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Internet e la morte della musica 1.0: l’industria riunita a New York si confronta con nuovi modelli e prospettive future

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Dimenticate il vecchio concetto di musica, o per dirla con un termine più al passo coi tempi, la musica 1.0, fatta di vinili, cd, major ultrapotenti con in mano il pieno controllo della situazione: tutto finito, sommerso da nuovi modelli di business e di fruizione che traghetteranno l’industria verso il futuro.

E’ questo il messaggio che emerge dal Digital Music Forum East, in corso a New York per fare il punto della situazione del travagliato settore alla presenza di esperti e protagonisti del settore – major, etichette indipendenti, artisti, investitori ed esponenti dell’industria dell’entertainment.

 

Il forum è stato aperto da Ted Cohen, ex manager Emi e attualmente presidente di TAG Strategic, che ha rivolto all’industria la preghiera di “essere selvaggiamente creativa con i nuovi modelli di business”, ma di non “disperarsi” perché quello in corso è soltanto un periodo di transizione.

 

Transizione verso cosa, però, questo è ancora da scoprire.

L’unica cosa certa – e di sicuro non è una novità – è che molte delle convinzioni che fondavano l’industria musicale sono crollate e che le major, sotto la pressione di una inarrestabile erosione dei profitti, sono state costrette a creare nuovi business model e a sperimentare forme di accordi che sarebbero sembrati inverosimili fino anche a pochi mesi fa.

 

L’industria della musica, quindi, è un “bastione di creatività e sperimentazione”?

Sembrerebbe di si, spiega Ars Tecnica: solo nell’ultimo anno si è assistito a una serie di esperimenti che vanno dallo streaming sponsorizzato, alle “album card”, alla condivisione dei profitti con i siti di user-generated content come YouTube.

 

Le major, dunque, piegate dalla forza della realtà, hanno cominciato a perdere un po’ della loro spocchia multimiliardaria, e hanno fatto loro l’assioma “se non puoi distruggerli allora unisciti a loro”, cominciando a considerare che gli altri player della catena di valore avrebbero potuto essere alleati più che nemici.

 

E il cambiamento di atteggiamento pare cominci anche a dare i suoi frutti se è vero che le vendite digitali cominciano a rappresentare percentuali più che congrue del giro d’affari totale dell’industria.

Secondo le ultime rilevazioni dell’IFPI, la federazione internazionale dell’industria fonografica, il mercato globale della musica digitale ha raggiunto nel 2007 il valore di 2,9 miliardi di dollari, circa 800 milioni di dollari in più rispetto al 2006.

Nel complesso, secondo l’IFPI, la musica digitale rappresenta il 15% del totale, ma raggiunge nel dettaglio raggiunge anche il 40% dell’intero fatturato della Interscope Records e il 30% di Sony BMG (negli Usa).

 

Se le major ancora non sono contente e continuano ad accusare internet e il famigerato P2P di un tracollo che sembrava inarginabile, secondo molti osservatori a bruciare maggiormente ai piani alti dell’industria è piuttosto la perdita di potere.

 

Molti panelist del Forum hanno in effetti spezzato una lancia a favore delle un tempo potentissime label, facendo intendere che chiunque abbia passato almeno un’ora della sua vita ad ascoltare demo capirebbe il ruolo delle major nella catena di valore: “senza il supporto tecnico ed economico delle etichette discografiche – ha spiegato Ted Mico, artefice delle strategie digitali di Interscope – gli artisti emergenti si perderebbero in un mare di rumore e sarebbe impossibile scoprirli”.

 

Il che, poteva essere vero prima dell’avvento di internet, appunto: l’arrivo sulla scena di siti come MySpace dimostra infatti che le major non hanno neanche più bisogno di ascoltarli i demo, perché il pubblico lo fa già per conto suo e fa la sua selezione senza bisogno di intermediari.

 

Come dire, la saggezza popolare contro i vecchi modelli elitari, in uno scenario che – come è emerso dal Forum – è comunque molto complicato.

L’industria, certo, ha tentato di reinventarsi, ma molto del lustro della sua immagine è stato appannato da contromisure giudicate a ragion di veduta troppo aggressive nei confronti di un pubblico che in fondo – anche attraverso il download illegale – ha dimostrato soltanto di avere una fame di musica e di partecipazione molto superiore di quanto ai piani alti avessero mai immaginato.

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