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‘Web-Tax sacrosanta. Dobbiamo difendere le aziende italiane’. Intervista all’on. Francesco Boccia (Pd)

Italia


La proposta di legge del presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia (Pd), ormai nota come Web-Tax, ha aperto il dibattito all’interno del Parlamento e un forte confronto nel M5s (Leggi Articolo Key4biz) mentre dalla Lega Nord si sono registrati segnali d’apertura (Leggi Articolo Key4biz).

Se tutti i partiti condividono la necessità di un intervento contro le aggressive pratiche di ottimizzazione fiscale alle quali ricorrono le multinazionali di internet, specie gli OTT (Google, Amazon, Facebook ed Apple), per sottrarsi al pagamento delle tasse, è sulle modalità di intervento che si dividono.

La proposta potrebbe essere nei prossimi giorni oggetto di approfondimento anche all’interno dell’esame della Legge di Stabilità. Ne abbiamo parlato con l’on. Boccia, cercando di chiarire alcuni aspetti cruciali di questa proposta di legge.

 

Key4biz.  Imporre a un’impresa globale di divenire ‘italiana’ attraverso l’obbligo della partiva IVA, potrebbe essere in contrasto con il diritto internazionale?

 

Francesco Boccia.  Intanto cominciamo col dire che nessuno vuole obbligare un’azienda estera ad aprire una partita Iva nel nostro Paese. La proposta che abbiamo presentato, in realtà, prevede l’obbligo per i committenti di servizi online – e parliamo quindi di commercio elettronico diretto e indiretto – di poter acquistare solo da soggetti in possesso di una partita IVA italiana. Soltanto così i profitti di queste aziende potranno rispettare un modello di tassazione corretto e soprattutto equo. Nulla, quindi, in contrasto col diritto comunitario né col Trattato di Roma sul libero mercato, ma stiamo parlando soltanto di una tassa che tutela le nostre imprese e rispetta i principi base dell’equità fiscale, sociale e produttiva.

 

Key4biz.  La sua proposta è in linea con la posizione del G20 e anche degli altri Paesi europei?

 

Francesco Boccia.  La proposta di fiscalità della rete tra Iva e imposta sul reddito attraverso la web-tax è in linea con il dibattito che sta coinvolgendo anche altri Paesi europei, vedi il caso della Francia o della Gran Bretagna. È evidente che l’Ue deve prendere posizione, ma è anche nostro dovere tutelare le imprese italiane. Quello cui stiamo assistendo è il classico esempio di concorrenza sleale. È normale che le nostre aziende devono pagare le tasse sui loro profitti mentre le grandi multinazionali della rete, che in Italia fatturano centinaia di milioni di euro, vanno poi a pagare le tasse in Paesi con aliquote molto più contenute rispetto delle nostre?

 

Key4biz.  Questa proposta di legge potrebbe frenare l’innovazione ‘allontanando le web company’, contrastando con gli obiettivi del Piano Destinazione Italia, che vuole, invece, attrarre gli investimenti esteri?

 

Francesco Boccia.  No, perché non si tratta di aumentare l’imposizione fiscale, ma di creare regole uguali per tutti. La web-tax, così come l’abbiamo pensata, è una proposta a tutela del web e delle nostre imprese e non contro questa o quell’altra multinazionale. Il principio è semplice: chi vende pubblicità o beni nel nostro Paese è giusto che paghi al fisco italiano quanto dovuto. E in questo principio rientra, ad esempio, anche il capitolo del poker on-line e degli altri giochi sul web le cui piattaforme hanno la loro sede per lo più all’estero.

 

Key4biz.  Si è detto che grazie alla web-tax si potrebbe avere un gettito da un miliardo di euro, un po’ eccessivo forse…

 

Francesco Boccia.  Cifre, in questi giorni, ne sono state snocciolate tante. Io dico solo una cosa, qualunque sia il gettito che potrebbe generare la web-tax deve avere un’unica destinazione: l’abbattimento delle tasse sul lavoro. Il resto sono solo chiacchiere sui numeri che servono ad animare il dibattito ma lasciano solo il tempo che trovano.

 

Key4biz.  Non crede che tassare la pubblicità online potrebbe nuocere alle piccole aziende italiane che ricorrono alla rete per dare visibilità al proprio business?

 

Francesco Boccia.  Anche in questo caso non sono d’accordo, perché è arrivato il momento di regolamentare un mercato che fino ad oggi ha goduto di situazioni privilegiate. Perché le aziende del nostro Paese che operano nel mondo online devono pagare le tasse allo Stato italiano e le aziende straniere no? Perché queste devono avere un trattamento differente? È arrivato il momento di avere, anche dal mondo online, un forte segnale di equità. Oggi il mercato pubblicitario italiano rischia seriamente di subire una vera emorragia. È necessario, quindi, che tutte le aziende che oggi operano in Italia e fanno profitti nel nostro Paese facciano, come tutti, la loro parte, anche quando si parla di tasse.

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