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Privacy: Apple e Sony bacchettate da Viviane Reding. ‘Casi che minano la fiducia dei consumatori’

Unione Europea


In una società che si basa sempre più sullo scambio di informazioni, emerge pressante la necessità di trovare il giusto equilibrio tra la la tutela dei dati personali e la libera circolazione delle informazioni. I recenti casi del furto di dati dai server Sony (leggi articolo) e dei cosiddetti ‘smartphone spioni‘ (leggi articolo) hanno aperto uno squarcio su quanto ormai le nostre informazioni siano vulnerabili e su quanto facilmente possano essere registrate e monitorate dalle società che ci offrono servizi in apparenza gratuiti, ma che costano, eccome, almeno in termini di privacy.

Il Commissario Ue Viviane Reding, intervenendo a una Conferenza a Bruxelles sul tema delle sfide per la privacy legate alle moderne tecnologie di comunicazione, ha parlato dell’esigenza di coniugare la libera circolazione dei dati e una maggiore trasparenza sul trattamento di questi dati da parte delle società che li hanno in custodia nei loro server. Server ubicati spesso al di fuori della Ue e sui quali è molto facile entrare, come hanno dimostrato i caso di Sony  e degli smartphone ‘spioni’. Casi che hanno fortemente indebolito, secondo la Reding, la fiducia dei consumatori nelle nuove tecnologie.

 

“Questa fiducia – ha detto il Commissario – deve ora essere restaurata attraverso una buona legislazione, autorità indipendenti di protezione dei dati e una politica di responsabilità per le società che – come stabilito dall’art 17 della direttiva Ue sulla protezione dei dati – devono prendere le necessarie misure tecniche e organizzative per garantire la protezione contro la perdita dei dati e gli accessi ingiustificati”.

 

“Accolgo quindi con favore – ha detto ancora la Reding – il fatto che il ministro bavarese della Giustizia e degli Affari dei consumatori abbia chiesto a Sony di rivedere con urgenza i sistemi di sicurezza dei dati dei clienti e abbia aperto un’indagine sulla raccolta illecita di dati da parte di Apple. Penso che sia importante – ha aggiunto – che gli utenti vengano informati se qualcuno ha avuto accesso illecito ai loro dati”.

Tale obbligo è stato introdotto quattro anni fa nel settore delle telecomunicazioni e potrebbe essere esteso anche  ad altri settori.

 

“Oggi, ognuno di noi è un data center mobile: tablet, smartphone, navigatori GPS hanno portato a una fusione tra il mondo reale e quello virtuale. Possiamo accedere a internet in qualsiasi momento e dalle informazioni sulla nostra posizione – quando si viaggia, le autorità di raccolgono i dati dei passeggeri aerei, le smart card memorizzano tutti i nostri movimenti nel trasporto pubblico, le carte bonus registrano le nostre preferenze quando facciamo shopping – anche altri (enti pubblici e aziende) possono creare facilmente un profilo dei nostri movimenti e delle nostre azioni”, ha aggiunto la Reding sottolineando che le problematiche sono destinate ad aumentare con la  crescente diffusione di nuove tecnologie come i tag RFID o i sistemi di pagamento mobili NFC.

 

In vista della revisione della direttiva sulla privacy, risalente al 1995, è quindi necessario tenere in contro tutti questi fattori per mettere in atto una nuova legislazione al passo coi tempi ma, soprattutto, a ‘prova di futuro’. Attualmente, infatti, l’Europa è un patchwork di normative differenti, che rischiano di diventare un serio ostacolo al mercato interno. A fare le spese di questa situazione giuridica ambigua e frammentata, poi, sono soprattutto i consumatori.

Kazuo Hirai, responsabile per prodotti consumer e network di Sony ha chiesto scusa ai clienti il 1° maggio per la violazione che ha interessato i dati di circa 100 milioni di utenti, i quali sono stati informati ufficialmente solo una settimana dopo il fatto.

“Sette giorni sono davvero troppi” ha affermato la Reding, sottolineando che Sony avrebbe dovuto informare subito i clienti.

 

La Reding ha concluso rifacendosi al titolo del convegno – “Quanta privacy è necessaria”? – e affermando che la sua posizione sull’argomento è molto chiara: “non si tratta di più o meno privacy. Il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali è indivisibile e siamo obbligati ad applicarlo, anche quando le aziende che trattano i dati degli utenti non sono europee”.

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