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Equivoci italiani: le startup, i soldi pubblici e… i soliti noti

Italia


Proseguiamo con la pubblicazione degli articoli a firma di Antonio Lupetti sul tema delle startup. Come è noto, si tratta di un settore importante nel quale si sono purtroppo manifestati fenomeni di accaparramento indebito di risorse, che rischiano di mettere in cattiva luce un intero segmento sul quale occorre invece puntare.

 

 

Sono il nuovo, grande, miracolo italiano. Sono le storie di quelle startup innovative che hanno ricevuto finanziamenti milionari dal fior fiore del venture capital nostrano. Peccato che nessuno si sia mai scomodato nel raccontarvi fino in fondo da dove provenga parte di quel denaro. Soprattutto nei casi in cui certi capitali privati sono stati supportati in maniera sistematica da un fiume di fondi pubblici che non si capisce bene se serva a dare respiro agli startupper o a foraggiare gli interessi dei soggetti gestori.

 

Per capire meglio questa lunga storia bisogna partire da lontano. I fondi pubblici provengono generalmente dall’Unione Europea e vengono distribuiti agli stati membri per coprire i fabbisogni finanziari in determinati settori economici. Lo Stato può utilizzarli direttamente tramite i Ministeri o può rigirarli alle regioni che, a loro volta, possono destinarli alle province e ai comuni.

 

Negli ultimi anni, alle startup innovative è stata riservata un’attenzione che va ben oltre il semplice trattamento di favore. Le cifre fanno impressione. Centinaia e centinaia di milioni di euro. Quantificare questi soldi con precisione è impossibile. La documentazione è il più delle volte lacunosa e incompleta. Non esistono rendicontazioni economico-finanziarie accurate. Non esistono report che tengano conto di quante di queste startup che hanno ricevuto iniezioni di capitali dallo Stato siano ancora in vita e quali siano stati gli impatti dei finanziamenti concessi a questo settore sull’economia a livello nazionale. La vicenda del Fondo Hi-Tech per il Sud è un caso di scuola.

 

Dall’Europa ai comuni: il giro infinito dei fondi pubblici

 

Tra gli enti pubblici che dispongono dei fondi e gli startupper che ne sono i potenziali destinatari si piazzano tipicamente degli intermediari: investitori istituzionali, finanziarie locali, società di venture capital e società di gestione del risparmio. A tali soggetti, spesso di natura privata, è demandata la gestione dei fondi pubblici, la valutazione delle idee imprenditoriali e la scelta dei progetti a cui destinare i finanziamenti e la partecipazione a loro volta, in quota variabile, al capitale di rischio dell’impresa.

Naturalmente, questo passaggio di denaro ha un costo che si traduce in canoni di gestione, proporzionali all’ammontare dei fondi impiegati, che gli enti pubblici riversano nelle tasche di tali gestori. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per alcune vicende che fanno nascere il sospetto che questo meccanismo che concede ampia autonomia nella gestione di capitali pubblici da parte di privati, così come’è architettato non funziona granché bene, innesca conflitti d’interesse e non garantisce equità e trasparenza nella valutazione dei progetti.

 

Tanti bandi, per tutti i gusti, ma solo per pochi

 

L’accesso ai fondi viene regolamentato da un bando, quasi sempre finalizzato a promuovere l’occupazione e la crescita economica delle imprese localizzate in una certa area del Paese. La localizzazione è uno dei requisiti essenziali richiesti alle aziende per poter disporre delle agevolazioni finanziare. Tuttavia il vincolo può essere facilmente aggirato senza particolari sforzi. Una società con sede a Milano, può accedere ai fondi destinati alla Sicilia o alla Sardegna semplicemente aprendo un ufficio o una sede legale in queste regioni. Talvolta trasferendo il personale dal nord al sud. Talvolta lasciandola addirittura vuota. Ad ogni modo non si crea né occupazione né si favorisce la crescita di tali territori che vengono invece sfruttati giusto per il tempo necessario a garantire alla startup una riserva di capitale pubblico da cui poter attingere per i propri scopi.

 

I bandi sono confusi e disomogenei. A un’attenta lettura alcuni paiono ritagliati con minuziosità chirurgica attorno a specifici destinatari in modo da garantire una forma di barriera all’entrata, di natura burocratica, alla maggior parte degli startupper che restano invece a bocca asciutta. Solo per riportare un esempio, nonostante sia stata recentemente approvata la legge 221 che definisce come “startup” le imprese in attività da non più di quattro anni, se un bando lo prevede, si può allargare la validità del concetto anche a imprese in attività da più di sei anni o a realtà imprenditoriali a cui la definizione di “startup innovativa” poco si addice.

 

Evvia lo Zio Sam!

 

C’è poi un altro aspetto che merita un approfondimento ed è quello che riguarda le startup, finanziate da gestori privati di fondi pubblici, che operano attraverso società “gemelle” o che riportano a delle holding con sede all’estero. La scusa è spesso quella della necessità di aprirsi al mercato internazionale e di poter beneficiare di un ecosistema migliore rispetto a quello che invece latita nel Belpaese. Peccato però che nel fare il grande salto, ai fondi pubblici che sborsa il così tanto bistrattato Belpaese, nessuno ci sputi sopra.

 

Le mete preferite sono la California o il Delaware. Con appena un milione di abitanti, il Delaware non è famoso solo per essere il secondo Stato più piccolo degli Stati Uniti: la sua giurisdizione in tema di diritto societario lo configura a tutti gli effetti come una sorta di zona franca, fuori da ogni black list, patria di conti offshore legalizzati.

 

Aprire una società in questo piccolo paradiso fiscale è più semplice di quanto si possa immaginare. Non è necessario essere cittadini o risiedere negli Stati Uniti, né scomodarsi di persona recandosi in un ufficio dall’altra parte dell’Atlantico per firmare pile di scartoffie. Esistono agenzie specializzate e liberi professionisti che si occupano di sbrigare tutte le pratiche necessarie per poche centinaia di euro anche via internet. La trafila può richiedere pochi giorni o addirittura poche ore. Le forme societarie preferite sono la Corporation e la Limited Liability Company.

 

I vantaggi di questo schema non sono pochi. Condizioni di riservatezza assoluta e una notevole blindatura di carattere legale per gli amministratori. Ma soprattutto, gli utili delle società costituite nello stato del Delaware, che non operano sul territorio degli Stati Uniti, sono esenti da tassazione così come tutti gli eventuali trasferimenti, aumenti di capitale, beni mobili e immobili riconducibili a tali società. E’ anche un modo per dirottare i profitti verso gli stati a tassazione più agevolata ottenendo invece ricavi marginali o nulli nelle controparti italiane. In altre parole l’Italia sovvenziona le startup, sborsa i soldi, ma da questo sforzo di natura finanziaria trae benefici insignificanti.

 

Una valanga di soldi senza controllo

 

Il perché manchi un controllo efficace sul modo in cui viene impiegata questa enorme valanga di denaro pubblico è un mistero. Il perché si conceda a dei gestori privati un così ampio margine di discrezionalità sul suo utilizzo è del tutto incomprensibile. Il perché non esistano rendicontazioni analitiche, aggiornate, di natura economico-finanziaria che diano un’idea del beneficio dell’utilizzo di tali fondi nell’economia nazionale è inaccettabile. Il perché a un certo numero di startup innovative vengano destinati centinaia o addirittura milioni di euro per sovvenzionare modelli di business destinati già dalla nascita a una prematura scomparsa è inspiegabile.

 

Tutto questo mentre la piccola e media impresa volgarmente definita “classica”, quella che produce ricchezza, viene stritolata dagli effetti della crisi e tanti piccoli startupper, con buone idee in testa e soprattutto nella pratica, vengono snobbati e messi ai margini da questo “ecosistema”, fatto di pochi, che non mira a fare impresa ma solo ad autoalimentarsi per mantenersi in vita.

 

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