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Net neutrality: legiferare o no? Anche la Ue potrebbe intervenire con nuove regole per tutelare le telco dagli ‘over the top’

Unione Europea


La convinzione che l’Europa non abbia bisogno di seguire gli Stati Uniti, che ieri hanno adottato il primo pacchetto di regole per mantenere internet aperto e neutrale, potrebbe avere vita breve, alla luce dell’intensificarsi della concorrenza tra operatori tlc e fornitori di servizi (come Skype, Facebook, Google).

Negli Usa, il dibattito sul tema della neutralità della rete – il principio secondo cui tutto il traffico internet debba essere trattato allo stesso modo – è andato avanti per molti mesi, ma in Europa l’opinione pubblica non sembra essersi particolarmente ‘scaldata’ sull’argomento.

In gioco c’è la possibilità, per i service provider, di razionalizzare l’accesso alle reti in modo da consentire loro di gestire la congestione dovuta al sensibile aumento del traffico, ma con il rischio che gli operatori abusino dei sistemi di traffic management per privilegiare i propri servizi o quelli di società che intendono pagare di più l’accesso, restringendo così la scelta e la libertà dei consumatori.

 

La FCC, l’Autorità Usa per le tlc, ha approvato ieri un pacchetto di norme volte a impedire ai fornitori di servizi internet di bloccare contenuti legali ma con la possibilità di gestire ‘ragionevolmente’ il traffico sulle loro reti.

La Commissione europea, da canto suo, si è astenuta dal legiferare, onde evitare un incombente conflitto tra gli ISP – generalmente telcos – e società come   Skype, Google o Facebook, che offrono servizi di comunicazione gratuiti che colpiscono al cuore il business degli operatori telefonici.

In Europa, infatti, gli ex monopoli statali – Telecom Italia, Deutsche Telekom, France Telecom o Telefonica – hanno ancora il sopravvento e la maggior parte di loro utilizza già attivamente i sistemi di gestione del traffico.

La tentazione di utilizzare queste tecnologie per salvaguardare i propri interessi e quelli dei partner, dunque, è molto forte.

“Gli operatori mobili – ha spiegato Bengt Nordstrom della società di consulenza Northstream – sono fortemente tentati dalla possibilità di fare tutto quello che possono per bloccare la competizione e fermare la cannibalizzazione dei loro flussi di reddito”.

Anche se, insomma, le telcos europee hanno evitato finora un’intrusione della Commissione sulla net neutrality, è molto probabile che non passi molto tempo prima che l’esecutivo Ue si decida a intervenire.

 

Dal momento che in Europa il contesto competitivo è molto diverso rispetto agli Usa, con una forte concorrenza tra più società concentrate in mercati più piccoli che permette ai consumatori di cambiare facilmente operatore se i servizi non sono ritenuti soddisfacenti, molti sono convinti che non ci sia bisogno di un intervento legislativo a livello comunitario.

Allo stesso tempo, tuttavia, gli operatori sostengono di avere bisogno e di meritare un aiuto per aggiornare le proprie reti, che hanno iniziato a scricchiolare sotto il peso del traffico generato da servizi molto voraci di banda come lo streaming video (esploso grazie a YouTube) o i social network.

 

“E’ evidente che i motori di ricerca internet usino le nostre reti senza pagare niente. Per loro – che hanno solo gli algoritmi – è una vera fortuna, per noi, che facciamo tutto, è una disgrazia”, ha affermato di recente il presidente di Telefonica Cesar Alierta, sostenendo una posizione condivisa dai maggiori operatori europei, che in blocco hanno lamentato il fatto che le società cosiddette ‘over the top‘ usano le loro reti senza contribuire agli investimenti necessari per mantenerle e aggiornarle.

In Europa, pertanto, a differenza che negli Usa, il dibattito sulla net neutrality non si incentra sulla questione della tutela della libertà di espressione ma sull’aggressiva battaglia tra i fornitori di contenuti (molto spesso società americane) e i fornitori di infrastrutture europei, che molto spesso sono tra le maggiori società nazionali anche in termini occupazionali.

 

Finora, la Ue ha avuto un atteggiamento attendista, limitandosi a dirigere i Governi nazionali per assicurare che gli ISP adottassero strategie trasparenti e non discriminatorie e effettuando una serie di consultazioni per stabilire se l’uso dei sistemi di traffic management costituisse un problema. Se infatti i service provider hanno fin qui garantito di non aver mai abusato dei sistemi di gestione del traffico, società come Skype sostengono invece di aver subito discriminazioni.

E’ chiaro, dunque, che la Commissione è molto vigile su questi argomenti.

 

Citando un recente discorso del ministro delle tlc britannico Ed Vaizey, Andrew Bud, fondatore e Ceo della società mBlox, ha affermato che “gli eventi stanno volgendo verso un nuovo consenso”, nell’ambito del quale potrebbe iniziare ad avere senso, per i service provider, pagare di più per differenziare i propri servizi.

Le cose, insomma, stanno cambiando, e si allarga la schiera di chi ritiene – come Bud – che le società che vogliano spingere i propri servizi in rete debbano pagare di più. Secondo Nordstrom, i regolatori europei inizieranno a legiferare in materia nel 2012, dal momento che gli operatori – come nel caso delle tariffe di roaming, che la Ue ha tagliato per legge dopo il fallimento della moral suasion – tendono a sfruttare le condizioni favorevoli il più a lungo possibile.

Nel frattempo, il mercato si consoliderà e cambiando lo status quo e, conclude Nordstrom,  in attesa di nuove leggi cercheranno di sfruttare la situazione a loro vantaggio il più possibile perché “…ci sono un sacco di soldi da fare prima di iniziare a giocare con nuove regole”.

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