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Net neutrality: ma la rete è mai stata davvero neutrale?

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Non si placa il dibattito scatenato oltreoceano dalla proposta della FCC di mettere mano alle regole sulla net neutrality. Una mossa necessaria dopo che un tribunale di Washington ha bocciato le regole stabilite nel 2010 accogliendo un ricorso presentato da Verizon contro Netflix.

Il presidente della FCC, Tom Wheeler, è tra due fuochi e, a quanto pare, avrebbe deciso di riscrivere la proposta per placare le critiche, ma la sua decisione di mettere a consultazione la possibilità di riclassificare la banda larga come servizio di pubblica utilità ha scatenato una nuova tempesta.

E così, dopo la missiva con cui le web company protestavano contro le nuove regole sulla net neutrality, ecco arrivare quella degli ISP, schierati compatti contro la proposta di far ricadere la banda larga sotto il Title II, considerandoli, cioè, servizi di ‘telecomunicazione’ a tutti gli effetti e dando alla FCC un’autorità di regolamentazione più ampia sull’accesso a internet.

Una proposta che, a loro dire, frenerebbe investimenti e innovazione, aumenterebbe i costi e premetterebbe una vistosa intromissione del governo nella gestione di molti aspetti della internet economy.

Per i sostenitori della net neutrality, che hanno spinto verso questa proposta, invece, porre la banda larga sotto il Title II darebbe all’agenzia l’autorità di impedire ai provider di bloccare l’accesso ai siti o discriminare determinati servizi.

 

Un groviglio di posizioni e convinzioni che Wheeler, tirato dalla giacchetta un po’ da tutti, ha cercato di dipanare intervenendo ancora una volta per spiegare che “l’Open Internet deve essere preservato e protetto” e impegnandosi a fare in modo che questo accada.

 

Ma, sottolineano alcuni, si sta perdendo di vista una cosa molto importante: che internet non è mai stato neutrale ed è mistificatorio affermare che le proposte della FCC lo tramuteranno da ‘utopia egualitaria’ in un antro infernale.

Non è così, perché internet non è poi così egualitario come siamo abituati a pensare: i siti più importanti hanno sempre pagato per avere un servizio più veloce e i più grandi spendono anche svariati miliardi.

Per esempio, i maggiori siti web pagano i fornitori di content delivery networks (o CDN), come Akamai o Level 3, per la distribuzione dei loro contenuti. In questo modo, i video postati da un utente Facebook italiano non devono essere recuperati dai server di Menlo Park, in California ma sono immagazzinati in server più vicini gestiti da un CDN, con un notevole vantaggio in termini di velocità.

“Anche questi sono servizi commerciali a pagamento e sono un bene per internet”, ha affermato il professor Christopher Yoo dell’University of Pennsylvania, spiegando che una rete mondiale di server aiuta a rendere internet più veloce, a evitare congestioni della rete e a meglio reagire agli attacchi informatici.

 

Allo stesso modo, sarebbe impossibile gestire un buon sito di video-streaming senza un intermediario che ne gestisce il traffico: il sito andrebbe in tilt al primo accenno di successo.

Le piccole startup, insomma, partono sempre da una condizione di svantaggio e internet non è un’eccezione, un porto franco dove chiunque con una buona idea può diventare milionario. L’alto costo della banda, per esempio, è stata la molla che ha spinto YouTube a vendersi a Google nel 2006. Le maggiori web company – da Amazon a Apple, da Google a Microsoft – spendono miliardi per realizzare i propri data center e assicurare ai propri siti un vantaggio competitivo.

Pagare per assicurarsi un servizio internet migliore, insomma, non è una novità e lo sanno in molti, anche tra i sostenitori della net neutrality.

“Dire che la FCC creerà un internet a due velocità fa sembrare che aziende come Netflix e Google al momento usano la rete gratuitamente, ma non è così. Pagano i fornitori di accesso, gli intermediari (i cosiddetti ‘fornitori di transito’), pagano i CDN e spendono per realizzare le loro infrastrutture”, hanno sottolineato Kevin Werbach, docente alla University of Pennsylvania e Phil Weiser, rettore della University of Colorado Law School.

 

Pagare per avere servizi migliori non è neanche l’unico modo per sopravanzare i concorrenti: Google, ad esempio, secondo i suoi concorrenti, abuserebbe della sua posizione dominante nel mondo della ricerca e della pubblicità online ponendo in cima alla lista dei risultati di ricerca i propri servizi (Google Maps, Google+, YouTube, ecc.)  a svantaggio di quelli concorrenti. Per questo è finito nel mirino sia dell’antitrust europeo – che si appresterebbe a chiudere l’indagine dopo le concessioni dell’azienda in favore dei concorrenti – che della FTC americana, che nel 2013 ha chiuso la sua inchiesta concludendo che ci sono ‘alcune prove’ del fatto che Google manipolerebbe i risultati di ricerca in favore dei propri servizi. L’antitrust Usa non ha inflitto sanzioni, però, spiegando che in molti casi, i cambiamenti apportati dal motore di ricerca hanno migliorato la ‘user experience’.

 

Andando a internet mobile, poi, il concetto di net neutrality è ancora più vago: basti pensare al potere di Apple sulla gestione delle app che possono o non possono comparire nel suo App Store. Le app possono essere escluse per svariate ragioni: perché sono offensive, usano troppi dati, si presentano con caratteri troppo piccoli, violano qualche marchio e per mille altri motivi.

Già qualche anno fa, il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, sottolineava che questo modello, imposto da Apple, rappresenta un pericolo maggiore per la libertà della rete dei potenziali problemi legati alla net neutrality.

Un concetto ribadito qualche settimana fa: “Basta guardare all’App Store di Apple, che deve approvare in prima persona tutto quello che può o non può andare sul vostro iPhone o iPad e si prende una bella percentuale dei ricavi, con nessuna reale concorrenza in vista. Pensate se 20 anni fa Microsoft avesse preteso potere di veto su ogni software che poteva essere usato su Windows e avesse imposto di comprarlo solo nei suoi negozi…I consumatori dovrebbero essere molto preoccupati…”, ha detto Wales.

 

 

 

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