Pirateria online: per M. Magrini (Google), ‘La dottrina Olivennes non è la giusta soluzione’

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Oltre al diritto d'autore, necessario tutelare la libertà di informazione e il diritto alla privacy.

Italia


Massimiliano Magrini

Riportiamo di seguito l’intervento di Massimiliano Magrini, Country Manager di Google Italy, al Convegno Altroconsumo su “Internet, diritto d’autore e libertà di informazione in Rete” che si è tenuto il 23 aprile a Roma.

 

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Le potenzialità che un singolo individuo dotato di accesso ad Internet e con una media alfabetizzazione digitale ha oggi a disposizione per accedere ad una quantità pressoché illimitata di informazioni, esprimersi e condividere con altri interessi e passioni è un dato che sta modificando radicalmente la nostra società.

 

Un cambiamento per la prima volta nella storia che non nasce dall’alto ma dal basso, da un sistema che non si basa su un’organizzazione gerarchica ma su una logica di network in cui le dinamiche di interconnessioni tra utenti determinano aggregazioni fluide e volontaristiche.

 

Quali sono le principali conseguenze di questo cambiamento in cui il singolo individuo digitalizzato può permettersi di accedere ad una quantità di informazione pressoché infinita, produrre e condividere senza barriere di accesso contenuti multimediali?

 

In primo luogo quello che viene messo in discussione è il concetto di gerarchia: all’interno di un sistema in cui è l’abbondanza e non la scarsità la caratteristica preponderante, è necessario saper gestire una mole impressionante di dati e informazioni.

 

Uno degli aspetti più interessanti e anche per certi versi controversi della società digitale è: come è possibile conciliare accesso universale delle applicazioni, prive di un centro che filtri e controlli, e minimizzarne nello stesso tempo gli utilizzi fraudolenti?

 

Laddove queste applicazioni raggiungono una determinata soglia critica è la comunità stessa che si occupa di esercitare un controllo favorendo l’affermazione di una identità digitale degli utenti basati sulla reputazione e sul corretto comportamento.

Questo focus sull’utente-consumatore è il leit-motif della trasformazione operata dalle tecnologie nei confronti dell’organizzazione sociale pre-digitale.

 

Il concetto di relazione presuppone e impone nel rapporto una interazione basata sul feedback e questo modifica fortemente la logica dei rapporti tra le organizzazioni ed i singoli.

 

 

Diritto d’autore e circolazione della conoscenza: un equilibrio è possibile

 

Il libro verde elaborato dalla Commissione Europea sul Diritto d’autore nell’era dell’economia della conoscenza inizia con queste parole: “Il presente Libro verde intende promuovere un dibattito sui migliori mezzi per assicurare la diffusione online delle conoscenze per la ricerca, la scienza e l’istruzione”.

 

La Commissione non ha nascosto la testa sotto la sabbia: è chiaro che esiste una tensione fra diritto d’autore e circolazione della conoscenza. Ma l’obiettivo è proprio quello di trovare il giusto equilibrio fra accesso e protezione (o per meglio dire ‘giusta remunerazione’) dell’autore.

 

 

La libertà e la condivisione sono i principi che hanno reso possibile la nascita e lo sviluppo di Internet.

La Rete è stata costruita su standard aperti e i servizi che hanno mantenuto lo spirito originario sono diventati veicoli di crescita economica e libertà di espressione. Sono stati proprio il libero mercato e gli standard aperti a guidare l’innovazione. Nell’assenza di leggi “imposte” dai Governi, la Rete ha saputo auto-regolamentarsi sulla base dei valori caratterizzanti le comunità virtuali.

Internet non ha bisogno di leggi ma di principi condivisi e universali o, come ha proposto Stefano Rodotà, di “…codici di autodisciplina di nuova generazione, nel senso che non sono il prodotto esclusivo degli interessi di settore, ma nascono dalla collaborazione tra questi e soggetti pubblici“.

 

I frutti di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti in termini di partecipazione politica, come dimostra il fatto che sono sempre più numerose le Istituzioni che hanno scelto di avere una presenza su Internet (dal canale su YouTube del Vaticano al sito della Casa Bianca, dalle pagine di Facebook dove i parlamentari si tengono in contatto con i loro elettori ai milioni di internauti che ogni giorno aggiornano il loro blog ).

 

Per questa ragione, penso che al fine di mantenere vivo lo spirito e la vitalità di questa rivoluzione sia necessario:

 

* Difendere la libertà di espressione e lasciare libero accesso a tutte le informazioni disponibili: la condivisione della conoscenza è una ricchezza.

* Continuare ad investire nell’innovazione, nelle infrastrutture e nella diffusione della banda larga. Convergenza, standard aperti e neutralità della Rete sono la chiave per permettere a tutti l’accesso alle nuove tecnologie.

* Portare la Pubblica Amministrazione in Rete. Attraverso la rivoluzione digitale, lo Stato ha la possibilità di offrire più trasparenza ai cittadini, servizi migliori e l’opportunità di accedere alle informazioni che ci riguardano senza il filtro della burocrazia. Soprattutto quando queste informazioni sono state prodotte con il denaro pubblico.

* Creare nuovi modelli di remunerazione per gli autori e favorire l’accesso ai contenuti da parte degli utenti. I titolari dei diritti potranno sfruttare al massimo le possibilità dell’economia digitale, rendendo disponibili attraverso le piattaforme digitali e telematiche i propri prodotti culturali, a condizioni economiche e temporali concorrenziali rispetto all’immissione dei medesimi prodotti nei circuiti tradizionali, con modalità tali da facilitarne, quanto più possibile, l’accesso ai consumatori.

 

 

Le opportunità sono incredibili e permettono di trovare soluzioni adeguate alle sfide che le nuove tecnologie presentano. A questo proposito Google chiede alle Istituzioni che si stanno occupando di questi temi di non ignorare il punto di vista degli operatori della società dell’informazione.

 

Queste sono le nostre proposte:

 

Lotta contro la pirateria digitale

 

Occorre definire regole condivise che facciano sì che le nuove tecnologie digitali e telematiche costituiscano uno strumento di promozione e crescita culturale e non un elemento di freno o ostacolo a tale sviluppo. Qualsiasi normativa che vada a impattare sul mezzo di comunicazione Internet dovrebbe tenere in considerazione la specificità di questo mezzo.

 

* Bisogna scoraggiare con fermezza chi mette online illegalmente contenuti protetti da diritto d’autore.

* Occorre mettere a punto un sistema di formazione al corretto uso delle nuove tecnologie.

* È necessario aiutare i titolari dei diritti di proprietà intellettuale a mantenere il controllo delle loro opere dell’ingegno in tutta la filiera “produttiva”, dal server dello studio di registrazione ai servizi di peer-to-peer.

 

 

Il futuro è lo sviluppo di piattaforme che soddisfino le aspettative e i bisogni degli utenti.

 

Già oggi i fornitori di servizi nella società dell’informazione sviluppano costantemente nuovi strumenti caratterizzati dalla volontà di trovare un equilibrio tra libera circolazione dei contenuti su Internet e tutela dei diritti di chi ha creato tali contenuti. Si può citare l’esempio di Content ID, tecnologia lanciata recentemente da YouTube, che consente ai titolari di copyright non solo di gestire e proteggere i loro contenuti, ma anche di verificarne l’utilizzo per eventualmente rimuoverli, nonché di trarne profitto attraverso meccanismi pubblicitari di pay per click o la vendita. C’è una differenza enorme fra i sistemi di filtraggio e Content ID: con questa soluzione permettiamo l’identificazione dei contenuti, non ne impediamo la diffusione. L’esperienza ci ha mostrato che ad oggi la stragrande maggioranza dei titolari di diritti ha scelto di monetizzare i contenuti presenti su YouTube piuttosto che bloccarli.

 

Non pensiamo che la cosiddetta dottrina Olivennes (ovvero inviare tre avvisi, e qualora vengano ignorati, tagliare la connessione ad Internet a chi scarica illegalmente contenuti protetti dal diritto d’autore) sia la giusta soluzione perché parte da un presupposto inaccettabile: quello secondo cui i diritti patrimoniali d’autore andrebbero collocati in una posizione superiore rispetto ad altri diritti e libertà fondamentali dell’uomo e del cittadino quali la libertà all’informazione – nella sua duplice accezione di diffondere e ricercare informazioni – ed il diritto alla riservatezza ed alla privacy.

Lo stesso Parlamento Europeo ha espresso dubbi di legittimità sulla tecnica dei tre avvisi: infatti è stato votato un emendamento alla Relazione di Guy Bono in tema di Cultural Industries in Europe che sottolineava come l’obiettivo da raggiungere fosse la protezione del copyright ma non attraverso la criminalizzazione dell’uso non commerciale dei contenuti. Questo emendamento critica esplicitamente l’adozione di qualunque misura, anche dissuasiva, che consenta di interrompere l’accesso al web perché tali misure, oltre a non rispettare il principio di proporzionalità, inciderebbero sulle libertà civili e sui diritti dell’uomo.

 

Alle medesime conclusioni è giunto anche il Ministro per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale del Regno Unito, David Lammy, il quale in questi giorni ha dichiarato che il Governo inglese ha deciso di scartare l’ipotesi di disconnettere dalla Rete gli utenti che violano il copyright.

 

 

Responsabilità dei prestatori di servizi Internet

 

La legge sul commercio elettronico ha disegnato il quadro normativo nel quale si devono muovere i prestatori di servizi Internet per quanto riguarda l’imputabilità delle condotte in Rete ed ha permesso all’Italia di sviluppare un’industria digitale. L’art. 17, in particolare, prevede che “il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino presenza di attività illecite.” Il prestatore è tenuto ad informare l’autorità giudiziaria qualora sia a conoscenza di presunte attività illecite e a fornire alle autorità competenti le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del responsabile.

 

Attribuire la responsabilità di condotte illecite ai prestatori di servizi Internet rischia di innescare un meccanismo per effetto del quale i suddetti intermediari saranno sempre meno disponibili ad ospitare i contenuti generati dagli utenti, che rappresentano, invece, la vera ricchezza e la rivoluzione di Internet.

 

Attraverso i nuovi strumenti informatici e telematici, Internet consente a chiunque di esercitare la libertà di manifestazione del pensiero nella duplice accezione: diritto ad informare e ad essere informati. È importante che questa grande opportunità non vada sprecata.

 

 

 

Condividi la conoscenza: il valore del fair use

 

Milioni di persone utilizzano ogni giorno il motore di ricerca di Google, ignari di quanto sia delicato l’equilibrio che dobbiamo cercare fra la loro sete di conoscere e le leggi a tutela del diritto d’autore.

Google condivide e supporta i diritti di proprietà intellettuale dei creatori di contenuti e crede nel diritto d’autore. Gli autori meritano di essere premiati per il loro lavoro e il sistema delle leggi sul copyright è uno strumento fondamentale nella promozione della creatività.

Mentre proteggono il diritto di chi crea, le leggi sulla proprietà intellettuale delimitano anche i confini di tale diritto. Ad esempio, nei sistemi di common law la legge sul diritto d’autore incoraggia l’uso delle opere protette attraverso quello che è il concetto di fair use. Permettendo a giornalisti, studiosi ed in generale a chiunque sia interessato di citare o commentare contenuti di altri, la dottrina delle libere utilizzazioni afferma la libertà di espressione come un valore di civiltà.

 

Il fair use ha permesso ad un intero nuovo settore industriale di crescere e sviluppare nuovi servizi e piattaforme utili per gli utenti, basti pensare al fenomeno del Creative Commons.

 

Un interessante e recente studio della Computer and Communications Industry Association cerca di quantificare il contributo portato dalle società che si riconoscono nell’economia delle libere utilizzazioni. La “fair use economy” nel 2006 ha prodotto ricavi per 4.600 milioni di dollari (all’incirca un sesto del PIL totale degli USA), impiegando più di 17 milioni di persone. I risultati dimostrano come queste realtà rappresentino un importante acceleratore dell’economia digitale.

Mi piacerebbe aprire un dibattito senza pregiudizi su questo tema con le Istituzioni, affinché il principio del fair use venga riconosciuto in pieno anche dal nostro ordinamento.

 

Le nuove tecnologie rappresentano certamente una sfida, impongono innovativi modelli di business e mettono in crisi le rendite di posizione. Ma allo stesso tempo abbracciare il cambiamento rappresenta l’alternativa più valida per venire incontro alle aspettative degli utenti e fare in modo che i nuovi media costituiscano uno strumento di crescita culturale ed economica. Questo senza trascurare la lotta contro chi guadagna con la pirateria e lo sviluppo delle tecnologie per la protezione del diritto d’autore.

 

 

 

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