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Frequenze: ancora polemica su assegnazione ventennale. Secondo gli esperti, ‘Use it or lose it’ per non favorire i soliti noti

Italia


Non si attenua la polemica in merito ai provvedimenti del Ministero dello Sviluppo economico per l’assegnazione dei diritti d’uso definitivi delle frequenze televisive.

Il nodo centrale della disputa riguarda la prevista durata dei diritti d’uso che, analogamente a quanto previsto da altri settori delle tlc, è di 20 anni, così come consentito dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche e dal regolamento Agcom 353/11/CONS, secondo cui il periodo di rilascio dev’essere adeguato per consentire l’ammortamento degli investimenti necessari per la valorizzazione delle infrastrutture che operano su tali frequenze (Leggi Articolo Key4biz).

 

Alle emittenti nazionali sono state rilasciate complessivamente 19 frequenze (16 in DVBT: 4 a Rai, 4 a Mediaset, 3 a Telecom Italia Media e 5 ad altri soggetti; 3 in DVBH), coerentemente alla pianificazione concordata in sede comunitaria e attuata con la delibera Agcom 181/09 Cons. A questa prima tranche si aggiungeranno altre 6 frequenze, che saranno assegnate secondo la gara a offerta economica recentemente stabilita dal Governo, per la quale l’Agcom entro agosto dovrà emanare il disciplinare (Leggi Articolo Key4biz).

Significa che per 20 anni le tv avranno il diritto di usare quelle frequenze per la tv digitale terrestre mentre prima avevano solo un ‘titolo provvisorio‘ a usarle.

 

Secondo il parere di alcuni addetti ai lavori, “L’operazione ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio blitz”.

“All’asta per la banda 700 chi ci guadagnerà saranno le Tv e non lo Stato che s’è spogliato di un proprio diritto”.

“Il rischio è reale – sottolineato gli esperti – l’unica possibilità che ha il governo di uscire dall’impasse è avviare una rigorosissima politica sul reale uso delle frequenze, perché non si può accettare che un bene così prezioso, parliamo di svariati miliardi di euro, possa essere sottoutilizzato“.

Cosa fare allora?

“Un monitoraggio che garantisca che le frequenze non vengano accaparrate sine cura, ma si osservi il principio anglosassone ‘Use it or lose it'”.

 

“Altro aspetto essenziale – dicono ancora gli esperti – il MiSE deve essere in grado di adeguare i canoni che pagano le tv, come già previsto nel decreto di annullamento del beauty contest. Solo così, ritoccando i canoni, ci sarà la possibilità di uscire forse indenni da questa situazione, altrimenti l’Italia avrà perso una grande occasione e favorito i soliti noti“.

Il Commissario Agcom uscente Nicola D’Angelo ha inviato una lettera ai vertici dell’Autorità per chiedere spiegazioni e per denunciare come tale assegnazione comprometta il futuro dello spettro nazionale.

Secondo Paolo Gentiloni (PD), l’assegnazione ventennale costituisce un danno alle casse dello Stato e alla future aste per il digitale terrestre e la banda larga mobile: “Si è creato un pregiudizio che ingessa l’etere televisivo e che rischia di danneggiare le casse dello Stato per parecchi milioni di euro”.

 

Per Vincenzo Vita (PD), è doveroso un chiarimento sulla trasformazione dei titoli autorizzatori in favore dell’emittenza televisiva nazionale da provvisori in definitivi perché, ha spiegato, il presupposto giuridico per tali atti è il completamento del piano nazionale di assegnazione delle frequenze.

 

Felice Belisario (IDV), ha presentato una interrogazione parlamentare, chiedendo al Ministro Passera di chiarire il rinnovo delle autorizzazioni per le frequenze tv.

 

Il prof. Antonio Sassano, docente della Sapienza, è preoccupato per i condizionamenti posti al coordinamento internazionale riguardo allo sfruttamento delle frequenze e per l’asta per la banda larga mobile.

Su Affari&Finanza di oggi, Sassano spiega che, “grazie a queste assegnazioni ventennali, il diritto di ogni operatore a mantenere la frequenza assegnata o una frequenza ‘equivalente’ diventerà difficilmente contestabile”.

“Le emittenti – ha aggiunto il professore – saranno le vere proprietarie dello spettro televisivo. Di conseguenza, una rivoluzione del numero di frequenze destinate alla tv sarà impossibile e con essa il coordinamento internazionale e la liberazione della banda 700”.

“In altre parole – ha concluso Sassano – esiste un rischio concreto che l’Italia non riesca a cogliere tutti i vantaggi di una progressiva assegnazione delle frequenze televisive alla banda larga mobile e che abbia effettuato assegnazioni definitive che non potranno mai essere coerenti con il quadro europeo e internazionale”.

 

Il tutto metterebbe in serio rischio gli impegni presi dall’Italia in seno all’Unione europea per la Digital Agenda e in sede ITU, dove s’è deciso che, dal 2015, la banda 700 MHz sarà co-primaria tra tv e banda larga mobile.

 

Marco Mele del Sole24Ore scrive: “E’ un fatto gravissimo: la nuova Agcom non si è insediata (se ne occuperà mai?) , non è stato firmato alcun accordo di cooperazione internazionale con i paesi confinanti, su molte frequenze vi è un contenzioso aperto (Europa 7, tra gli altri), la Rai trasmette in digitale su alcune frequenze non coordinate e coordinabili – e non si vedono i canali Rai in troppe località: è uno scandalo ignorato dall’informazione . Telecom Italia Media reclamava un quarto multiplex. C’era bisogno di andare così in fretta a regalare frequenze per un periodo che equivale quasi all’eternità, visti i cambiamenti in atto?”

 

Qualcuno ha asserito che Mediaset abbia ottenuto ciò che voleva e che la decisione sia stata presa proprio a ridosso delle votazione dei nuovi vertici Rai in Vigilanza, deve il Pdl aveva minacciato di far mancare il numero legale.

 

Per Passera si tratta solo di “sciocchezze“.

E’ un lavoro che dura da mesi – ha spiegato il Ministro – stiamo rispettando norme esistenti. C’era una scadenza del 30 giugno e tutto è stato fatto come si doveva fare”. La scadenza era stata introdotta dalla Finanziaria 2010 di Tremonti che prevedeva “l’obbligo di trasformare i titoli provvisori (rilasciati a livello regionale dal 2008 al 2012) in definitivi entro il 30 giugno 2012, in coincidenza con il passaggio al digitale su tutto il territorio nazionale”.

 

Secondo Affari&Finanza, l’interpretazione che filtra dal ministero è la seguente: se il governo avesse mancato il termine di assegnazione al 30 giugno (la comunicazione è del 10 luglio ma il termine di giugno sarebbe nella sostanza rispettato) sarebbe saltata la gara per le frequenze ex beauty contest e proprio a vantaggio di Mediaset. Ecco come. Dal primo luglio vale anche in Italia il principio Ue della neutralità tecnologica. Ma non è retroattivo. Vuole dire che se Mediaset avesse ricevuto l’assegnazione delle sue quattro frequenze DVB-T  e di quella DVB-H  dopo il primo luglio, avrebbe potuto iniziare a usare la frequenza DVB-H per la normale tv senza dover chiedere niente a nessuno. Non avrebbe necessità di partecipare alla gara ex beauty contest perché ha già raggiunto il suo tetto massimo di frequenze controllabili: avrebbe in sintesi la sua quinta frequenza tv gratuita. Ma senza Mediaset l’asta per le frequenze ex beauty contest perde molto del suo potenziale valore. Un valore che in questa fase di crisi e di mercati deboli non raggiungerebbe comunque mai i miliardi della passata asta Lte, ma non sarebbe comunque da buttare via.

 

Contro questa linea di pensiero ‘ministeriale’, sempre secondo Affari&Finanza, c’è invece l’altra secondo cui a Mediaset conviene che le cose siano così come sono ora. Fino all’asta si tiene la sua frequenza DVB-H così come è e non raggiungendo il limite delle 5 frequenze tv può partecipare alla gara, che avrà comunque valori di base non proibitivi. Acquisisce la quinta frequenza a poco prezzo (perché il mercato è debole e i valori calano). E solo dopo chiederà in nome della neutralità tecnologica di trasformare la frequenza DVB-H nella sesta frequenza tv. E’ vero però che a quel punto questa “trasformazione” non sarà più automatica (come sarebbe stato in caso di assegnazione posteriore al 30 giugno) ma dovrà essere autorizzata dal governo. Ed è una trasformazione che Corrado Passera, assicura chi lo conosce bene, non avrebbe alcuna intenzione di concedere. Per cui finché ci sarà il governo Monti, Mediaset non avrà sei frequenze. Dopo le elezione del 2013, si vedrà: dipenderà dal nuovo inquilino di Palazzo Chigi.

Aeranti-Corallo ha inoltrato una nota al Sottosegretario Massimo Vari e al Direttore Generale Francesco Saverio Leone per evidenziare che l’art. 1, comma 10 della legge n. 220/2010 stabilisce che l’assegnazione definitiva dei diritti di uso delle frequenze debba avvenire, anche attraverso la trasformazione del rilascio provvisorio, prima del definitivo spegnimento dell’analogico, e ha inoltre evidenziato che tale norma si riferisce sia agli operatori di rete in ambito nazionale, sia agli operatori di rete in ambito locale e che, nonostante l’avvenuto passaggio al digitale terrestre, avvenuto lo scorso 4 luglio (Leggi Articolo Key4biz), la DGSCER non ha ancora provveduto al rilascio dei diritti di uso definitivi a favore degli operatori di rete in ambito locale.

 

Aeranti-Corallo ha quindi chiesto che tale rilascio avvenga al più presto e, comunque, non oltre il mese di luglio.

 

Il Ministro Corrado Passera ha anche fissato che il rilascio dei diritti di uso ventennali riguarderebbe sia i broadcaster nazionali che le emittenti locali, precisando che “lo Stato potrà comunque apporre limitazioni, condizioni e obblighi sulle frequenze date in uso, anche in seguito a disposizioni comunitarie che dovessero essere emanate in materia, a deliberazioni adottate dall’Autorità nonché ad atti e provvedimenti emanati dal Ministero dello Sviluppo economico.”

“Per tale ragione – si legge ancora nella nota del MiSE – nello stesso provvedimento è previsto che il diritto d’uso possa esercitarsi su frequenze diverse da quelle assegnate, che consentano un’eguale capacità trasmissiva”.

 

 Aeranti-Corallo resta ora in attesa di prendere visione del contenuto di tali provvedimenti, non appena gli stessi verranno rilasciati, al fine di poter valutare ogni aspetto della problematica e comprendere se gli operatori di rete locali siano stati disciplinati, come previsto dalla legge, in modo analogo agli operatori di rete nazionali.

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