Key4biz

Mobile World Congress: Apple non ci sarà, ma iPhone e ruolo delle telco domineranno il dibattito

Mondo


Le conseguenze dello straordinario successo degli smartphone prodotti da Google e Apple sul business degli operatori tlc europei sarà uno dei temi che animeranno il dibattito del Mobile World Congress di Barcellona, che aprirà i battenti il prossimo 14 febbraio.

L’iPhone e i dispositivi intelligenti basati su Google Android – un sistema operativo aperto e già installato su diverse decine di modelli di smartphone e tablet prodotti da diversi vendor – hanno infatti contribuito a ridurre gli operatori telefonici allo status di semplici ‘tubi trasporta bit’, con in più la necessità di investire pesantemente nell’aggiornamento delle reti, per non farle crollare sotto il crescente peso del traffico dati.

Giusto per rendere l’idea della posta in gioco, basti pensare che i 5 maggiori operatori tlc europei europei danno lavoro a 1 milione di persone, contano 1,2 miliardi di clienti, fatturano 300 miliardi di euro l’anno e ne investono 50. Eppure la capitalizzazione di mercato combinata dei 5 operatori attualmente è inferiore a quella di Apple: lo scorso anno, il valore dei titoli del gruppo di Cupertino è cresciuto dell’84%, mentre quello di France Telecom è sceso dell’1,6% e quelli di Deutsche Telekom e Telefonica sono cresciuti, rispettivamente, del 5,3% e dell’8,3%.

Ne emerge, insomma, che gli investitori considerano ormai le tlc allo stesso livello delle utilities: sulla base dei dati elaborati da Bloomberg, sia lo European Telecommunications Services Index che lo European Utilities Index  viaggiano sullo stesso tasso di dividendo, del 5,81%. Le telco, dunque, non sono più considerate titoli in crescita.

Una convinzione confermata anche dai dati relativi al fatturato degli operatori mobili: le vendite di Apple, nel primo semestre, sono cresciute del 39% e quelle di Google del 23%, mentre i profitti organici di Vodafone sono cresciuti dell’1,8% e quelli di France Telecom sono scesi dell’1,2%.

 

Recuperare terreno sta diventando una delle preoccupazioni maggiori delle telco, che stanno cercando in tutti i modi di convincere Apple e Google della necessità di collaborare economicamente all’aggiornamento delle reti, attraverso la cessione di una parte dei loro profitti in cambio di una ‘corsia preferenziale’ per i loro contenuti estremamente voraci di banda.

 

“Società come Apple – ha affermato il Ceo di France Telecom, Stephane Richard hanno bisogno dei nostri investimenti per esistere, ma per la nostra crescita questo non basta…dobbiamo trovare nuove vie per essere più utili ai nostri clienti, attraverso, magari, l’offerta di servizi di mobile banking e sanità elettronica”.
 

Secondo i dati di IDC, le connessioni dati mobili cresceranno in media del 15% all’anno, per giungere a quota 270 milioni nel 2014, con tutta una serie di nuovi servizi e applicazioni – dai giochi all’intrattenimento fino agli strumenti per il business e la produttività – che genereranno un fatturato di 40 miliardi di dollari nel 2014.

Di fronte a un tale boom, si presentano tre importanti problematiche: il bisogno di infrastrutture; il bisogno di importanti investimenti e la necessità di gestione, ossia: chi gestirà questo traffico? E soprattutto, chi pagherà l’aggiornamento delle reti?
 

Una battaglia che, per gli analisti, difficilmente gli operatori riusciranno a vincere e i cui contorni probabilmente monopolizzeranno il dibattito nei mesi a venire.

Gli attori della catena continuano infatti a rimpallarsi le responsabilità: secondo gli operatori telefonici – che hanno trovato un ‘complice’ nel ministro britannico della cultura Ed Vaizey (leggi articolo) – le web company dovrebbero contribuire agli investimenti e accettare il fatto che, se immettono in rete contenuti molto voraci di banda (come ad esempio i video di YouTube) dovrebbero pagare un ‘pedaggio’ più alto. Ma, si chiede Stuart Orr di Accenture, se non sono i proprietari di quei contenuti, “con quale diritto gli operatori potrebbero obbligare i fornitori a cedere loro una parte dei loro profitti?”

Secondo Stephane Richard, Ceo di France Telecom, “Google ha un ritorno del 33% sui capitali investiti, Apple del 18%, mentre quello degli operatori è di circa il 10%”. Per questo, il patron dell’operatore storico transalpino si dice favorevole a “un sistema di tariffazione internet secondo cui i grandi produttori di traffico devono supportare i costi variabili delle reti in funzione dei volumi inviati”.
Sul fronte del mobile, inoltre, France Telecom denuncia la moltiplicazione delle barriere tra piattaforme di applicazioni, di servizi e di reti sociali che non sono interoperabili, contrariamente “ai principi di interoperabilità eretti dai padri fondatori del Gsm”.

A quelli che hanno l’impressione di pagare al posto di altri, Martin Rogard, fondatore del sito di condivisione video Dailymotion ha risposto che “sviluppare queste attività presuppone dei costi. Noi paghiamo caro per essere su Internet”, mentre anche secondo l’analista Idate Yves Gassot, “Le web company come Google e Yahoo hanno già investito nello sviluppo di infrastrutture molto importanti per il controllo della qualità dei servizi e pagano gli operatori per l’utilizzo della banda. Se gli operatori – ha aggiunto – decideranno di far pagare ancora di più, potrebbero svegliarsi una mattina e non essere più i soli ad avere una rete”.

 

Dal momento che non si intravede una soluzione semplice né tempestiva a questo faccia a faccia, agli operatori non resta che puntare sulle tecnologie: una possibilità per conquistare un ruolo di primo piano nell’economia digitale potrebbe essere rappresentata dall’NFC, la tecnologia che abilita i pagamenti via cellulare e che è già nel mirino anche di Apple e Google (leggi articolo).

Secondo le stime di iSuppli, nel 2014 saranno oltre 526 milioni i telefonini NFC venduti, dai 220 milioni del 2010.
I grandi operatori potranno beneficiare dell’enorme mole di informazioni sui clienti a loro disposizione: se dimostreranno di utilizzarle in maniera affidabile, senza scontrarsi con le varie normative sulla privacy nazionali, si tratta di un’opportunità da non sottovalutare.

 

Apple, intanto, sarebbe a lavoro su un iPhone low-cost, che – venduto a circa 200 dollari e senza obbligo di sottoscrivere un abbonamento vincolante con un operatore – dovrebbe servire a rallentare l’avanzata degli smartphone Android, che coprono tutte la fasce di prezzo, non solo quella più alta, a cui appartiene il dispositivo Apple.

Per gli analisti, una simile ipotesi permetterebbe ad Apple di puntare non al 25% del mercato smartphone, ma “al 100%”, dall’attuale 16% (Google controlla il 32%).

 

Apple, inoltre, potrebbe presto lanciare sia una versione ‘dual-mode’ dell’iPhone – in grado di gestire sia le connessioni GSM e Umts (utilizzate in Europa) che quelle Cdma, (utilizzata negli Usa da Verizon) – che la temutissima ‘Soft Sim’, una tecnologia che consentirebbe agli utenti di scegliere l’operatore direttamente all’acquisto o in una fase successiva attraverso un’applicazione scaricabile dall’App Store, senza la necessità di andare presso il punto vendita per l’attivazione. Uno scacco definitivo alle telco, ridotte ancora di più al solo rango di fornitori di rete. Apple potrà così vendere i suoi iPhone direttamente via iTunes, con tanto di abbonamento ed evitare i problemi legati alle barriere tra gli operatori esistenti in Europa.

Il mix esplosivo rappresentato da questa Sim e da un iPhone low-cost permetterebbe inoltre a Apple di imporsi anche nei mercati emergenti, come la Cina e l’India.

Exit mobile version