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Accordi per l’innovazione su IA, robotica, imprese 4.0, mobilità pulita ed energia: il Governo stanzia un miliardo di euro

Serve più innovazione e ricerca per le imprese italiane

L’Italia non ha mai brillato in Europa per spesa pubblica in ricerca e sviluppo. Oggi, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha annunciato la riforma dello strumento degli Accordi per l’innovazione, per cui è prevista una dotazione complessiva di un miliardo di euro di finanziamenti.

Con la riforma degli Accordi per l’Innovazione puntiamo a semplificare e velocizzare le procedure amministrative per erogare in tempi brevi i contributi e finanziamenti agevolati per le imprese che investono su ricerca e lo sviluppo sperimentale per realizzare nuovi prodotti e innovativi modelli produttivi”, ha dichiarato il ministro Giorgetti.

“Si tratta di un altro importante strumento di politica industriale messo in campo dal Mise per rafforzare la competitività del tessuto produttivo del nostro Paese. L’obiettivo è incentivare, anche attraverso le risorse previste dal PNRR, i progetti d’investimento che promuovono la capacità d’innovazione e la sostenibilità ambientale all’interno dei settori industriali, incidendo positivamente anche sulla formazione e lo sviluppo delle competenze professionali”, ha concluso il ministro.

Le tecnologie su cui spendere: dall’IA alla mobilità intelligente e pulita

Le risorse andranno a favore di imprese sotto forma di agevolazioni per progetti di ricerca industriale e di sviluppo sperimentale per arrivare a nuovi prodotti, processi, servizi e al miglioramento di quelli preesistenti.

iversi i settori interessati dalla spesa pubblica, tra cui tecnologie digitali fondamentali, comprese le tecnologie quantistiche, tecnologie abilitanti emergenti, materiali avanzati, intelligenza artificiale e robotica, industria pulita a basse emissioni di carbonio, impianti industriali nella transizione energetica, mobilità e trasporti puliti, mobilità intelligente, stoccaggio dell’energia, bioinnovazione, sistemi circolari.

I progetti di ricerca e sviluppo – si legge nel comunicato che accompagna la ricerca – devono prevedere spese e costi ammissibili non inferiori a 5 milioni di euro, avere una durata non superiore a 36 mesi ed essere avviati successivamente alla presentazione della domanda di agevolazioni al Ministero dello Sviluppo economico”.

Una misura che orienta le impese verso lo sviluppo delle tecnologie definite dal programma “Orizzonte Europa” che, lo ricordiamo, si propone di aumentare l’impatto scientifico, economico e sociale della ricerca europea, con una dotazione finanziaria totale di 95,5 miliardi di euro.

L’Europa della ricerca, dove l’Italia non brilla

L’Europa spende in ricerca, sviluppo e innovazione 311 miliardi di euro, secondo stime Eurostat del 2020, complessivamente il 2,23% del PIL dell’Unione, non molto lontano da quanto fatto dalla Cina, molto meno invece degli Stati Uniti (3,08%).

Tornando un momento in Italia, ciò che sappiamo da sempre è che il nostro Paese deve spendere di più, molto di più, in questa voce così rilevante per l’economia, l’industria, la sostenibilità ambientale, la decarbonizzazione, la salute e anche i nuovi posti di lavoro.

Per uscire dalle sabbie mobili della crisi economica, in parte conseguenza dell’emergenza Covid-19 (ma ricordiamoci che nel 2019 c’era il dubbio se eravamo in stagnazione o recessione economica), dalla morsa dell’aumento dei prezzi dell’energia e per non subire più di tanto le perturbazioni economico-finanziarie dei mercati globali, e magari migliorare il livello di resilienza ai cambiamenti climatici, ci vuole necessariamente molta più ricerca e innovazione, soprattutto a livello di imprese.

Troppo bassa la spesa pubblica

Ma come stiamo messi in Italia? Male, soprattutto in termini di spesa pubblica in ricerca per singolo abitante. In Europa nel 2020 non siamo andati oltre il 12° posto, con 56,7 euro procapite (all’inizio degli anni 2000 era sui 41 euro), contro i 184 euro della Germania, i 95,7 euro della Francia, i 59 euro della Spagna.

Serve poi tanta formazione e nuove competenze. Argomento questo di cui si parla da anni, ma di fatto siamo ancora in una situazione critica, sempre secondo Eurostat, con quasi 161 mila ricercatori, contro i 313 mila della Francia, i 317 mila della Gran Bretagna e i 450 mila della Germania.

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