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‘Copyright On-Line: Italia Anno Zero’. Il valore economico delle imprese come strumento di benessere e stabilità nella Ue

Italia


Talvolta, purtroppo, riemergono nella storia del pensiero umano vecchi abbagli. Essi – pur riproponendosi sotto nuove spoglie ed essendo ammantati dalla inebriante fama di essere frutto del nuovo – cagionano al contrario mali già visti: si risvegliano epidemie che credevamo debellate, si inducono chi osserva e aderisce con superficialità determinate dinamiche sociali e comportamentali a ricadere nei medesimi errori di prospettiva già dolorosamente sperimentati dalle generazioni precedenti.

 

Tra questi abbagli vi è certamente la convinzione di dover ridiscutere gli assetti della società, e plasmare le leggi su nuovi modelli, ogniqualvolta vi siano innovazioni tecnologiche tali da poter segnare un momento di discontinuità rispetto al ciclo economico  evolutivo registrato fino a quel momento.

In particolare, l’impetuoso affermarsi delle tecnologie digitali, successivamente evolutesi in congiunzione con l’esplodere di Internet, ha fatto sì che si creasse la erronea convinzione di poter generare maggiore valore e conseguente crescita occupazionale proprio grazie alla introduzione di forme, per così dire “non-regolate” di utilizzo della rete.

 

In realtà, una ricerca commissionata dalla International Chamber of Commerce e realizzata dalla autorevole società di ricerca francese Tera Consulting dimostra come non sia assolutamente vero che in termini di occupazione “nulla si crea e nulla si distrugge“. 

 

Quindi risulta tutta da dimostrare la tesi secondo la quale gli eventuali posti di lavoro perduti a causa della pirateria digitale già siano (o saranno a breve, magari con saldo attivo) compensate dalla nascita di nuove imprese, pronte ad assumere nuove legioni di lavoratori o a re-immettere nel ciclo produttivo coloro che hanno perso il proprio lavoro proprio in quelle industrie creative falcidiate dalla violenta offensiva di chi opera illegalmente online contro il diritto d’autore.

 

Vedremo, al contrario, come i posti di lavoro non si creano (poiché evidentemente si costruiscono, tramite investimenti e sforzi immani), ma certamente si possono distruggere se le Istituzioni rimangono immobili di fronte a diffusi fenomeni distorsivi e illegali quale appunto la pirateria digitale.

Appare dunque assolutamente evidente come le industrie creative rappresentino un segmento estremamente importante anche dal punto di vista della creazione di ricchezza e non solamente per le ricadute positive in termini di produzione culturale e identitaria nazionale ed europea. (Vedi Tabella)

 

L’accurata ricerca della Tera Consulting, società indipendente incaricata di svolgere la ricerca da parte della Camera di Commercio Internazionale, ente – è bene ricordarlo viste le ingiustificate critiche pervenute dal cosiddetto “popolo della rete” ! – fondato nel 1919 e rappresentativo non solo delle imprese dell’industria culturale ma di tutte le aziende produttive e distributive mondiali, giunge a conclusioni allarmanti. (Vedi Tabella)

In assenza di misure di contrasto efficaci e tali da modificare in maniera sensibile le tendenze in atto è infatti previsto un incremento esponenziale dei fenomeni di illegalità in rete. (Vedi Tabella)

 

Ciò è a maggior ragione preoccupa è che in un ciclo economico di grande difficoltà come quello che stiamo vivendo non ci siano assolutamente segnali di una facile ricollocazione per chi abbia perso il proprio posto di lavoro. Per questo la priorità in questo momento per tutti i Paesi non è creare nuova occupazione, ma almeno proteggere il più possibile quella esistente.

 

Le conclusioni alle quali perviene Tera Consulting sono certamente gravissimo per le ricadute sociali di fronte alle quali ci si potrebbe trovare. (Vedi Tabella)

Tutto questo però sembra un monologo da Teatro dell’Assurdo se leggiamo il documento Europa Venti-Venti che il presidente Barroso ha presentato come suo manifesto per un nuovo mandato alla guida della Commissione Europea.

 

Scrive Josè Manuel Barroso:

La strategia Europa 2020 propone un progetto per l’economia sociale di mercato europea nel prossimo decennio, sulla base di tre settori prioritari strettamente connessi che si rafforzano a vicenda: crescita intelligente, attraverso lo sviluppo di un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione; crescita sostenibile, attraverso la promozione di un’economia a basse emissioni di carbonio, efficiente sotto il profilo dell’impiego delle risorse e competitiva; crescita inclusiva, attraverso la promozione di un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale“.

 

E in dettaglio, il Presidente della Commissione UE indica questi obiettivi: il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro; il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in ricerca e sviluppo (R&S); i traguardi ’20/20/20′ in materia di clima/energia devono essere raggiunti; il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve avere una laurea o un diploma; 20 milioni di persone in meno devono essere a rischio povertà.

 

Un altro documento che ha suscitato commenti e un acceso è la Digital Agenda, predisposta dalla Commissione Europea. Di seguito il grafico che offre una efficace  sinossi dei problemi e delle strategie identificati dalla Commissione Europea.

Tra le molte indicazioni, tutte certamente condivisibili, riportate in questo documento, sembra purtroppo eccessivamente limitato e quasi occasionale il richiamo al rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. Alcuni ambienti culturali sembrano infatti abbagliati dalle potenzialità della rete (che nessuno certo disconosce) e sottovalutano i problemi che essa inevitabilmente porta con sé.

In questo senso è estremamente interessante è la lettura del Rapporto della deputata Francese Marielle Gallo recentemente approvato dal Comitato Affari Legali del Parlamento Europeo.

 

Questo certamente non rivoluzionario documento, che andrà a voto del Parlamento Europeo a breve ed è stato oggetto di un acceso e non sopito scontro ideologico, dice cose ben note e condivisibili quali la necessità di dare energia e impulso all’Osservatorio sul Contraffazione e Pirateria e di educare i consumatori in merito ai diritti di proprietà intellettuale. Propone poi di combattere la pirateria digitale e di imporre agli operatori della rete di cercare a breve soluzioni insieme alle parti interessate. Infine evidenzia come anche il crimine organizzato stia traendo vantaggio da questo fenomeno.

 

In tutta onestà, non si vede cosa non vi sia di condivisibile in questi propositi che sono, tutto sommato, il minimo indispensabile se non vogliamo buttare all’aria l’intero settore imprenditoriale e occupazionale dei media e dell’intrattenimento.

Ma se in Europa si discute e si lotta anche acremente, a qualche passo viene intrapreso, in Italia tutto sembra  essere ancora fermo, all’anno zero, come efficacemente si è enunciato fin dal titolo di questo convegno.

 

Occorre ammettere che non mancano, né sono mancate, le intelligenze, l’impegno, i comitati, i gruppi di lavoro, e anche la produzione accademica e normativa.

Non solo, talvolta, alcune sentenze importanti e innovative sono state emesse proprio nel nostro Paese, ad esempio la recente sentenza che riafferma il diritto di Sky Italia (così come di tutte le televisioni a pagamento, ovviamente) a non vedere ritrasmesse via internet le proprie emissioni.

 

Si è infatti stabilito che la stessa produzione (intesa come riprese, sigle, grafiche, oltre ovviamente ai commenti) rappresenta un videogramma meritevole di tutela giuridica alla stregua di qualsiasi altro contenuto creativo.

Da circa due anni la Corte Europea di Giustizia Europea è stata investita di un simile caso in relazione a un caso che coinvolge la Premier League inglese ma ancora quel procedimento stenta a trovare una linea di soluzione.

Tuttavia, nonostante questi piccoli fuochi (e qualche altro fuoco … di paglia) la somma algebrica di tutte le iniziative è che l’Italia si segnala come Paese tristemente leader a livello mondiale nello scaricamento abusivo da internet di opere protette dal diritto d’autore.

 

Osservando i grafici è incredibile – e fonte non certo di orgoglio nazionale – notare come il nostro Paese rappresenti percentuali che talvolta faticano a raggiungere l’1 % del mercato legale mondiale e invece si staglia con numeri a due cifre nella imbarazzante graduatoria della pirateria digitale.

Per arginare – nessuno si illude di eradicare – questo problema vi sono due esperienze guida oggi in Europa. Diverse ed entrambe meritevoli di una attenta osservazione per trovare eventualmente soluzioni ibride che meglio si adattino alla nostra realtà nazionale.

 

La Francia ha scelto un sistema incentrato sui poteri statali, creando una Alta Autorità (Hadopi), con poteri di controllo, notifica e irrogazione di sanzioni. E’ ovviamente presto per valutare nel dettaglio le tecnicalità e i risultati che materialmente perverranno, ma è certo che questa soluzione di per sé rappresenta un importante segnale di volontà politica.

 

In una prospettiva d’azione diversa, ancorché esattamente collimante nelle premesse e  negli intenti, il Regno Unito ha puntato su una soluzione concordata tra tutte le forze imprenditoriali in campo con una forte presenza e supporto istituzionale.

 

Difficile dire quale sia il modello migliore, ma certo si può adottare una strategia “wait and see”: non si possono aspettare anni per poi decidere quale strada iniziare a imboccare in Italia …

Infine, è (questo sì) certamente un motivo di orgoglio nazionale il fatto che il Presidente della Commissione Europea Barroso abbia affidato al Professor Mario Monti la missione di proporre un documento base che sfocerà in una proposta di direttiva di ampio respiro mirata proprio al conseguimento degli obbiettivi del piano delineato nel Documento Europa 2020.

Il ponderoso documento”A new strategy for the single market”  è stato presentato lo scorso 9 Maggio.

Il professor Monti scrive: “l’Europa si muova ad una velocità minore di quella degli Stati Uniti a causa dei diversi ostacoli che riducono la capacità di innovare e creare valore aggiunto nel settore digitale; tra essi spiccano la frammentazione dei mercati on-line e l’inadeguata legislazione sulla proprietà intellettuale che avrebbero un’unica causa comune, individuata nella mancanza di un mercato unico digitale. Inoltre, la complessità e i problemi di scarsa uniformità dei sistemi di diritto d’autore  creerebbero un ambiente non favorevole allo sviluppo“.

 

E’ bene rammentare che il pre-requisito affinché questi obbiettivi possano venire non solo conseguiti, ma anzitutto considerati praticabili, è per così dire la “messa a norma e in sicurezza” della situazione esistente.

Possiamo infatti studiare le più ambiziose soluzioni e disegnare progetti di ampio respiro, ma – e i dati di Tera Consulting lo dicono chiaramente – nulla di realmente innovativo potrà essere finanziato e realizzato se non verrà posto immediatamente rimedio al deflagrante fenomeno della pirateria digitale.

 

Alla luce di tutto questo, e cercando di trovare un fil rouge tra tutte iniziative, le proposte, le azioni concrete, le esperienze e le sempre più pressanti esigenze, appare quindi indispensabile un immediato allineamento dell’Italia quantomeno con gli standard minimi già posti essere in varie parti d’Europa e del Mondo in termini di consapevolezza istituzionale e contrasto effettivo al gravissimo fenomeno della pirateria digitale.

 

 

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