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Mercato unico tlc: troppo ‘timido’ il pacchetto Kroes?

Unione Europea


Riuscirà il nuovo pacchetto telecom europeo presentato ieri da Neelie Kroes ad abbattere le frontiere digitali dando a cittadini, imprese e operatori della Ue la possibilità di godere dei vantaggi di un vero mercato unico?

I commenti ‘a freddo’ sulla proposta non sono, in realtà, molto magnanimi col nuovo regolamento, che – secondo analisti, politici e società del settore – difficilmente potrà riuscire nel suo intento di rilanciare gli investimenti nelle reti a banda larga, di riavviare il motore della crescita economica e di fornire nuove garanzie ai cittadini, almeno non a breve come sperato.

 

Certo, ci sono alcune buone nuove per i consumatori che in un’ottica ‘politica’ potranno servire in vista delle prossime elezioni, ma – per dirne una – è palpabile la delusione per il fatto che poco o niente è stato incluso nella riforma per risolvere il problema della frammentazione del mercato: molti attendevano in questo senso la creazione di un regolatore unico europeo e un sistema armonizzato di assegnazione dello spettro. La proposta della Commissione si limita invece a introdurre un sistema di ‘autorizzazione unica’ per operare in tutti i 28 Stati membri (invece di 28 autorizzazioni diverse) che permetterebbe a un operatore che offre servizi all’estero di essere soggetto ai dettami del regolatore del proprio paese d’origine. Questo, dicono gli osservatori, non garantisce un miglioramento della concorrenza, soprattutto se i regolatori nazionali tenderanno a privilegiare gli interessi degli operatori nazionali invece che dei consumatori del paese che li ospita.

Il fatto poi che la Commissione potrà opporre un veto alla vendita di spettro se questa crea barriere al mercato interno è una soluzione che non incoraggia gli operatori a ‘pensare continentale’, a differenza di quello che si sarebbe ottenuto introducendo un sistema d’asta europeo.

 

Secondo le valutazioni James Allen e Tim Harrabin di Analysys Mason l’effetto complessivo della riforma non sarà positivo per gli investimenti, “nonostante la retorica della Commissione”.

In particolare, la proposta di obbligherà le società a non fatturare, per le chiamate intraunionali da rete fissa, tariffe più elevate di quelle previste per una chiamata nazionale a lunga distanza “non è efficace”, dicono gli analisti perchè “adeguare forzatamente i prezzi delle chiamate internazionali a quelle nazionali vuol dire che i ricavi degli operatori scenderanno anche se, come è inevitabile, gli operatori aumenteranno i prezzi delle chiamate nazionali per compensare la riduzione dei margini e lo stesso vale per il roaming”.

In  ultima analisi, suggeriscono, “qualsiasi cosa riduca il fatturato degli operatori non è una buona cosa per gli investimenti”.

 

Per Anne Bouverot, Direttore Generale della GSM Association, “La Commissione ha giustamente individuato la necessità di incrementare gli investimenti nel settore delle comunicazioni per trainare l’economia nel suo complesso, ma il pacchetto doveva fare di più per sostenere questo obiettivo. C’è bisogno di un approccio di completo e approfondito”.

 

Gli operatori della rete fissa, dal canto loro, hanno accolto favorevolmente la raccomandazione sulle metodologie di determinazione dei costi e sugli obblighi di non discriminazione, che dovrebbe servire a dare certezza a chi investe ma – secondo Telefonica, ad esempio – “la proposta non garantirà i risultati attesi in termini di competitività e i vantaggi per i consumatori attraverso gli investimenti, la crescita e l’occupazione”.

 

Il sentire comune, insomma, sembra essere che la proposta della Commissione introduce alcuni cambiamenti positivi ma risulta troppo ‘timida’ per raggiungere il risultato di creare un #ConnectedContinent. Ora non resta che aspettare il giudizio del Parlamento e degli Stati membri, che ancora devono dire la loro sul pacchetto.

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