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Web-Tax, l’affondo di Francesco Boccia: ‘Letta tiri fuori gli attributi’

Italia


S’infiamma il dibattito nazionale in merito a tasse e web-company. Dopo il ritiro dell’emendamento al Senato, il padre della Web-Tax, Francesco Boccia, attacca frontalmente il governo.

“Sulla Web-Tax il Governo Letta deve mettere le palle sul tavolo“, ha dichiarato stamani senza mezzi termini il deputato Pd e presidente della Commissione Bilancio alla Camera a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24.

Boccia ieri aveva detto che l’emendamento ritirato, ‘solo per questioni di tempo’, sarebbe stato ripresentato alla Camera, ma è evidente che dentro al Pd non c’è l’unione su questo argomento.

Contro la web-tax si è, infatti, schierato Gianni Pittella, uno dei quattro candidati alla segreteria del Pd (in lizza con Gianni Cuperlo, Giuseppe Civati e Matteo Renzi).

“L’emendamento alla Legge di Stabilità che riguarda la ‘vendita di servizi online’ rischia di influenzare negativamente lo sviluppo dell’economia web, uno dei pochissimi comparti che ancora resiste alla crisi. Va cancellato”, ha detto Pittella, candidato alla segreteria del vicepresidente vicario del Parlamento europeo.

 

La Web-Tax rischia così di finire su un binario morto. Boccia ha quindi deciso di non usare mezzi termini: “La Web-Tax è la tassazione di tutti i flussi finanziari prodotti da beni venduti ed erogati sul nostro territorio, con le piattaforme tecnologiche internazionali. È un’imposta per produrre gettito prodotto qui. Io non capisco perché se noi vendiamo un bene fisico qui, le tasse le incassiamo. Se lo fanno sui servizi imprese italiane le tasse le incassiamo. Se lo fanno le imprese multinazionali le tasse non le incassiamo. È anche una forma di tutela del diritto d’autore”.

 

“Poche palle del Governo?”, ha chiesto Minoli. La risposta: detta alla francese, “però il prodotto c’è, tanto vale metterlo sul tavolo. Anche gli attributi”.

Quindi bisogna che Letta metta gli attributi sul tavolo, diciamo? “Dobbiamo metterli tutti. Letta è il capo, lui prima di tutti”.

La proposta di Boccia prevede l’obbligo per i committenti di servizi online – e parliamo quindi di commercio elettronico diretto e indiretto – di poter acquistare solo da soggetti in possesso di una partita IVA italiana. Soltanto così i profitti di queste aziende potranno rispettare un modello di tassazione corretto e soprattutto equo.

Un sistema che permetterebbe di agire contro le aggressive pratiche di ottimizzazione fiscale alle quali ricorrono le multinazionali, specie gli OTT(GoogleAmazonFacebook ed Apple), per sottrarsi al pagamento delle tasse.

 

Il provvedimento ha creato contrasti anche con il M5s che sulle pagine del nostro giornale lo ha definito “contrario alle norme europee“, in particolare, ha spiegato Mirella Liuzzi, deputato del Movimento di Beppe Grillo, “costringere un’azienda estera ad avere una partita Iva italiana, ci sembra in contrasto con il Trattato di Roma” e con quanto già l’OCSE e il G20 stanno facendo in materia di tasse e web company.

Contro la web-tax ha preso posizione pure l’American Chamber of Commerce to the European Union (AmCham EU), sulla linea di quanto già dichiarato nei giorni scorsi dalla rappresentanza italiana.

L’AmCham EU è convinta che “la proposta di tassazione sui servizi online possa violare il principio di libero scambio di beni e servizi all’interno del Mercato Unico Europeo”. 

“L’emendamento proposto – sostiene – potrebbe imporre un ulteriore carico fiscale sui fornitori di servizi online, scoraggiando le imprese straniere dall’offrire servizi online in Italia, e potrebbe tradursi in un aumento dei prezzi per i consumatori”.

Secondo l’AmCham EU, “Le discussioni in corso nell’Unione Europea e nell’OCSE sono i luoghi appropriati per creare una chiara e coerente struttura fiscale internazionale”.

 

Ma Boccia nell’intervista a Key4biz  ha precisato che “nessuno vuole obbligare un’azienda estera ad aprire una partita Iva nel nostro Paese. La proposta che abbiamo presentato, in realtà, prevede l’obbligo per i committenti di servizi online – e parliamo quindi di commercio elettronico diretto e indiretto – di poter acquistare solo da soggetti in possesso di una partita Iva italiana”.

La proposta, secondo l’on. Boccia, non è quindi in contrasto col diritto comunitario né col Trattato di Roma sul libero mercato ed è anche “in linea con il dibattito che sta coinvolgendo anche altri Paesi europei, vedi il caso della Francia o della Gran Bretagna. È evidente che l’Ue deve prendere posizione, ma è anche nostro dovere tutelare le imprese italiane”, davanti a quello che è “un classico esempio di concorrenza sleale“.

 

 

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