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eSkill: l’Italia soffre più degli altri paesi Ue per la carenza di professionisti dell’ICT

Italia


Lo diceva già un rapporto McKinsey del maggio del 2011: nelle economie più avanzate, come il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca, la internet economy vale, rispettivamente, il 7,2%, il 6,6% e il 4,3% del PIL, mentre in Italia vale appena il 2%.

In un’Europa in cui la disoccupazione giovanile è senz’altro il problema più impellente – non lavora nella Ue un giovane su quattro con punte di quasi 6 su 10 in Grecia, uno su due in Spagna e quasi 4 su 10 in Italia – fa inoltre specie ricordare che, secondo i calcoli della Commissione europea entro il 2015 ci saranno circa 900mila posti di lavoro vacanti a causa della scarsità di figure professionali specializzate in information and communication technology.

Questi dati sono riemersi stamani nell’ambito dell’evento “Professioni e formazione nel 21° secolo”, organizzato da Glocus per fare il punto, tra le altre cose, su come l’ICT potrebbe dare una mano nella ricerca di occupazione.

Mancano all’appello: progettisti di sistemi informatici, consulenti di software, analisti e sviluppatori di applicazioni, esperti di usabilità e accessibilità, medici e operatori sanitari specializzati nell’assistenza domestica grazie alla domotica, ingegneri esperti nella tecnologie a basso impatto ambientale, esperti di sicurezza dei sistemi.

E di questa mancanza di digital skills comincia a soffrire anche il comparto manifatturiero italiano, il secondo in Europa per esportazioni dopo la Germania.

 

Gli stessi settori dell’istruzione e della formazione sono usciti radicalmente trasformati dalla rivoluzione digitale ed è in questi comparti che si concentrerà la domanda di lavoro nel prossimo triennio.

“L’unico modo per uscire da una situazione che vede il tasso di disoccupazione giovanile italiano al 40,5% – si legge nel paper Glocus “Professioni e formazione nel 21° secolo” – è quello di riallineare l’offerta di lavoro alla domanda del mercato, riformando alla base il sistema dell’istruzione e della formazione. Non basta dunque una politica degli incentivi per le assunzioni, ma servono degli interventi volti a preparare i lavoratori ad un mercato ormai cambiato”.

Ma come fare? La ricetta di Glocus prevede innanzitutto la riforma del diritto del lavoro e l’introduzione della flexsecurity e, quindi, una riorganizzazione dell’istruzione, a partire già dai cicli della prima infanzia.

 

Il nostro Paese, ha affermato il presidente di Glocus, Linda Lanzillotta, parte in ritardo, perchè “abbiamo di fatto mancato l’obiettivo che l’Europa si era data per il 2000/2010: l’agenda di Lisbona ci diceva di puntare tutto sulla formazione, sulla ricerca, sull’innovazione, ma sappiamo com’è andata: nell’ultimo quindicennio il settore dell’education è stato il più definanziato del bilancio pubblico a vantaggio dei settori della previdenza e della sanità”.

In particolare i consumi pubblici per le spese sanitarie italiane dal 1980 al 2009 sono aumentati dal 29,7% al 33,8%, mentre l’istruzione ha visto scendere la quota dal 25,7% al 20%.

“Abbiamo speso per gli anziani anche le risorse che dovevano costruire il futuro per i giovani – ha concluso Lanzillotta – ora dovremmo restituirgliene almeno una parte”.

 

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