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Equo compenso su smartphone e tablet in aumento del 500%. Ma chi pagherà il conto?

Italia


L’arrivo del 2014 potrebbe riservare una brutta sorpresa a chi deciderà di acquistare uno smartphone, un tablet, o qualsiasi altro dispositivo in grado di riprodurre musica o altri contenuti multimediali: nella Legge di Stabilità è infatti stato inserito un emendamento che aumenta del 500% il cosiddetto ‘equo compenso’.

L’equo compenso, stabilito per la prima volta nel 1993 e quindi in un’epoca ancora molto lontana dal boom degli smartphone, è un balzello che produttori e importatori di dispositivi elettronici pagano alla SIAE (che poi ne distribuisce una parte agli editori e agli autori) come ‘risarcimento preventivo’ per l’eventualità che con tali dispositivi si copino opere coperte da copyright.

Sulla base del DM 30 dicembre 2009 del Ministro per i Beni e le Attività Culturali – il cosiddetto ‘Decreto Biondi‘ – l’equo compenso si applica a tutti quei supporti e memorie di uso quotidiano utilizzati per registrare un contenuto audio e video – telefono, pc, lettori Mp3, lettori Mp4, hard disk esterni – ed è calcolato in maniera forfettaria sulla base dell’estensione della memoria del dispositivo.

 

Il compenso per copia privata viene pagato dai produttori in 22 dei 28 paesi europei. Sulla base di questa rimodulazione, l’equo compenso passerebbe da 90 centesimi a 5,4 euro per smartphone e tablet, mentre per i Pc si arriverebbe a 6 euro.

 

Il deputato Pd Francesco Ribaudo, primo firmatario dell’emendamento che ha scatenato le proteste dell’industria elettronica, l’aumento dell’equo compenso allinea l’Italia alla media europea. Le somme così raccolte – si calcola ammontino a 130-200 milioni – serviranno per finanziare “borse di studio, finanziamenti ed altri benefici in favore dei nuovi talenti nei campi della musica, del cinema, del teatro e della letteratura”, così come avviene, ad esempio, in Austria, Francia e Olanda, ha precisato.

Non si tratta, insomma, secondo Ribaudo, di “una tassa mascherata da indennizzo” ma di una forma di finanziamento della cultura “estranea al perimetro della finanza pubblica”.

 

Sulla stessa linea il Presidente della SIAE, Gino Paoli, che sottolinea come “in Italia le tariffe degli smartphone sono a 0,90 centesimi, quelle dei tablet a 1,90 euro e quelle dei telefoni non smartphone a 0,90 centesimi mentre in Germania variano da 16 a 36 euro (secondo le capacità di memoria) e in Francia da 2,80 a 14,72 euro”. Perché questa discrepanza, si chiede Paoli? E ancora, si domanda: “perché gli autori, gli interpreti esecutori e i produttori di contenuti del nostro Paese non possono avere pari dignità e devono continuare a produrre opere dell’ingegno senza avere adeguato compenso e quindi continuando ad essere figli di un dio minore?”.

 

Ma la polemica, intanto, è esplosa. Ribaudo sostiene infatti che quest’adeguamento lascerà indenni i consumatori. Una posizione discutibile, che non trova d’accordo l’Associazione Nazionale Industrie Informatica, Telecomunicazioni ed Elettronica di Consumo (Anitec), secondo cui, invece, oltre che penalizzare ulteriormente l’innovazione tecnologica, questo balzello “si trasformerebbe, di fatto, in un costo aggiuntivo che graverebbe sui consumatori e sulle famiglie, generando il concreto rischio di allargare il Digital Divide italiano”.

 

Un nuovo fronte di confronto per chi – come il neo-segretario del Partito Democratico Matteo Renzi – ritiene che le misure allo studio in fatto di tasse alle web company e diritto d’autore l’Italia voglia dare l’idea di un paese poco ‘innovation-friendly’.

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