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Smart city, il ruolo chiave delle startup nel futuro dell’ecosistema urbano

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La popolazione urbana mondiale passerà 3 a 5 miliardi di individui in meno di venti anni. Un incremento drastico e rapido a cui le Istituzioni, le amministrazioni locali e in seconda battuta le aziende devono da subito porre rimedio, in termini di nuove soluzioni per l’approvvigionamento di risorse energetiche, alimentari ed idriche, per ridurre inquinamento e rifiuti.

 

Efficienza energetica, utilizzo intelligente di tali risorse, diminuzione dei consumi, minor impatto ambientale, miglioramento della qualità della vita, governance dei processi, trasporti puliti e maggiore responsabilizzazione dei cittadini nei confronti dell’ambiente in cui vivono e lavorano, sono i temi centrali che decisori politici, legislatori e imprenditori devono prendere subito in considerazione per prevenire criticità elevate potenzialmente devastanti.

 

In tale panorama, secondo un recente Rapporto di Gigaom Research, “Smart cities: opportunities for startups“, si sono inserite con successo, negli ultimi anni, un’ampia gamma di imprese di piccole e medie dimensioni, innovative e ad alto tasso tecnologico, che hanno saputo modificare e rinnovare l’ecosistema urbano sviluppando nuovi percorsi di crescita: consumer technologies, green/clean technologies, open data, big data, open procurement, ricerca e sviluppo applicate.

 

Startup come  Waze, Nest, Canary, Embark, Aunt Bertha, FirstFuel, Uber, Lyft, Sidecar, Public Stuff, coUrbanize e Citymart.com, secondo Gigaom, hanno alimentato la crescita e la diffusione di un fertile contesto microeconomico che si è rivolto subito ai cittadini e alle pubbliche amministrazioni: vendendo direttamente servizi e prodotti per benefici immediati a costi ridotti; sviluppando piattaforme open data cittadine, da cui elaborare liberamente dati trasformandoli in informazioni e quindi servizi; dando vita a nuove sinergie con le amministrazioni pubbliche per offrire loro nuove soluzioni avanzate per ridurre spese e consumi, per migliorare i servizi al cittadino e alle imprese, nella gestione del bene pubblico.

 

Uno studio che aiuta a comprendere, quando ancora ce ne sia bisogno, l’importanza del nuovo processo di crescita e sviluppo economico e culturale che il XXI secolo ha portato con sé: sono le imprese altamente innovative e a base tecnologica a portare avanti il lavoro, l’economia e le nuove opportunità di business e investimento nei contesti urbani del nuovo millennio, sfruttando in maniera efficace quella che anni fa veniva definita economia della conoscenza.

 

Da qualche anno grandi imprese e multinazionali attive nel mercato dell’information and communication technology (come Microsoft, Cisco, IBM, Siemens, solo per citarne alcune) hanno provveduto velocemente all’offerta di avanzate soluzioni tecnologiche in grado di abilitare l’innovazione e il cambiamento.

 

Queste, unitamente a una più diffusa cultura della sostenibilità, assicurano già oggi un’ottima base di partenza per affrontare le sfide sopra elencate. È da qui che è nato il concetto di smart city e da cui in brevissimo tempo ha preso piede l’idea di un ecosistema dell’innovazione in grado di lavorare su più piani del contesto urbano: amministrativo, politico, finanziario (fund rising, business angels, venture capitalists), aziendale, partecipativo (smart communities), culturale e della ricerca (non profit, fondazioni, istituzioni accademiche).

 

 

 

 

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