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Wikipedia: al capolinea il motore anti-Google Wikia search

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Al capolinea, dopo poco più di un anno di vita, il progetto ‘Wikia search‘ nato nel gennaio 2008 con l’ambizioso obiettivo di scalzare Google dalla vetta delle ricerche web.

Il motore di ricerca partecipativo, nato dagli inventori dell’enciclopedia online più famosa a mondo, non ha riscontrato il successo sperato e il patron di Wikipedia, Jimmi Wales, ha deciso di chiuderlo, anche alla luce dell’attuale situazione macroeconomica, che non consente di sprecare ulteriori energie finanziarie in un progetto senza futuro.

 

Wikia Search si basava su due assiomi: open source e collaborazione. Al centro dell’attenzione, dunque, sempre i wiki, con l’invito a volontari e contributor a partecipare al miglioramento dei risultati.

Nelle intenzioni di Wales, Wikia avrebbe dovuto essere un punto di partenza per una serie di attività online diversificate, tra cui anche la possibilità di creare pagine personali e dare spazio ai classici contenuti dei siti di socializzazione.

 

Il progetto aveva ricevuto finanziamenti per 14 milioni di dollari, 10 dei quali da Amazon che, tuttavia, aveva immediatamente preso le distanze, sottolineando di non avere niente a che vedere con questo progetto.

 

Il modello di business, però, era alquanto vago: Wales contava di generare fatturato con la vendita di risultati, cosa che, evidentemente non si è concretizzata.

Molte, inoltre, le critiche piovute sul motore già pochi giorni dopo il suo lancio. Michael Arrington, del sito TechCrunch, ad esempio, sottolineava che il nuovo sistema con cui Jimmy Wales prometteva di disturbare il predominio di Google “è senza dubbio una delle più grandi delusioni che abbia mai visto”.

 

E dire che appena pochi giorni fa Wales si è preso una soddisfazione non da poco, quando Microsoft ha annunciato la prossima chiusura di Encarta, vittima dello strapotere di Wikipedia nell’ambito del sapere online.

L’avventura di Encarta – nata nel 1993 attingendo alla documentazione tradizionale come quella fornita ad esempio dall’Enciclopedia Britannica – terminerà il prossimo 31 ottobre, quando verranno chiusi tutti i siti, tranne quello giapponese, che verrà bloccato il 31 dicembre.

 

Sul sito ufficiale di Encarta, Microsoft spiega che la decisione è maturata partendo dalla constatazione che “…la categoria delle enciclopedie tradizionali e del materiale cui si riferiscono è cambiato. Oggi le persone cercano e consumano le informazioni in maniera molto differente rispetto a qualche anno fa”.

 

Oggi, infatti, il popolo di internet considera Wikipedia, nata nel 2001, come una delle fonti online più affidabili, redatta in modo collaborativo da volontari alla maniera wiki (in hawaiano significa veloce) e sostenuta dalla Wikimedia Foundation, un’organizzazione senza fine di lucro.

Attualmente Wikipedia è pubblicata in circa 250 lingue differenti (di cui circa 180 attive, quella in inglese è quella col maggior numero di voci) e contiene voci sia sugli argomenti propri di una tradizionale enciclopedia, sia su quelli di almanacchi, dizionari geografici e di attualità.

 

Anche Google si è lanciata all’inseguimento col progetto ‘knol’, che sta per ‘unità di conoscenza’ (knowledge in inglese).

L’obiettivo, come per Wikipedia, è quello di incoraggiare le persone particolarmente ferrate su un determinato argomento a condividere la propria conoscenza con gli altri utenti, in maniera semplice e diretta.

 

L’idea innovativa del progetto knol – e anche ciò che distingue la creatura di Google da Wikipedia – è quella di puntare di più sugli autori, nella convinzione che, come per i libri e gli articoli che riportano sempre in bella vista il nome dell’autore, anche il web deve maturare la concezione che il nome di chi contribuisce alla conoscenza deve essere ben evidenziato.

 

Chissà se knol riuscirà nell’intento di eguagliare l’enorme successo di Wikipedia o dovrà arrendersi al suo strapotere come è stato per Encarta.

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