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Web patologie: dall’egosurfing al blog streaking, le nuove manie dell’era hi-tech

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Ciao, mi chiamo Richard, e sono un egosurfer.

Così comincia un interessante articolo del New Scientist sulle nuove patologie del web, che includono il crackberry (l’irresistibile voglia di mandare eMail e chattare da qualsiasi posto), il blog streaking (la mania di rivelare segreti e informazioni che solitamente si terrebbero segrete), il wikipediholism (l’eccessiva dedizione nel fornire nuove informazioni per ampliare le voci di wikipedia), la cyberchondria (fare continue ricerche per sapere, in caso di particolari sintomi, di quale malattia si soffre) e, ovviamente, l’egosurfing (cercare continuamente on-line il proprio nome per vedere se qualcuno ne parla).

 

Queste disfunzioni abilitate dalle nuove tecnologie sono più comuni di quanto si possa immaginare: sono tantissime le persone che scrivono un’email a un collega seduto alla scrivania pochi metri più in la, invece che parlargli direttamente, altrettante sono quelle che sfruttano l’anonimato della rete per fingersi quello che in realtà non sono o per rivelare segreti personali mai confessati ad anima viva.

 

Sviluppare cattive abitudini, spiega l’autore dell’articolo, è più facile di quanto si creda, ma queste sindromi da web sono semplicemente nuove versioni di vecchi problemi o nuove patologie in via di sviluppo?

Bisogna partire dal presupposto – spiega allora Mark Griffiths, ricercatore della Nottingham Trent University – che “si può diventare dipendenti da qualsiasi cosa si faccia perché le dipendenze si basano sul concetto di gratificazione costante”.

 

Sia che si tratti di una droga o di una abitudine malsana, i percorsi neuronali sono identici e anche se ancora non ci sono molti veri ‘techno addicted’, questo tipo di dipendenza comincia a farsi strada in un mondo sempre più proiettato nella sfera del virtuale.

 

Il web – dice ancora New Scientist – ha aperto una miriade di opportunità: prendiamo ad esempio Wikipedia, la famosa enciclopedia aggiornata dagli utenti. Aggiornare le varie voci, per qualcuno è diventata una vera ragione di vita. Ci sono più di 2.400 ‘wikipedians’ che hanno editato oltre 4.000 pagine ciascuno.

Per queste persone, ha spiegato Dan Cosley della Cornell University, Wikipedia è “come il crack”, poiché esse vedono non una semplice risorsa informativa, ma “l’incarnazione dell’ideologia del libero sapere”.

 

E poi ci sono i siti di condivisione di immagini come Flickr, sui quali le persone passano il tempo a guardare e commentare le foto fatte da altri.

Questa pratica è detta ‘photolurking’ ed molto facile che l’abitudine sfugga di mano per la tendenza ad immedesimarsi nella vita di estranei attraverso le loro foto.

 

A sfuggire di mano può essere anche l’eccessivo attaccamento alla posta elettronica: se da un lato le email possono aiutare a tenere vivi i rapporti con amici e parenti lontani più che le tradizionali lettere ormai cadute pressoché in disuso, dall’altro si tende a non tenere in debito conto dove le nostre parole possono andare a finire. È il caso – spiega il New Scientist –   del broadcaster statunitense Keith Olbermann, che in una email privata definiva il suo collega “più stupido di una valigia di pietre” e ha poi visto le sue parole finire sul New York Daily News.

 

Secondo gli specialisti dell’interazione uomo-computer, la mancanza di indicazioni quali l’espressione facciale e il linguaggio corporeo nelle comunicazioni elettroniche possono portarci a ‘supercompensare’ quello che si dice, a riempire il vuoto con messaggi fin troppo intimi.

 

Questo potrebbe anche spiegare perchè molti blogger riempiono le loro pagine con informazioni, personali o meno, che non rivelerebbero mai se si trovassero, ad esempio, in una stanza piena di gente.

 

Infine, secondo lo specialista in comunicazioni mediate dal computer Jeff Hancock, il modo di agire online hanno dirette implicazioni anche nella vita reale.

In uno studio che verrà pubblicato a breve, Hancock e i suoi colleghi hanno chiesto ad alcune persone di liberare le proprie emozioni in un blog o su un documento word. È emerso che chi pensava di scrivere su un blog è risultato più estroverso di chi scriveva su un documento word.

Recitare un ruolo o una particolare personalità online rafforza dunque il nostro comportamento rendendo più semplice seguirlo nella vita reale.

“Questo – ha concluso Hancock – potrebbe aprire un ciclo in cui la vita reale e quella virtuale si nutrono a vicenda e noi diventiamo gradualmente più indulgenti e indiscreti, o forse più egocentrici”, sempre più attenti a cercare il nostro nome su Google piuttosto che a stabilire relazioni ‘umane’ con chi ci sta intorno.

 

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