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Stefano Rodotà: ‘Lo sviluppo della rete porti a una vera democrazia digitale’. Convegno a Roma

Italia


Si è svolta alla Camera dei Deputati la “Giornata di Studi dedicata a le politiche per l’Italia digitale” (segui lo streaming), incentrata in particolare su startup, smart city, Pubblica Amministrazione, internet e telecomunicazioni.

L’evento, caratterizzato da numerosi di interventi di rilievo istituzionale, moderati e coordinati da Arturo Di Corinto, nella sessione mattutina è stato centrato su tre panel: ‘Lo scenario‘, ‘La Pubblica Amministrazione’ e ‘La politica‘.

 

Ad illustrare il panorama in cui il digitale italiano si sta sviluppando sono stati chiamati alcuni tra i più importanti esponenti del mondo accademico, della cultura e delle Istituzioni.

 

Stefano Rodotà, giurista, politico e docente all’Università La Sapienza di Roma, si è soffermato sul rapporto tra tecnologie, politica e diritti: “Mettere in discussione la net neutrality significa avallare le diseguaglianze“. La rete deve essere aperta a tutti, a qualsiasi contenuto e device di connessione. “Dobbiamo ragionare sul rapporto tra democrazia, privacy e tecnologie delle comunicazioni elettroniche – ha sottolineato il professore – e il trattamento delle informazioni personali deve essere integrato nelle regole democratiche. Le grandi raccolte dei dati sono considerate un patrimonio sociale collettivo che richiede maggiore trasparenza. La conoscenza è stata democratizzata dalla rete, ma l’accesso alla conoscenza è ancora difficile”.

In che modo un bene comune e pubblico può essere reso disponibile a tutti tramite la rete? Rodotà ha spiegato che “le reti sociali nascono dall’idea di cercare il modo migliore per sfruttare economicamente l’iperconnessione di milioni di persone che generano altrettanti milioni di dati. Bisogna discutere sulle pre-condizoni della democrazia sul web a fronte della rapidità dell’innovazione tecnologica. Il controllo dei poteri sociali da parte dei big del web è una discussione aperta e non va dimenticato il concetto di diritti dei nuovi popoli del web“.

 

La cultura digitale va definita da un punto di vista sistemico perché interagisce con tutti i settori della società. Il digitale non è solo tecnologia, ma anche scelta politica, ha dichiarato Vincenzo Vita, senatore della Repubblica: “Se questo non avviene il digitale stesso non c’è. Servono investimenti e gruppi dirigenti lungimiranti che prendano in mano la situazione e traccino un percorso. C’è un’urgenza sociale di riappropriarsi del capitale digitale del nostro tempo. Nel 2016 scade il contratto di servizio pubblico della Rai e potrebbe essere l’occasione per rilanciare un nuovo servizio pubblico cross-mediale, per affrontare la sfida con l’innovazione in tutte le sue forme: tecnologica e sociale. Sul beauty contest relativo alle frequenze, ad esempio, si potrebbe affidare una parte dello spettro frequenze a chi ne fa un uso diverso proprio, in chiave di maggiore condivisione delle risorse e partecipazione dei soggetti interessati“.

 

Un’Italia che è ampiamento al di sotto, rispetto la media europea, nel numero di cittadini che usano internet e i suoi servizi. Una fotografia impietosa, frutto di un percorso poco virtuoso della politica italiana. “Mentre gli altri investivano in banda larga per uscire dalla crisi – ha affermato Guido Scorza, avvocato e docente di Diritto delle Nuove Tecnologie della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna – noi abbiamo deciso di attendere la fine di questa per tornare a spendere in infrastrutture. Abbiamo perso del tempo prezioso. L’esigenza di una Magna Carta dei diritti di internet è stata lanciata nel 2006 e oggi è necessaria più che mai. Un disegno di legge giace alla Camera in attesa di essere discusso. La net neutrality è un tema sottovalutato, anche in Europa, nonostante sia invece uno dei più importanti. Una questione non solo di carattere economico e di mercato, ma dalla forte valenza sociale, con l’urgenza di una nuova e innovativa regolamentazione. L’accesso alla rete è tema di priorità eccezionale. L’aggiornamento della disciplina autoriale deve andare in direzione di un maggiore equilibrio in termini giurisdizionali e degli interessi multistakeholders”.

 

Per recuperare tale gap, la Pubblica Amministrazione potrebbe svolgere un ruolo di driver dell’innovazione e nella ripresa economica. Carlo Mochi Sismondi, presidente ForumPA, ha offerto un’ampia panoramica su tale argomento, partendo dalle ultime novità in tema di digitalizzazione della PA: “La PA digitale fa il Paese digitale, la fatturazione elettronica potrebbe assumere il ruolo di killer application per far adeguare le amministrazioni pubbliche al mercato alle tecnologie digitali. Le PMI italiane sono limitatamente digitalizzate e non comprendono l’importanza della tecnologia per la crescita economica“.

La PA è al centro di un flusso di dati enorme che dai territori arriva al centro, ma senza reciprocità – ha ricordato Sismondi – Si deve restituire ai territori dati freschi utili per elaborare nuovi servizi ai cittadini e alle aziende. Serve maggiore scambio, è l’Europa che lo chiede e che ci obbliga a realizzare. I datacenter stessi sono da certificare e rendere interoperabili, per evitare che si intasino i sistemi amministrativi. Si devono razionalizzare le strutture per ridare fiato al mercato e investire sui servizi avanzati. Mancano 120 mila informatici nel Paese, mancano le competenze in Italia, a tutti i livelli, e questo è un limite. A scuola il digitale non si insegna e questo penalizza tutti gli italiani. Per uscire dal fondo classifica servono nuove sinergie tra PA, ricerca, aziende e Istituzioni. Le potenzialità per risalire il ranking europeo ci sono, ma necessitiamo di politiche innovative per la formazione e le competenze. Un passaggio che è propedeutico anche per far fruttare i dati aperti della PA. Se non formiamo nuovi professionisti gli open data pubblici andranno in mano ad aziende esterne che ci rivenderanno servizi facendo profitti sulle nostre debolezze strutturali“.

 

Le competenze mancano, ma non sono assenti del tutto, ha evidenziato Giulio De Petra della Fondazione Ahref: “Dove ci sono persone formate si creano eccellenze. Lo possiamo verificare in certe tipologie di medie e piccole imprese, quelle più innovative, che infatti trovano difficoltà ad interagire con le amministrazioni pubbliche, dove tali competenze sono esigue, e a confrontarsi con le più grandi, che hanno leve finanziarie di altre dimensioni. Questo alimenta una casistica numerosa di progetti annunciati e mai realizzati, o partiti e non terminati. Un dato che penalizza la qualità dei servizi della PA. La relazione tra le tecnologie digitali ed amministrative è un problema di governance a cui si aggiunge quello del gap culturale tra generazioni digitalizzate e non“.

 

La PA conosce poco sé stessa, come funziona e a che livello di digitalizzazione è arrivata. “Si deve cambiare il rapporto tra la norma e il suo sviluppo“, ha detto Francesco Sacco, Agenda digitale italiana. “C’è uno iato che non si colma tra come le cose vengono pensate e poi implementate, tra quello che dobbiamo fare e quello che facciamo. In Italia nessuno è interessato a che il sistema funzioni e questo ci penalizza anche nel fare business – ha commentato ancora Sacco – La governance di tale fenomeno va centrata sui processi di digitalizzazione: ci serve un’informatica che costi poco, che sia efficiente e flessibile. Il XXI secolo deve dare risposte decise sui diritti: trasparenza, accessibilità, uguaglianza, giustizia sociale. Fuori e dentro la rete“.

 

Franco Bassanini, Presidente Cassa Depositi e Prestiti, è tornato a parlare di ruolo delle scuole e di investimenti in fibra ottica: “Le scuole italiane sono tra le ultime in Italia per qualità della connessione a internet. Gli obiettivi dell’agenda digitale europea sembrano allontanarsi, anche per il livello ancora basso di spesa in ICT delle aziende. La distanza tra noi e i partner europei si allarga. Per le infrastrutture di rete serve un mix tecnologico avanzato, ma per le aree a forte concentrazione di dati la fibra ottica è imprescindibile, Ftth e Fttb. È il Governo, le Istituzioni e le forze politiche che devono porre la basi per la realizzazione di questa infrastrutture. Servono 10 miliardi di euro per realizzare la rete di accesso primaria e secondaria. L’Italia al momento non ha le risorse sufficienti. Utili potrebbero risultare i meccanismi di credito d’imposta per incentivare il project financing. L’idea che la competizione sui servizi di telecomunicazione si possa trasferire anche nel settore delle infrastrutture è sbagliata e si paga con uno spreco di risorse. Sarebbe meglio che gli operatori si accordassero sull’infrastruttura fissa di tlc comune e sarebbe più facile per gli investitori, tra cui la Cdp, metterci sopra risorse fresche. In tal modo sarebbe possibile fare agli utenti finali un prezzo per il 100 MB simile a quello del rame e l’Adsl. Serve però un pacchetto di politiche pubbliche, o eventualmente lo scorporo della rete“.

 

Nel panel “La politica” hanno preso parte rappresentanti delle maggiori forze politiche dell’arco parlamentare. Il primo a prendere la parola è stato Paolo Coppola del Partito Democratico: “Uno dei principali problemi sociali e politici del Paese è il lavoro. La rivoluzione digitale riguarderà soprattutto tale aspetto della nostra vita. La velocità con cui tale cambiamento avverrà sarà rapida e rigorosa almeno fino al 2025. L’accelerazione è forte, anche se non avvertita dalla popolazione, e   nessuno, politici compresi, ha coscienza di tale fenomeno. Serve una scuola adeguata alle sfide, un welfare innovativo, un livello di competenze più vicino alle migliori esperienze europee. Nel 2020 ci saranno calcolatori 16 volte più potenti di quelli attuali. Le macchine prenderanno il posto dell’uomo in molte funzioni, soprattutto industriali e amministrative. La rivoluzione digitale va governata o il mondo del lavoro ne sarà travolto“.

 

Non servono i legislatori e non servono altre norme per sostenere la digitalizzazione del Paese, ha detto subito Antonio Palmieri di Forza Italia: “Sul governo invece si può fare una moral suasion per realizzare l’agenda digitale e orientare le scelte. Serve execution, presentare i decreti mancanti, presentare un programma di educazione e didattica scolastica avanzato, una formazione di qualità per dipendenti della PA e cittadini, compresi i politici, rendicontare online le spese nella massima trasparenza, imparare a condividere le best practice e le informazioni. Sul Governo in carica sono molte le attese sulla trasformazione digitale del Paese“.

 

Linda Lanzillotta di Scelta Civica ha affermato che la politica doveva mettere al centro dei suoi piani “lo viluppo della rete di nuova generazione, quindi della fibra ottica“, sottolineando che ora “si devono affrontare le conseguenze negative dei ritardi accumulati. Il nuovo Premier potrebbe dare una svolta all’Agenda digitale mettendola al centro del suo programma di Governo“.

 

E su questo è d’accordo anche Paolo Gentiloni del Partito Democratico, che ha ricordato a tutti che “Se non c’è banda le imprese si spostano dall’Italia, perché la capacità di attrarre investimenti è legata alla rete e alla qualità delle infrastrutture“. Per facilitare tali riforme, si fa necessaria “una cabina a palazzo Chigi per coordinare l’Agenda digitale e tutte le altre attività legate all’innovazione tecnologica nel mondo della scuola, della PA, dell’economia. Un tema trasversale che raccoglierà il sostegno di tutti per supportare l’impegno del Governo“.

 

Nella sessione pomeridiana, coordinata sempre da Di Corinto e Raffaele Barberio, direttore di Key4biz, il confronto si è spostato sul tema: “Regole, opportunità e mercati“.

 

Riguardo al ‘ruolo delle Autorità per la crescita dell’Italia’, ha spiegato Antonio Nicita dell’Agcom, bisogna innanzitutto fare riferimento alle politiche per la digitalizzazione di domanda e offerta: “i servizi digitali hanno un ruolo trainante ma sono in continuo mutamento, pensiamo ad esempio all’internet delle cose, all’intelligenza artificiale. C’è dunque sempre un problema di adattamento e ritardo“.

 

L’Agcom ha avviato un’indagine conoscitiva sull’M2M, che quindi non riguarda mercato o consumatori, “ma quella frontiera tecnologica dei mercati collegati alle reti per offrire servizi. Al Mobile World Congress si è compreso che i servizi di fruizione in modalità ‘mobile e continua’ sono esplosi: siamo sempre più connessi e con più dispositivi“.

 

L’impatto di questa esplosione sulla crescita è enorme, non solo dal punto di vista economico: come dimostra il fatto che stiamo ancora parlando di un Rapporto Caio (quando Caio ne aveva presentato uno già nel 2009), “c’è un problema di deficit strutturale sia dal lato offerta che dal lato domanda. Quest’ultimo è un aspetto molto trascurato“.

 

Molti studi, ultimo quello Ocse, evidenziano che la crescita del digitale impatta sul pil e sulla crescita dei mercati collegati e non solo in termini di crescita misurabile, ma anche sulla possibilità del cittadino di migliorare la qualità della vita (meno tempo perso, accesso più facile alle cure sanitarie, studio).

Lo Scoreboard europeo aggiorna di anno in anno una serie di indicatori. L’Italia è indietro: “abbiamo il record (quasi i primi a livello assoluto) per numero di smartphone su abitanti, ma siamo gli ultimi in termini di capacità mobile, quindi di capacità di sfruttare i servizi“.

 

Fulvio Sarzana, dello Studio legale Sarzana, ha affrontato il tema delle leggi e dei mercati, con particolare attenzione alle regole non scritte. Nel suo intervento ha stigmatizzato il fatto che “le decisioni dell’Agcom non vengono portate a conoscenza dell’opinione pubblica. O meglio, ne vediamo solo la parte finale, le delibere, ma non sappiamo se i consiglieri o i commissari propendono per una tesi o un’altra. È fondamentale che determinate informazioni siano disponibili per i cittadini, per valutare il lavoro di enti ed organismi“.

 

La politica dovrebbe affrontare il nodo dei valori e delle strategie, indicando ai tecnici itinerari e modelli, ha affermato Michele Mezza, “Mentre vedo che si trova più a suo comodo a discutere di standard e di soluzioni tecniche“. In questa prospettiva, ha sottolineato Mezza, “è essenziale che oggi la sinistra si ponga il tema di come negoziare l’algoritmo per poter controllare la riprogrammazione delle forme di vita intelligente, di cui la comunicazione è solo una parte“.

 

Trovo anche strano l’accanirsi su una strategia per l’agenda digitale tutta basata su un dirigismo dall’alto“, ha commentato ancora il giornalista, come se la conettività fosse un sistema ferroviario, “pianificabile nazionalmente, e non invece un sistema tranviario  progettabile solo territorialmente, tramite piani regolatori della comunicazione. In questa contraddizione vedo le ragioni dei continui fallimenti dell’agenda digitale“.

 

Sulla valorizzazione delle frequenze dello spettro, la Fondazione Ugo Bordoni è stata incaricata dal MSE di seguire il piano di allocazione e di risolvere tutti i problemi relativi alle interferenze. La FUB, ha spiegato il ricercatore Robert Castrucci, lavora anche su commesse di altre strutture della PA, come nel caso delle consulenze al Rapporto Caio: “Il nuovo compito di advisor della PA ci ha permesso di riorganizzare alcune aree di ricerca e consulenza della Fondazione. Il piano delle frequenze dello spettro radio è in un lungo processo di spacchettamento a seconda dei servizi, banda per banda, e il catasto delle frequenze è una delle priorità della PA“.

 

Lo spettro è un bene comune, ma è una risorsa scarsa: “La domanda di spettro cresce in maniera esponenziale e in pochi anni il suo livello crescerà di 1000 volte in relazione alle decine di miliardi di dispositivi di connessione che saranno attivi nei prossimi anni“.

 

In Europa lo spettro è dato in appalto a soggetti pubblici e privati. Una terza tipologia è l’uso dello spettro come commons. L’innovazione tecnologica chiede una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle bande di frequenza, anche giuridica.

 

Assinform, in quanto associazione nazionale delle principali aziende ICT in Italia, è un’organizzazione di riferimento per valutare il peso dell’informatica e del digitale sulla nostra economica e non solo. Come ha spiegato il direttore Antonello Busetto: “Il nostro Paese è fortemente informatizzato, in termini di infrastrutture, ma non di servizi. È qui che dobbiamo vincere una grande scommessa. Il cuneo tecnologico penalizza le imprese in efficienza e competitività. La spesa in Gran Bretagna è pari a 198 miliardi, da noi è a 65 miliardi, contro la media Ue di 91 miliardi. Perché non spendiamo una cifra che si avvicina almeno alla media Ue? Sono queste le domande che dobbiamo porci. Spendiamo il 4,9% del PIL, contro oltre il 9% del Regno Unito e più del 6% della media Ue. Il trend italiano a riguardo è negativo, anche nella PA, con una diminuzione di spesa del 5,5%. Il 37% degli italiani  (22% in Ue) non ha mai usato internet in vita sua. È da qui che si deve partire per risolvere i problemi e rilanciare la crescita“.

 

Un’Internet Governance da intendere anche come strumento di democrazia politica ed economica. Come ha spiegato Stefano Trumpy del CNR e Presidente Internet Society Italia, serve una cabina di regia che coordini e favorisca il processo di innovazione tecnologica in Italia, che è un argomento ormai trasversale.

 

Stiamo pubblicando un quaderno sull’eDemocracy – ha annunciato Trumpy – a maggio ci sarà la presentazione del documento a Roma. In Gran Bretagna c’è un comitato solo per le politiche di internet, presieduto da un ex ministro. Sulla govenance di internet, il Governo non ha dato ancora delucidazioni. A fine marzo attendiamo delle novità sul tema, che non può rimanere esclusivamente nelle mani del Mise, che per attitudine si focalizza più sulle infrastrutture che sull’internet society“. 

 

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