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WCIT12: netta opposizione alla proposta di Usa e Canada

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Non ha ricevuto il sostegno sperato la proposta, avanzata ieri da Usa e Canada al WCIT-12, volta a limitare le regole ITU ai soli operatori telefonici, lasciando fuori dalla loro portata le web company come Google, Facebook o Amazon.

 

La proposta sottoposta dagli Usa al WCIT-12 è un testo di appena tre pagine ma da cui emerge la chiara volontà degli Usa – che rappresentano appena l’11% degli utenti internet mondiali – di imporre la propria posizione (e quella delle sue web company) al resto del mondo: “Internet si è evoluto per operare in un ambiente separato e distinto che va al di là del campo di applicazione o del mandato delle ITRs o dell’ITU”, si legge nella proposta, che prosegue sottolineando come i gruppi che hanno finora alimentato lo sviluppo di internet – l’Internet Engineering Task Force (IETF), il World Wide Web Consortium (W3C), il Regional Internet Registries (RIRs) e l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) – “sono in grado più dell’ITU di rispondere con la velocità e la flessibilità richiesta in questo ambiente in rapida evoluzione”.

La proposta conclude con l’affermazione che “gli Stati Uniti si oppongono all’aggiunta di disposizioni alle ITRs che potrebbero essere interpretate per restringere le scelte a disposizione dei governi nella regolamentazione dei loro sistemi nazionali di telecomunicazione”.

 

“Vogliamo assicurarci che (la revisione del Trattato) resti rigorosamente concentrata sul settore telecom”, ha quindi affermato l’ambasciatore Usa Terry Kramer.

Il rappresentante Usa sperava in una rapida approvazione della richiesta americana. Ma così non è andata. Se ne riparlerà venerdì.

 

In risposta alla campagna, alimentata da Google, sui pericoli per la libertà della rete derivanti dalle decisioni approvate in seno alla Conferenza, il Segretario Generale dell’Agenzia Onu, Hamadoun Tourè ha innanzitutto bollato come falsità le affermazioni secondo cui l’ITU potrebbe piegarsi alla volontà dei regimi repressivi e consentire una censura indiscriminata di internet. “Sono completamente d’accordo che questo non debba accadere”, ha affermato Tourè, che ha quindi aggiunto: “Mi sembra essenziale, fondamentale per il futuro e la credibilità dell’ITU e per l’immagine che vogliamo proiettare al mondo esterno, e tenuto conto di tutte le varie teorie della cospirazione che circolano in relazione alle libertà individuali in questo incontro, sottolineare  che sarebbe una buona idea riconoscere esplicitamente il diritto fondamentale e già riconosciuto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, alla libertà di espressione. Ciò per contribuire a evitare che le persone distorcano la causa e lo scopo di questa conferenza”.

“Si tratta – ha aggiunto – di un diritto universale, che è già stato negoziato e concordato dai nostri membri. Ma un riferimento esplicito ad esso, credo, sarebbe utile all’inizio di un Trattato di questo tipo per dissipare ogni potenziale equivoco sull’intera questione”.

 

“Tutti hanno il diritto alla libertà di opinione e di espressione. Questo diritto include la libertà di avere opinioni senza interferenze e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere” ha detto ancora il Segretario Generale ITU.

 

La proposta di implementare tutte le disposizioni delle ITRs in conformità con l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti umani è arrivata tra l’altro dalla Tunisia, un Paese arabo che certo non è indifferente alla censura e al filtraggio dei contenuti.

Touré ha quindi sottolineato che “Questa conferenza non ostacolerà il diritto di proteggere la libertà di espressione, il diritto di comunicare e il diritto alla privacy”.

In riferimento alla governance di Internet, quindi, Tourè ha affermato che “l’ITU non intende svolgere un ruolo nelle risorse critiche di internet come i nomi di dominio  e che l’ITU non ha alcun mandato volto a sfidare il ruolo e le competenze dell’Icann”.

 

L’ITU è l’agenzia ONU più antica: fondata nel 1865 conta 193 Stati membri e 700 rappresentanti del settore privato, del mondo accademico e delle organizzazioni non governative.

Tra questi, non c’è Google, che avrebbe potuto unirsi all’ITU in rappresentanza del settore privato con la facoltà di partecipare ai meeting preparatori della Conferenza. La scelta di non farlo, vizia già in partenza le accuse provenienti da Mountain View e secondo cui l’ITU prenderebbe decisioni ‘a porte chiuse’.

Decisioni che, inoltre, vengono basate su proposte avanzate da ciascun Stato membro e approvate all’unanimità.

 

Cosa c’è dunque, dietro la campagna portata avanti da Google e dalla delegazione Usa contro il WCIT-12?

La risposta più immediata è anche la più semplice: i soldi e la volontà degli  Stati Uniti di imporre la loro visione e il loro modello di deregulation dei servizi a banda larga, tra l’altro definito prossimo al collasso da diversi osservatori d’oltreoceano (qui e qui due diverse opinioni sull’argomento).

 

Ma, come nota Jody Westby su Forbes “Il governo degli Stati Uniti semplicemente non più andare alle riunioni ITU con un grande NO sulla schiena e cercare di spingere tutti ad accettare la loro posizione. Gli Stati Uniti hanno detto che l’ITU non dovrebbe essere coinvolto nelle questioni inerenti la criminalità informatica, non dovrebbe aiutare i paesi a creare i CERT, non dovrebbe impegnarsi in attività di sicurezza informatica e ora non dovrebbe essere coinvolto neanche nella funzione per cui è stato creato. Questo non ci porta da nessuna parte”.

“Gli Stati Uniti – conclude – hanno bisogno di rendersi conto che agli altri paesi importa sempre meno cosa pensano gli Usa sulle questioni di Internet (…) Il governo degli Stati Uniti ha bisogno di virare e cambiare rotta e ammettere che un po’ di leadership globale aiuterà a proteggere gli interessi economici e di sicurezza nazionale”.

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