e bocche che si chiudono perché il multitasking digitale necessita inevitabilmente di un restringimento di campo nel reale, facendoci vivere uno dei tanti paradossi della mediazione umana che ha reso lo strumento di comunicazione per eccellenza quale il telefono, un ripetitore di immagini che ancora troppo spesso tolgono interazione all’interazione reale.

Non si parla dell’uso degli strumenti digitali tra genitori e figli, tra insegnanti e alunni, di cosa si fa sui social, del come e del perché, se non rispetto a quello che non si dovrebbe fare e che a volte gli stessi adulti invece fanno nella regressione adolescenziale digital guidata che si incunea in termini proiettivi in uno spazio virtuale difensivamente protetto.

Al limite, per placare ansie genitoriali, si controlla, si spia, ci si alza a notte tarda, nella speranza di trovare i figli addormentati e senza il telefono in mano, lo si prende si guardano, in uno specchio comportamentale che non fa che amplificare il digital device, foto postate, chat con note audio che nell’impossibilità dell’ascolto alterano la capacità comprensiva ed interpretativa, e si rubano informazioni per capire il turmoil adolescenziale ai tempi del web.

Oggetto strumentale, mediato dall’umanizzazione, che assume la forma di un ausilio mobile alla difficile gestione dello svincolo adolescenziale che trasformerà i nostri bruchi in leggiadre farfalle e che può apparirci come il magico risolutore delle difficoltà comunicative tra genitori e figli adolescenti.

Non si cerca di comprendere, non si parla, ma si controlla, non si guarda negli occhi, ma si chinano gli occhi e così facendo non si comunica più nemmeno tra genitori e figli oltre che tra ragazzi.

In caso di difficoltà, quando il processo comunicativo si è arresta, sono gli stessi ragazzi a farci alzare lo sguardo, nel tentativo di cercare il nostro aiuto con i mezzi che hanno a disposizione, esprimendo nei social il loro disagio sotto forma di fenomeni nuovi come il cutting, il sexting, il cyberbullismo, challenge estreme.

Se teniamo abbassata la testa, spinti solo nel furore di un controllo che assume spesso accezioni punitive e stigmatizzanti, allora stiamo perdendo la sfida e nel contempo l’opportunità che la rivoluzione digitale, così come ogni stravolgimento e trasformazione ci sta dando, ovvero quella di rivedere e ristrutturare il nostro ruolo nel crescere i nostri figli, future leve della società, non dimenticando quanto abbiamo costruito e appreso nella nostra storia evolutiva ma aggiornandolo in una nuova skill life in cui il digitale entra per favorire la comunicazione, la relazione e le future competenze. Compito generazionale che noi adulti siamo tenuti ad assolvere prima che lo facciano i nostri figli in un processo comunicativo rovesciato di accuse per non averli protetti e colpe per non averli compresi.

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