Costi di ricarica: per la Ue l’intervento spetta alle Autorità italiane. Telecom intanto rinuncia all’aumento del canone

di Alessandra Talarico |

Italia


Telefonia mobile

L’Agcom analizzerà domani le questioni dei costi di ricarica e dell’offerta Vodafone Casa Numero Fisso, al centro di un contenzioso tra l’operatore britannico e Telecom Italia che, intanto, ha annunciato di voler rinuciare al previsto aumento del canone.

 

Per quanto riguarda il canone dell’ex monopolista, l’aumento sarebbe dovuto scattare dal primo gennaio 2007 per un aggravio annuale in bolletta di 2,76 euro, ma la società ha comunicato che, in seguito a un colloquio col presidente Agcom Corrado Calabrò, e in considerazione delle preoccupazioni dei consumatori, rinuncerà alla manovra tariffaria.

 

Intanto, la Commissione europea ha risposto ad Andrea D’Ambra – promotore della petizione contro i costi di ricarica (http://www.aboliamoli.eu), che ha appena raggiunto 800mila firme – che chiedeva un commento sull’indagine conoscitiva conclusa dalle Autorità italiane (AGCOM e AGCM) sui “costi di ricarica” per i telefonini.

 

A nome del Commissario alla concorrenza Neelie Kroes, il direttore del DG alla concorrenza Michael Albers ha sottolineato nella sua lettera che spetta alle autorità italiane intervenire sulla questione.

In una lettera del 2 Aprile 2006 al Competition Consumer Officer, D’Ambra denunciava l’anomalia tutta italiana dei costi di ricarica e chiedeva alle Autorità se avessero intenzione di investigare la questione.

In risposta, il 3 Maggio 2006, la Commissione ha scritto ad AGCOM e AGCM le quali hanno aperto un’indagine conoscitiva congiunta in data 7 Giugno 2006 e conclusasi il 15 Novembre 2006.

 

L’indagine, durata ben 5 mesi, è giunta alla conclusione che serve un intervento di “rimodulazione sul contributo di ricarica dei cellulari per restituire alla concorrenza tutte le componenti di prezzo della telefonia mobile e ottenere in prospettiva rilevanti riduzioni delle tariffe”.

 

La questione dei costi di ricarica, spiega ora la Commissione, deve essere “affrontata dalle autorità nazionali essendo queste posizionate meglio per investigare la questione”, per il fatto che “il centro di gravità della presunta anomalia è il territorio italiano”.

 

AGCOM e AGCM, si legge ancora nella lettera inviata a D’Ambra, “hanno infatti il compito di monitorare il mercato e di intervenire a livello regolamentare (o sulla base della normativa a tutela della concorrenza) qualora sia ritenuto necessario”.

 

“Pertanto, sulla base dell’azione intrapresa dalle Autorità italiane, la Commissione non intende analizzare la compatibilità dei costi di ricarica dei telefoni mobili italiani con la normativa comunitaria”, conclude la Commissione.

 

I costi di ricarica lo scorso anno hanno fruttato a TIM, Wind, Vodafone e H3G, ricavi al lordo dei costi per circa 1,7 miliardi di euro, corrispondenti ad oltre il 15% degli introiti complessivi delle SIM prepagate.

 

In particolare, è stato stimato che il margine specificamente riferibile ai soli contributi di ricarica è nell’ordine del 50-55%, per un valore di circa 950 milioni di euro.

 

E dire che il servizio prepagato è nato proprio in alternativa al servizio in abbonamento, gravato dalla tassa di concessione governativa.

 

Si attende ora l’intervento dell’Autorità anche se gli ostacoli sul cammino verso l’abolizione del balzello tutto italiano sono molti, soprattutto se si pensa che il presidente Agcom ha recentemente dichiarato di voler fare tutto il possibile per “tagliare” lo scalino “per le ricariche di taglio minore” e non per “abolire” del tutto una tassa illegittima, mentre il presidente dell’Antitrust, Giuseppe Catricalà, spera addirittura che la ‘moral suasion’ possa bastare per convincere gli operatori a eliminarlo su base volontaria.

 

“Noi non possiamo abolire i costi di ricarica, perchè siamo in una economia di mercato. Se i gestori hanno dei costi è giusto che siano remunerati, ma non accentuati a scapito di giovani o anziani. Questa accentuazione anomala e’ una gobba che noi spianeremo”, aveva dichiarato Calabrò.

 

Dichiarazione che sembra in netto contrasto con l’indagine condotta dalla stessa Authority, secondo cui il contributo – dai 2 ai 5 euro – che sborsiamo anche quando facciamo una ricarica anche di piccolo taglio non solo è rimasto inalterato nel tempo, ma nulla ha a che fare con i costi sostenuti dagli operatori per la gestione dei servizi di ricarica, rappresentando – spiega l’Authority – “una componente di prezzo inserita dalle imprese nell’ambito delle loro strategie di pricing”.

 

I consumatori, intanto, attendono, e continuano a pagare un costo aggiuntivo che non ha eguali in nessun altro Paese d’Europa, chiedendosi quali possano essere ancora gli impedimenti che ostacolano l’abolizione di quello che sembra un vero e proprio ‘cartello’ tutto italiano.

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