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Telecom Italia, Bernabè in Senato: ‘Senza aumento di capitale, concreto rischio downgrade’

Italia


‘Per arrivare a scelte differenti avremmo dovuto tutti quanti pensarci prima’ ha detto Bernabè, spiegando anche che per lo scorporo della rete, i tempi sono ‘lunghi’ e che riducendo in modo sostanziale i prezzi all’ingrosso dell’unbundling, Agcom riduce la redditività degli investimenti e la capacità di generazione di cassa della società della rete’

 

 

“Abbiamo avuto conoscenza ieri, dalla lettura dei comunicati, della modifica dell’accordo parasociale tra gli azionisti di Telco che delinea il percorso che porterà Telefonica a diventare azionista di riferimento di Telecom Italia…ma era evidente dalle dichiarazioni degli azionisti che c’era intenzione di cambiare la struttura di Telco”.

E’ quanto ha affermato il presidente Franco Bernabè in audizione presso la Commissione Lavori pubblici al Senato all’indomani della stipula dell’accordo (a sua insaputa?) tra Telecom Italia e Telefonica.

Intesa che porterà il gruppo iberico al controllo del 100% di Telco, la holding che ha in pancia il 22,4% della società telefonica italiana, la cui strategicità sembra essere stata scoperta ieri dalla politica nostrana.

“Finora – ha sottolineato – Telecom ha mantenuto posizione di leadership in Italia e Sudamerica ma questo approccio non è più sufficiente. Serve una solida situazione patrimoniale”, soprattutto occorre scongiurare il “concreto rischio di downgrade che impatterà sulle capacità di investimenti”.

 

Quanto all’aumento di capitale, è chiaro, ha detto, “che richieda le adeguate condizioni di mercato e queste ci sono. Ci sono tanti investitori pronti a investire”.

È evidente, però, che un aumento di capitale debba “rispondere a stringenti logiche economiche e finanziare. Bisogna dimostrare i ritorni economici, la redditività degli investimenti” e questo è un compito complesso per una società infrastrutturale.

L’aumento di capitale, ha proseguito, dovrebbe essere aperto a soci attuali o nuovi – come la CDP – nella prospettiva, oltre che “delle potenzialità di sviluppo dei mercati in cui opera il gruppo”, anche “del valore che può essere creato dal progetto di societarizzazione”. In questo caso, il percorso di separazione della rete potrà essere realizzato “in un orizzonte temporale più adeguato alla complessità degli aspetti regolatori”. Quest’ultima operazione consentirebbe inoltre, ha detto ancora, “di ridare solidità finanziaria al gruppo, valorizzando al meglio le potenzialità dei nuovi investimenti e contribuendo al rilancio dell’economia nazionale in termine di occupazione, innovazione e presenza nternazionale”. 

 

Sollecitato dalle domande, non sempre proprio pertinenti al suo ruolo di presidente, ma più orientate, appunto, alle responsabilità degli azionisti e della politica, Bernabè ha confermato l’impegno “a procedere nel confronto con l’Autorità e la CDP” sullo scorporo della rete, ma ha aggiunto altresì che “l’esito finale dell’operazione non è scontato e, in ogni caso, richiede tempi molto lunghi”.

 

Interrogato sulle prospettive di investimento della società, il presidente esecutivo non ha mancato di inviare una frecciatina all’autorità e a quanti tirano il management dalla giacchetta sul tema dello scorporo della rete: “Ritengo – ha detto – che la società debba investire nelle NGN: ho portato avanti un ambizioso progetto di scorporo che non ha eguali e che avrebbe dato impulso agli investimenti senza eccessivi esborsi economici dai soci. Ma nel momento in cui l’Agcom – contraddicendo sé stessa – riduce in modo sostanziale i prezzi all’ingrosso dell’unbundling, riduce la redditività degli investimenti e la capacità di generazione di cassa della società della rete”.

“Quando si tratta di investimenti così ambizioni sarebbe stato necessario un consenso più unanime intorno ai nostri obiettivi”, ha aggiunto, portando quindi all’attenzione dei senatori anche il fatto che “…per quanto riguarda gli investimenti nelle NGN, che hanno un ritorno di più lungo termine e implicano una trasformazione radicale della rete – già avviata ma che richiede forte accelerazione – ci vuole totale allineamento tra management, cda e struttura degli azionisti”.

Quest’ultima, però, ha spiegato, è complicata dalla presenza di Telco, che ha una minoranza di blocco in assemblea e, poiché in Telecom la presenza in assemblea è del 50% del capitale, il blocco Telco è rilevante per decisioni strategiche che richiedono una maggioranza dei due terzi.

“Una decisione non condivisa da Telco non passa. E’ chiaro che il management ha sì responsabilità di proposta e iniziativa ma non ha facoltà decisionale su temi di questa natura”.

 

In conclusione del suo intervento, Bernabè ha sottolineato che “la vicenda Telecom è molto complessa ed è inutile cercare di risalire alle responsabilità della sua attuale situazione. La verità è che Telecom è un’azienda sana che investe e che non avrebbe bisogno di moltissimo per essere elemento propulsivo del paese come è stato in passato”.

 

“Per arrivare a scelte differenti avremmo dovuto tutti quanti pensarci prima”, ha detto quindi Bernabè sottolineando che “…se il sistema Italia fosse stato davvero così preoccupato del futuro di Telecom Italia come lo è stato in questi ultimi due giorni forse sarebbe stato possibile un intervento più strutturale”.

 

Soffermandosi sui rapporti coi soci spagnoli, comunque, Bernabè ha affermato che “…sono stati leali e produttivi, nonostante la sovrapposizione nei mercati dell’America Latina che ha generato oggettive complessità di governance…Le due società – ha aggiunto – hanno, peraltro, problematiche per molti versi comuni, legate alla necessità di ridurre un debito molto elevato e sostenere ingenti investimenti, con un mercato domestico in contrazione; problematiche che dovranno essere affrontate nel nuovo assetto azionario, con enorme attenzione e impegno da parte di tutti per il successo di una sfida che appare sicuramente molto ambiziosa”.

 

Infine, riferendosi ai timori dei sindacati circa le ripercussioni dell’accordo sull’occupazione, Bernabè ha sottolineato che la riduzione dei costi che ha portato certo ad esuberi anche importanti (13 mila lo scorso anno) è stata gestita di concordo coi sindacati “e sempre con rispetto per i lavoratori e le esigenze sociali”.

“Son contento – ha concluso – che le vicende di Telecom siano all’attenzione del Parlamento ma questo tema va visto nella sua interezza. Non si può reagire con minacce di nazionalizzazione o in termini ostativi. Bisogna trovare soluzione condivisa che favorisca la crescita”.

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