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Privacy: l’Alta Corte britannica vuole processare Google nel Regno Unito

Regno Unito


Tre utenti britannici, che hanno fatto causa a Google per presunta violazione della privacy per mezzo del browser Safari, potranno intentare la loro azione legale nel Regno Unito, e non negli Usa dove la web company ha sede.

Lo ha stabilito l’Alta Corte di Londra, che ha bocciato la tesi della società americana, secondo cui il processo non rientra nella giurisdizione britannica ma in quella statunitense.

 

La causa, intentata da Judith Vidal-Hall, ex editore del magazine Index On Censorship, Robert Hann e Marc Bradshaw, direttori di società IT, verte sull’accusa che Google avrebbe violato la loro privacy spiando la loro navigazione internet tra il 2011 e il 2012, per inviare delle pubblicità mirate. Le informazioni raccolte, sottolineano, venivano vendute agli inserzionisti che utilizzavano il servizio DoubleClick.

 

“Vogliamo che il caso sia giudicato nel regno Unito perché è qui che il danno è stato fatto. Google ha degli uffici qui, dei dipendenti e dei profitti, per quale motivo queste persone dovrebbero andare in California per fargli causa?” ha spiegato il rappresentante legale dei tre querelanti.

 

Google, dal canto suo, ha fatto sapere che farà ricorso contro la decisione del giudice Justice Tugendhat perché le pratiche di controllo della navigazione internet al centro dell’accusa sono finite nel 2012 e non vi è rischio di “ripetizione o continuazione” degli abusi. Nessun utente, sostiene poi l’azienda, ha subìto dei danni economici.

 

“Un caso quasi identico è stato respinto nella sua interezza tre mesi fa negli Usa e noi non riteniamo che questo caso soddisfi gli standard richiesti per intentare un processo nel Regno Unito”, ha spiegato un portavoce del gruppo californiano.

Se l’appello dovesse essere respinto, si tratterebbe comunque di un precedente importante che potrebbe aprire la strada a numerosi processi contro Google in Europa per questioni legate alla violazione della privacy.

 

Ma in cosa consiste la presunta violazione messa in atto da Google?

Sul proprio sito. La società aveva assicurato agli utenti che le loro attività non potevano essere monitorate dal motore di ricerca se non dopo un’apposita modifica delle impostazioni sulla privacy.

Peccato però che – insieme ad altre compagnie pubblicitarie, tra cui Vibrant Media, Media Innovation Group e PointRoll – Google utilizzasse speciali codici di programmazione, nascosti nelle istruzioni Safari, per aggirare i rigidi blocchi del browser, concepito per evitare questo tipo di intrusione, e sorvegliare e registrare le abitudini di navigazione di milioni di persone.

 

La vicenda della sorveglianza della navigazione degli utenti Safari è stata portata alla luce dal Wall Street Journal ed è costata alla società prima una multa da 22,5 milioni di dollari negli Usa da parte della FTC, poi un’ulteriore sanzione da 17,5 milioni di dollari per il patteggiamento con 38 Stati. 

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