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Privacy, Antonello Soro: ‘Educazione digitale entri nelle scuole’

Italia


Riportiamo di seguito l’intervento integrale di Antonello Soro, presidente del Garante per la protezione dei dati personali, al Convegno ‘Educare alla Rete: l’alfabeto della nuova cittadinanza nella società digitale‘ che si è tenuto oggi a Roma in occasione della Giornata europea della privacy.

 

 

Lo sviluppo impetuoso delle tecnologie digitali ha trasformato con incredibile velocità e con effetti difficilmente prevedibili l’organizzazione sociale del nostro tempo.

Questi effetti non sono interamente percepiti.

Internet da strumento di comunicazione si è trasformato in presupposto dei comportamenti individuali, principale piattaforma su cui costruire relazioni interpersonali, lavoro, erogazione di servizi, commerci, contenuti: è diventato l’ambiente in cui nasce la cultura e si forma un modo di abitare il mondo e di organizzarlo.

Dobbiamo, tutti, avere consapevolezza che questo ambiente non è un luogo separato, una realtà parallela ma piuttosto lo spazio in cui si dispiega una parte sempre più importante della vita reale.

Reale e virtuale non possono più essere declinati come due mondi distinti, dove l’individuo è libero di assumere una diversa identità a seconda della circostanza, ma rappresentano ormai territori integrati da una costante e sempre più pervasiva “connettività”.

 

Questo processo ha subito una straordinaria accelerazione per effetto di molteplici fattori: dalla proliferazione delle connessioni mobili alla progressiva integrazione dei diversi media, alla forza innovativa delle applicazioni tecnologiche che diventano sempre più piccole e indossabili quasi a costituire appendici del nostro corpo, capaci di aumentarne e potenziarne le funzioni.

Se un’applicazione per smartphone calcola il livello di attenzione nella guida dell’automobile; Se avanzano in modo inarrestabile le ricerche che, combinando tecniche dell’apprendimento meccanico e neuroscienze sistemiche, creano potenti algoritmi per consentire ai computer di “pensare” in maniera molto simile agli esseri umani;

Se la profilazione comportamentale personalizzata non si basa più soltanto sulla registrazione dei testi raccolti in Rete ma utilizza sensori capaci di cogliere altre dimensioni delle nostre attività, captare ed elaborare elementi non linguistici ma espressivi di emozioni, allora si pongono problemi davvero nuovi per i quali non abbiamo risposte adeguate.

 

La tecnologia diventa pervasiva e condiziona ineluttabilmente gli stili di vita.

 

Siamo immersi nel digitale e sempre di più conosceremo noi stessi, il mondo e gli altri attraverso la tecnologia e sarebbe illusoria la pretesa di arrestare questa evoluzione con un semplicistico invito a “scollegarsi” o “disconnettersi”.

La nostra vita si è già modificata ed ha trovato nelle tecnologie digitali strumenti per esprimere nuove esigenze alle quali è impossibile ed irrealistico rinunciare.

La materialità delle cose si è ridotta: la maggior parte delle attività -dalle amicizie, allo scambio di semplici pensieri, agli spostamenti- si è smaterializzata dando luogo ad una produzione massiccia di dati che circolano, in modo incessante, attraverso la Rete.

 

La rivoluzione digitale che trasforma in dati parti sempre più rilevanti delle nostre vite private propone problemi nuovi per le nostre libertà.

 

Perché nello spazio digitale si possono violare le nostre persone, si possono negare i diritti, si possono manipolare o perfino rubare informazioni che riguardano strettamente aspetti fondamentali della nostra esistenza, che coincidono con la nostra vita.

La tentazione più insidiosa per tutti noi consiste nella rassegnazione a considerare che tutto ciò che si trasforma in byte sia altro rispetto alla nostra fisicità, qualcosa di lontano rispetto alla nostra vita quotidiana.

 

La sfida più grande che dobbiamo affrontare è quella di riuscire ad accompagnare la società in un processo di elaborazione delle misure, della cultura e della sensibilità necessarie per far fronte ai nuovi problemi posti dallo sviluppo tecnologico.

Se, infatti, un’esperienza millenaria ci ha trasmesso e insegnato la necessità di proteggere e tutelare i beni materiali, dobbiamo riconoscere che siamo ancora inesperti e privi di adeguate capacità di fronte ai lati oscuri dello spazio digitale.

 

Gli hacker che, attraverso virus o codici, forzano i sistemi di sicurezza per accedere alle banche dati o ai siti protetti sono ladri esattamente come coloro che utilizzano il grimaldello per aprire la porta blindata.

Il furto dell’identità digitale o di un profilo Facebook reca alla vittima un danno anche maggiore rispetto alla sottrazione del portafoglio o di un’agenda personale. Ed ancora: forme di monitoraggio continuo in Rete non sono semplicemente un fastidio e una inammissibile invadenza, ma armi puntate contro di noi; i dati digitali tracciati, controllati, archiviati possono al momento opportuno essere utilizzati per danneggiarci.

Occorre trovare nuove forme per tutelare la persona nella sua unicità tra vita fisica e vita digitale.

 

Così come nutriamo una legittima aspettativa di integrità e sicurezza quando ci muoviamo nello spazio fisico, dove esistono regole, leggi, consuetudini, mezzi di tutela per prevenire situazioni di pericolo e rimuovere ostacoli al libero dispiegarsi della nostra personalità, allo stesso modo deve essere presidiato lo spazio digitale, nel quale si svolge una parte rilevante delle nostre vite e che, dunque, non può essere affidato all’arbitrio di chi quello spazio conquista.

 

Proteggere il flusso di dati con i quali comunichiamo, e dunque, “viviamo”, significa proteggere noi stessi e le nostre esistenze.

La rivoluzione digitale attacca e scompagina le tradizionali categorie giuridiche. Ma non possiamo permettere che gli eventi ci soverchino e che inerzia e situazioni di fatto favoriscano l’oblio del diritto.

 

Dobbiamo sfuggire due tentazioni estreme e opposte: da una parte quella di un’inutile e stupida tecnofobia, la fuga dall’innovazione, l’idea apocalittica che attribuisce alla Rete la colpa di tutti i mali della modernità e, dall’altra, la rinuncia rassegnata a contrastare le distorsioni del sistema, a ricercare una qualche regolazione dei processi globali che presiedono alla comunicazione elettronica e più in generale a vivere responsabilmente il nostro tempo.

 

La questione è complessa: il bisogno di regolare la Rete per coniugare libertà e responsabilità nel più grande spazio pubblico del nostro tempo è tema che appassiona e divide le opinioni pubbliche in ogni parte del pianeta.

E la disputa non riguarda solo il diritto di accesso a Internet ma, sempre più, la possibilità di riconoscere e tutelare i diritti fondamentali nello spazio digitale.

 

La risposta va trovata, auspicabilmente in una dimensione sovranazionale.

 

Per questo è di estrema importanza la Risoluzione approvata nel novembre 2013 dall’ONU proprio sul tema della “Privacy nell’era digitale” con la quale si invitano gli Stati membri ad operare per prevenire le violazioni del “diritto umano alla privacy” e si sottolinea la necessità che nel mondo online i diritti debbano godere della identica tutela offerta loro nel mondo reale.

Nella stessa prospettiva, anche le Autorità garanti per la protezione dei dati del mondo, riunite nella 35ma Conferenza internazionale di Varsavia, hanno adottato una specifica Risoluzione proprio sulla promozione dell’educazione digitale. L’obiettivo è quello di impegnare i Governi affinché venga assicurata particolare protezione ai minori e garantita una formazione permanente degli educatori sui rischi della tecnologia, che deve sempre promuovere il rispetto degli utenti.

 

Un’adeguata protezione dei dati si pone dunque come garanzia ineludibile per scongiurare il pericolo che le nuove tecnologie, indispensabili nel semplificare l’attività dei singoli individui, agevolare lo scambio di informazioni e conoscenza, migliorare la vita di relazione, si traducano in strumenti perversi e potenzialmente lesivi.

E invero, il valore racchiuso nelle regole e nei comportamenti in cui si sostanzia il diritto alla protezione dei dati assolve ad un ruolo di fondamentale rilievo nella ricerca del bilanciamento tra uomo e tecnica, tra società in continua evoluzione e capacità di adattamento dell’individuo.

 

Essere sicuri che i dati siano protetti costituisce una condizione essenziale affinché si continui a garantire ed assicurare l’effettivo godimento delle libertà e dei diritti tradizionalmente riconosciuti, difesi e tutelati nel mondo off line.

Parti della nostra vita sono disseminate e conservate nelle grandi banche dati, dove la nostra identità è sezionata, scomposta e spesso ricomposta come un mosaico di tessere diversamente raccolte.

 

In una società che compra e vende informazioni e fa diventare merce la stessa persona alla quale si riferiscono i dati, la tutela della privacy diventa sempre più una questione di libertà.

 

Si tratta di valori fondamentali che devono in primo luogo essere trasmessi ai giovani, che più di altri possiedono le capacità per accedere e sfruttare in modo sempre più dinamico le opportunità offerte dalla società digitale. Usano computer, smartphone e tablet come pratiche abituali per comunicare con i coetanei, accedere alle informazioni, autoesporsi aggiornando continuamente i propri status, postando commenti, pubblicando foto o video ed immettendo online una quantità impressionante di dati personali che rivelano pensieri, emozioni, abitudini, amicizie.

 

Nella maggior parte dei casi i ragazzi, che pure conoscono alla perfezione i meccanismi e la forza del web e delle innovazioni, non sanno ancora valutare appieno le conseguenze delle proprie azioni: e questo li rende particolarmente vulnerabili. Bisogna convincere i ragazzi, che si muovono a volte in modo compulsivo tra il mondo digitale e quello reale, che la vita vera è ovunque: in Rete e fuori dalla Rete.

L’illusorio anonimato che Internet sembra garantire (attraverso ad esempio l’utilizzo di nickname o profili falsi) spesso consente di ledere e calpestare senza rispetto i dati sensibili, rubare identità, demolire psicologicamente, con comportamenti aggressivi, i compagni.

Molestie, minacce, diffamazione, gravi fattispecie sanzionate dal codice penale, non perdono certo di significato se realizzate nel web.

 

Tutto ciò che facciamo in Rete diventa il contenuto delle nostre vite, delle nostre biografie, che ne saranno condizionate per sempre, soprattutto a causa della stessa dimensione indeterminata ed indefinita della Rete.

 

Occorre invertire la rotta ed evitare che i giovani siano sfruttati e percepiti soltanto come consumatori passivi di tecnologia, incoraggiandoli a comprendere i principi fondamentali e, soprattutto, i rischi (sempre più invisibili) che si corrono.

Così come non lasciamo cartelli per avvertire i ladri dell’assenza da casa, allo stesso modo dovremmo imparare ad evitare di lasciare minuziosi dettagli sui nostri spostamenti sui social network; così come ci hanno insegnato a non dare confidenza agli sconosciuti, egualmente dovremmo evitare di inserire i dettagli delle nostre vite, soprattutto se intimi, su Internet.

 

La scuola potrebbe svolgere un ruolo di primo piano prevedendo, nell’ambito dei programmi scolastici, specifici progetti educativi che insegnino ai giovani il modo di confrontarsi costruttivamente con le nuove forme espressive che la Rete offre loro, al fine di promuovere una gestione consapevole di tutti gli aspetti della propria vita che vengono consegnati al mondo online.

 

Vorrei chiedere al Ministro: possiamo immaginare l’educazione digitale come materia di studio a partire dalla scuola di base?

 

Dal canto loro, gli educatori ed i formatori devono essere aiutati a colmare il deficit di conoscenza dei nuovi fenomeni e strumenti comunicativi.

 

Anche per questo motivo tutti gli attori istituzionali -il Governo, il Parlamento ma anche il servizio pubblico radiotelevisivo- sono chiamati ad una nuova missione.

Tutti dobbiamo misurarci con le sfide di una complessa fase di transizione e per questo l’educazione della persona digitale (come una sorta di rinnovata educazione civica) deve essere rivolta a tutti i cittadini, agli operatori, agli utenti dello spazio digitale senza distinzione, appunto, di età o di ruoli. Il cambiamento, infatti, non riguarda soltanto le nuove forme espressive e comunicative, ma la stessa struttura della società nelle sue diverse articolazioni ed organizzazioni.

 

La svolta indubbiamente positiva imposta dall’Agenda digitale con l’obiettivo di raggiungere elevati livelli di efficienza, razionalizzazione ed economicità, prima di tutto nella pubblica amministrazione, deve essere accompagnata da un quadro giuridico di forti garanzie. L’innovazione, che passa dall’interoperabilità dei sistemi informativi, da un’ampia e agevole disponibilità di informazioni, dalla creazione di nuove banche dati centralizzate, è destinata a riguardare delicati settori: si pensi alla sanità elettronica, alla giustizia digitale con il processo telematico, all’anagrafe dei conti correnti etc..

 

Educazione digitale significa, dunque, anche rendere consapevoli gli operatori che sono impegnati nei progetti ambiziosi di modernizzazione digitale dell’Italia: devono sapere che l’attuazione degli obiettivi si realizza coniugando rigorosi ed elevati standard di sicurezza, qualità e integrità delle diverse banche dati e dei sistemi.

 

Anche le imprese e gli operatori privati devono sentirsi impegnati ed essere coinvolti in questa sfida.

Proponiamo questo percorso come un progetto unificante, inclusivo, capace di coinvolgere diverse generazioni e interessi, un programma di nuova alfabetizzazione per il diritto di cittadinanza nella società digitale.

L’Autorità di protezione dei dati può rappresentare in questa cornice una frontiera avanzata e un collaudato punto di incontro dove è possibile ricercare, con tutti gli interlocutori, una sintesi tra efficienza, progresso, rispetto dei diritti e del valore delle persone.

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