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Quel pasticciaccio del Rapporto ministeriale sulle startup

Italia


Il Rapporto Restart Italia dedicato alle startup e promosso dal ministero dello Sviluppo Economico è viziato da potenziali conflitti di interesse?

 

E’ quanto sostenuto nell’articolo Politica e Task Force del Ministro Passera: ecco come inquineranno l’ecosistema italiano delle startup a firma di Antonio Lupetti  e pubblicato sul suo blog Woorkup.

Antonio Lupetti è un giovane attento, osservatore critico del mondo delle tecnologie, scevro da atteggiamenti di integralismo digitale e il suo intervento ha scatenato un putiferio in rete.

 

Ma procediamo con ordine.

Il Rapporto è stato consegnato il 9 luglio scorso al ministro Corrado Passera e presentato ufficialmente lo scorso 13 settembre alla presenza dello stesso ministro presso un’azienda privata, la H-Farm di Roncade (Treviso).

 

Il tutto era iniziato, come riportato dal sito del ministero, “…all’Open Day dello scorso 26 maggio, nel corso del quale il Ministro aveva raccolto le proposte di startupper, investitori e diversi operatori del mondo dell’innovazione.”

Il risultato è un Rapporto di 180 pagine, realizzato con 8 riunioni plenarie, un questionario inviato a 300 stakeholder e un lavorio via mail senza fine.

A scriverlo un gruppo di lavoro, chiamato Task Force, composto da 12 persone (Andrea Di Camillo, Massimiliano Magrini, Paolo Barberis, Riccardo Donadon, Luca De Biase, Mario Mariani, Giorgio Carcano, Donatella Solda-Kutzmann, Selene Biffi, Annibale D’Elia, Enrico Pozzi, Giuseppe Ragusa) e coordinato da Alessandro Fusacchia, consigliere di Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico.

 

E qui sorgono i problemi.

Non si discutono le qualità o i meriti dei singoli, tutte persone competenti, pur con diverse connotazioni.

La metà di questa Task Force, come è apparso agli osservatori più attenti, è però rappresentata da esponenti di società o di interessi di incubatori o venture capitalist, ovvero imprese o enti che hanno interessi concreti nelle decisioni che il governo assumerà per lo sviluppo di questo importante settore.

 

La tesi di Lupetti, che con il suo articolo ha sollevato un sempre salutare polverone, è molto semplice.

 

Egli si chiede il perché “…alcuni dei componenti della Task Force che ha redatto e firmato questo Rapporto siano proprio a capo di venture incubator nazionali di notevole peso, acceleratori e privati investitori“.

 

Poi va oltre e insiste: “…Ho una domanda sul perché fondi pubblici destinati all’innovazione e alle startup debbano essere dirottati nelle mani di pochi soggetti privati, sulla base di considerazioni che loro stessi hanno formalizzato in un documento spacciato come ricetta per far ripartire il Paese“.

 

Certo ci si potrebbe anche chiedere perché il ministero non abbia fatto ricorso ad alcuna risorsa del ministero.

Eppure non mancano le professionalità nella struttura interna.

 

O perché non abbia fatto ricorso a una struttura terza fatta di professionisti della ricerca e analisti del settore, magari arricchiti da una sempre utile multidisciplinarità.

Magari loro avrebbero potuto audire anche quella metà della Task Force che figura identificabile o accorpabile agli interessi diretti di incubatori, acceleratori e venture capitalist.

 

Invece no.

 

Come abbiamo rilevato, una Task Force fatta di persone provenienti dall’esterno e la metà di esse provenienti da strutture legate con interessi diretti alle future decisioni che il ministero assumerà in ambito di startup probabilmente entro la fine del mese. E si tratta di svariate decine di milioni.

Una caduta estetica che è anche di sostanza.

 

Siamo, così, corsi a leggere con attenzione il Rapporto e in effetti, nel capitolo dedicato alla Crescita (paragrafo 2.2.1) si sollecita la nascita di un Fondo dei Fondi (sul modello israeliano, per intenderci) e di un Fondo dedicato ai cosiddetti investimenti seed.

 

Addirittura al successivo paragrafo 2.2.2 si chiede la certificazione di incubatori e acceleratori, sempre ben rappresentati e ad altissimo livello all’interno della Task Force che ha redatto il Rapporto ministeriale.

 

Immediatamente dopo si invocano misure di sostegno agli incubatori e acceleratori.

 

Insomma appare difficile digerire una impostazione del genere.

Certo, si dirà: “…ma queste sono le cose da fare“.

E’ vero, ma è anche vero che non devono essere quelle le persone che lo chiedono.

In altre circostanze sarebbe stato più corretto che acceleratori e incubatori esercitassero azioni di lobby dall’esterno, come si fa in tutto il mondo, senza usare cavalli di Troia.

La lobby si fa per orientare le decisioni a partire dai propri interessi dichiarati.

Non si può stare dall’altra parte del tavolo offrendo la propria contribuzione come parere di esperto, ammantando le aspettative del proprio gruppo di interesse come “pareri da esperto”.

 

Naturalmente il post di Antonio Lupetti ha scatenato una bagarre di pro e contro.

 

In molti si sono chiesti: “…si deve valutare nel merito se le cose che hanno scritto sono quelle giuste, il resto è la polemica distruttiva di sempre“.

 

Si comprende il tenore dell’osservazione.

Ma se scoprite che il vostro attento e professionale dentista non è altri che un impostore (ovviamente non è il caso dei membri della task force), neanche laureato, di cui eravate particolarmente contenti e lo apprendete magari dal Gabibbo di Striscia la Notizia, cosa fate?

Continuate ad andarci (ammesso che il falso dentista continuasse impunemente la sua attività illecita) o vi lamentate con chi lo ha smascherato considerando “…si deve valutare nel merito se le cose che hanno detto e scritto sono quelle giuste, il resto e polemica distruttiva di sempre“.
Certamente smetterete di andarci, anche se, tutto sommato, vi sembrava anche bravo.

In sostanza, il problema sollevato non è di contenuti (che nel caso del Report sono di elevata qualità) ma di forma (del tutto elusa), che quando violata inficia tutto ciò che viene dopo a partire dalla bontà del progetto.

 

Speriamo di non finire in televisione e in compagnia del Gabibbo per parlare di startup.

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