Banda larga: rete unica o consolidamento del mercato? Le telco a un bivio dopo i tagli al budget Ue

di Alessandra Talarico |

Dai 9,2 mld previsti, nei prossimi 7 anni ci sarà solo 1 mld di fondi Ue per la banda larga. A rischio i target dell’Agenda digitale, mentre gli operatori storici sono alle prese con il 3° anno consecutivo di calo dei ricavi e la concorrenza degli OTT.

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Banda larga

Visto che i finanziamenti alla banda larga sono stati falcidiati dal budget pluriennale europeo per il periodo 2014-2020, le telco del continente devono entrare nell’ottica che dovranno trovare da soli la strada per uscire dalla crisi, dopo il terzo anno consecutivo – il 2011 – di calo dei ricavi.

I tagli al budget lasciano l’amaro in bocca: sarà difficile in queste condizioni rispettare gli obiettivi dell’Agenda digitale, ha avvertito il Commissario Neelie Kroes, anche perchè il mercato europeo è estremamente frammentato e sovraffollato – solo nella rete fissa si contano circa 1.200 operatori ma sono pochi quelli in grado di affrontare le spese multimiliardarie necessarie per rendere ubique le reti ultrabroadband.

Ai regolatori europei e ai governi nazionali, dunque, il compito di definire politiche che incoraggino la concorrenza e gli investimenti nel settore e questo potrebbe includere anche la necessità di non ostacolare il consolidamento del settore: spiega il Financial Times che “come per le compagnie aeree, il settore europeo delle tlc potrebbe trarre beneficio da un minor numero di compagnie a condizione che il mercato sia ancora aperto a nuovi arrivati e governato da rigide regole antitrust”.

 

Gli ex monopolisti europei, da Telecom Italia a France Telecom, da Deutsche Telekom a KPN, non hanno ancora un’opinione condivisa in questo senso: si è parlato di creare una grande rete europea, ma il progetto non è di facile esecuzione visto l’elevato numero di attori coinvolti e gli alti interessi in gioco.

Certo è che nessuna di queste aziende può pensare di vedere tornare i giorni andati, quando sui mercati domestici non c’era nessun altro competitor: oggi, le telco devono vedersela non solo con newcomer agguerritissimi (come Free in Francia o Jazztel in Spagna) ma anche con l’avvento di nuovi servizi come Skype e WhatsApp che prosciugano i già risicati ricavi.

La conseguenza è che le aziende perdono redditività e quote di mercato, faticano a contenere i debiti e non hanno abbastanza risorse per investire quanto necessario.

 

La soluzione, come per tutte le crisi, non è semplice né indolore: “il settore è sostanzialmente diverso – nota sempre il Financial Times – da quello automobilistico o farmaceutico, perchè l’espansione sui mercati più redditizi dell’Asia e del Nord America è molto difficile da realizzare e l’insufficiente liquidità rende difficoltose eventuali acquisizioni all’estero”.

 

Anche sui mercati in cui questi gruppi sono riusciti a ritagliarsi una discreta quota di mercato, i profondi cambiamenti strutturali hanno inasprito la guerra dei prezzi.

Ecco quindi che alla luce di questo complesso scenario, le fusioni tra società di paesi diverse cominciano ad assumere un significato, a patto che non abbiano come unico effetto quello di far rinascere vecchi colossi a scapito della necessaria innovazione e degli investimenti più volte invocati per fare dell’Europa un Continente connesso.

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