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Street View: Google riconosce i suoi errori e ribadisce disponibilità a collaborare con Autorità

Italia


Ancora riflettori accesi sulle ‘Google car’ e dopo l’annuncio di ieri da parte del Garante privacy circa l’imposizione al noto motore di ricerca di bloccare qualsiasi trattamento sui cosiddetti ‘payload data‘ captati dalle vetture di Street View, i portavoce della società di Mountain View ribadiscono la loro disponibilità a fornire tutte le informazioni necessarie al Garante e utili per fare finalmente luce sull’incresciosa vicenda.

 

“Come già dichiarato in precedenza – confermano da Google Inc – siamo molto dispiaciuti per l’errore che ha portato alla raccolta accidentale di questi dati. Non appena ci siamo resi conto dell’accaduto abbiamo interrotto immediatamente la raccolta di tutti i dati Wi-Fi attraverso le vetture di Street View e informato le autorità competenti. Inoltre, come richiesto dal Garante per la protezione dei dati personali, non abbiamo cancellato alcun dato raccolto per errore in Italia. Ribadiamo la nostra massima disponibilità a rispondere a qualunque domanda possa sorgere in fase di indagine”.

 

La pratica però va avanti così come va avanti l’istruttoria che l’Autorità italiana ha aperto nei confronti di Google dopo avere appreso, già nel maggio di quest’anno, che  le ‘Google car’ in giro su tutto il territorio mondiale, e quindi anche nel nostro Paese, oltre a raccogliere dati per fornire all’utente della rete mappe e stradari dall’alto, avevano anche ‘catturato’, tramite appositi software, frammenti di comunicazioni elettroniche – i ‘payload data’ appunto – trasmesse da utenti che utilizzavano reti Wi-Fi non protette.

 

“Dati raccolti erroneamente”, si è sempre giustificata Google durante i procedimenti pendenti in tutto il mondo, ribadendo anche che i dati raccolti sono talmente frammentati da “non potere essere considerati informazioni personali” così come invece li interpretano i Garanti della privacy.

 

Inoltre, sempre secondo quanto dichiarato dalla Società, “i dati sono attualmente conservati su server negli Stati Uniti e non sono mai stati utilizzati, né comunicati a terzi”.

Ad avviso dell’Autorità italiana, invece, una tale raccolta di informazioni, essendo stata effettuata in modo sistematico e per un considerevole periodo di tempo (fino al maggio 2010), comporta la concreta possibilità che alcune delle informazioni ‘catturate’ abbiano natura di dati personali: consentano cioè di risalire a persone identificate o identificabili. Google, pertanto, potrebbe aver compiuto un grave illecito, violando non solo il Codice privacy, ma anche alcune norme del codice penale, come quelle che puniscono le intercettazioni fraudolente di comunicazioni effettuate su un sistema informatico o telematico (art.617-quater) e l’installazione, fuori dai casi consentiti dalla legge, di “apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere” comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico” (art.617-quinquies).

Alla luce di tutto ciò il Garante ha ritenuto di trasmettere gli atti all’autorità giudiziaria perché accerti gli eventuali illeciti penali che possono configurarsi. Considerato inoltre che i ‘payload data’ possono costituire elementi di prova delle eventuali violazioni che spetterà alla magistratura valutare, il Garante ha ritenuto di conseguenza che essi non debbano essere cancellati dai server nei quali sono conservati e ne ha disposto il blocco, imponendo a Google di sospendere qualunque trattamento.

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