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Call Center: 16 mila i posti a rischio in Italia. I sindacati invocano ‘un patto tra produttori per il rilancio del settore’

Italia


Erano considerati la giusta soluzione per abbattere i costi affidandosi a operatori in grado di trattare i processi aziendali oltre alle campagne spot di vendita e promozione di nuovi prodotti o servizi, ma a qualche anno dal loro ‘eroico’ avvio, si registra la grande crisi del settore.

Si tratta dei call center in outosurcing che appena cinque anni fa si attestavano nel nostro Paese in 1.400 contact center per un totale di 92mila postazioni attive, e che oggi vivono invece il periodo più brutto della storia italiana.

 

Migliaia, infatti, gli operatori che hanno perso il loro posto di lavoro e altrettanto quelli a rischio di licenziamento. L’allarme è stato lanciato della Slc-Cgil che, in occasione dell’assemblea nazionale dei quadri e delegati del settore, ha diffuso una mappa dettagliata della situazione, invocando ‘un patto tra produttori per il rilancio del settore’.

 

Il quadro prospettato? Rischi nel 2010 per circa 15-16mila operatori ovvero, il 20% degli 80mila addetti a tempo indeterminato con la conseguenza che quella che per tantissimi giovani italiani era considerata forse la strada più rapida per entrare nel mondo del lavoro svolgendo attività per aziende terze, sta ora diventando il loro incubo.

 

La fotografia scattata dall’organizzazione sindacale, infatti, oltre ad offrire uno sguardo d’insieme mettendo nero su bianco le conseguenze delle crisi di aziende come Phonemedia, Voicity, Omnia Network e di mille altre realtà locali sparse su tutto il territorio nazionale, rivela dati e numeri preoccupanti.

Secondo l’indagine, stando così le cose, “nessuna regione si salva“.

 

A sentire maggiormente la crisi, il Sud d’Italia con il 73% del personale concentrato nelle regioni meridionali e insulari e oltre 14mila persone dal futuro incerto. “Basti pensare a quanto accade in Sicilia, che ha già pagato con centinaia di licenziamenti e dove il futuro è sempre più fosco” a parlare, sono i sindacalisti della Slc-Cgil che annunciano la necessità di “verificare la situazione della Alicos (gruppo Almaviva) e di 4you. Qui il calo dei volumi delle commesse Alitalia, Wind ed Enel, dovuto anche a una politica di delocalizzazione delle attività all’estero – spiegano – mette a rischio 5.500 posti di lavoro“.

 

Situazioni particolarmente difficili, anche per quanto riguarda la Calabria con un totale di 3.300 posti a rischio; il Piemonte con 1.200 in cig e 800 posti che traballano e la Lombardia con 1.150 in cig, 1.950 a rischio tra Milano, Brescia e Bergamo.

 

Altro dato emerso dall’indagine, è quello che analizza il costo del lavoro che risulta essere tra i più bassi del settore privato italiano (-18% rispetto al totale del terziario) e in cui il 70% degli addetti ha meno di 40 anni e il 68% è di sesso femminile. Secondo i sindacati, inoltre, il settore in questione risente della crisi generale ma anche di problematiche specifiche tra cui un rapporto squilibrato con le grandi aziende committenti, il venir meno di alcuni incentivi e l’assenza di una politica industriale per l’intera filiera delle TLC.

 

La soluzione? Un intervento legislativo urgente per sostenere l’urto della crisi, escludendo misure come quella dell’azzeramento dell’Irap nelle regioni del Sud prevista dalla manovra e che secondo i sindacalisti potrebbe “rivelarsi un cavallo di Troia per lo sbarco di nuovi avventurieri”, e il coinvolgimento di Fistel-Cisl, Uilcom-Uil, Governo e Confindustria in un ‘patto tra produttori per il rilancio dei call center’.

 

Iniziative queste, che dovrebbero portare almeno alla risoluzione di alcuni problemi storici quali i ricatti occupazionali, il rischio del ritorno al precariato, l’imprenditoria pirata, il non rispetto delle leggi e del contratto nazionale. Insomma, la guerra tra poveri.

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