Digitale terrestre: cosa sta facendo l’Italia per prepararsi allo switch-off? Per alcuni, ancora poco

di Raffaella Natale |

Italia


TDT

Il passaggio alla Tv digitale terrestre e i tempi da rispettare continuano a essere al centro di dibattiti e confronti tra istituzioni, esperti del settore e operatori.

Riuscirà l’Italia a rispettare la data del 30 novembre 2012, fissata dal Ddl Gentiloni per lo switch-off?

Tanti i dubbi sulla fase di transizione, i giusti investimenti, ma anche i contenuti da proporre che faranno il successo delle emittenti.

Questi, tra gli argomenti centrali della discussione che si è sviluppata intorno all’ultima sessione della IV Tavola Rotonda con l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, tenutasi ieri a palazzo Marini.

 

Cos sta facendo in pratica l’Italia per avviare il traghettamento verso la nuova tecnologia di trasmissione radiotelevisiva?

 

La nuova Finanziaria del Governo Prodi ha previsto incentivi di 200 euro per l’acquisto di apparecchi Tv dotati di sintonizzatore digitale integrato.

Condizione per il riconoscimento dell’incentivo è anche che l’apparecchio sia in grado di decodificare tutte le piattaforme televisive esistenti, rendendo potenzialmente visibili tutti i canali.

Il massimo di spesa che si può portare in detrazione è di 1.000 euro, per una quota percentuale di 200 euro massimi. Per tale misura il Governo ha deciso di stanziare 40 milioni nel 2008.

Infatti, la scelta che si vuole operare con l’intervento proposto è nel senso di agevolare la migrazione degli acquirenti verso il mercato degli apparecchi televisivi con sintonizzatore digitale integrato, senza discriminare alcuna tecnica trasmissiva esistente, rispettando il principio della “neutralità tecnologica“, affermato dalla Commissione europea con la decisione 9/11/2005 (Berlino/Brandeburgo) e violato dal precedente Governo con le sovvenzioni all’acquisto dei decoder.

 

Recentemente l’Agcom ha approvato una delibera per la cessione attraverso una gara del 40% della capacità trasmissiva digitale utilizzata da Rai, Mediaset e Telecom Italia Media.

Tutto per garantire massima trasparenza nelle procedure di assegnazione. La gara sarà, infatti, gestita da una Commissione di esperti nominata dall’Agcom e dal Ministero delle Comunicazioni. Scopo del provvedimento, favorire il pluralismo e accelerare la transizione al digitale terrestre a cominciare dalle regioni all digital.

 

Dalla Rai, il consigliere Carlo Rognoni, ha proposto la creazione di un operatore unico di rete che avrà la possibilità di disporre di un enorme patrimonio di frequenze.

Per Rognoni, “…Il 2012 è una data realistica, se viene gestito e guidato il passaggio dall’analogico al digitale“. Per questo, ha spiegato, “…Abbiamo fatto una proposta a tutti i broadcaster: mettiamo le nostre risorse frequenziali, i nostri impianti e le torri in comunità, creando una società terza con l’obiettivo di usare al meglio la capacità trasmissiva“.

 “…Noi ci stiamo già lavorando con Mediaset – ha proseguito – e spero che potremo farlo anche insieme a Telecom Italia e a tutti i soggetti che fanno Tv” a livello nazionale. Infatti “…se si arrivasse a costruire un operatore nazionale con la proprietà separata si potrebbero creare le condizioni per cui il digitale diventi una realtà prima del 2012 che è la data indicata dall’Europa per il passaggio al nuovo sistema, ripresa dal Ddl Gentiloni, e che giudico realistica”.

 

E mentre gli altri Paesi europei, Francia per prima, stanno accelerando le fasi di passaggio, l’Italia procede lentamente. Quanto fatto fino a oggi garantirà l’effettiva migrazione alla TDT?

 

Per alcuni non è ancora sufficiente: “…Il 30 novembre 2012 – ha sottolineato Piero De Chiara, presidente di DGTVi – rischia di essere una data fantasiosa se non si definisce il percorso di come arrivarci. Nel 2007 la sperimentazione del digitale verrà avviata in Sardegna e in Val d’Aosta e anche Bolzano ha chiesto di anticipare lo spegnimento dell’analogico. Ma nei tre anni successivi dovremo avviare la sperimentazione per blocchi di popolazione di almeno 4-5 milioni di unità all’anno. L’obiettivo è avere tra 6 anni 40-50 milioni di decoder o televisori integrati. Se si arriva solo con l’annuncio del 2012 si tratterà di una data di bandiera ma senza la possibilità di essere veramente operativi”.

Per De Chiara, inoltre, è evidente che spetterà alla Rai essere “…la locomotiva di questo processo. Il servizio pubblico dovrà alzare la qualità dell’offerta e il numero dei canali: cosa che finora non ha fatto per un problema di finanziamento”.

 

Questa la ragione per cui Rognoni è convinto che “…Immettendo i nostri asset in un posto dove vengono valorizzati avremo poi la possibilità di investire nei contenuti”.

“…Infatti con l’ottimizzazione dello spettro si dà a ognuno il suo fino al limite del 20% della capacità trasmissiva“: mettendo insieme ..”questo patrimonio, non perdo i miei asset ma anzi ricavo utili…” che possono essere investiti nella produzione di contenuti, ha osservato Rognoni.

 

Dalla sua, Luca Balestrieri, vicepresidente RaiNet, ritiene che “…non ci sono le minime garanzie per un ritorno degli investimenti nella fase di transizione. E se ci sarà rientro, lo sarà solo nel lungo termine e a switch-off completo”.

Poi, ha aggiunto, c’è un problema di “debolezza dell’offerta“. Figlia, a suo giudizio, della “…crisi qualitativa e di ascolti della Tv generalista che risiede nell’esaurimento di un certo modello culturale“. Per questo, ha detto, serve “una spinta innovativa“, un cambio di marcia che si deve basare sulle multipiattaforme.

 

Anche il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, Mario Landolfi sostiene l’offerta multipiattaforma alla quale la Rai è chiamata dal nuovo contratto di servizio e giudica positivamente l’aumento degli investimenti nella produzione italiana ed europea, che passano da  280 a circa 390 milioni di euro.

E visto che non si fa che invocare l’esempio della BBC, Landolfi ha fatto sapere che “…la Vigilanza ha chiesto l’autorizzazione ai presidenti di Camera e Senato per una missione in Gran Bretagna, per studiare da vicino la BBC. Formalizzata la richiesta, prenderemo contatti con l’emittente per stabilire la data”.

 

Preoccupazioni per il digitale terrestre sono state espresse anche dall’emittenza locale. Il coordinatore dell’Aeranti-Corallo, Marco Rossignoli, ha rilevato come il digitale era stato accolto con favore dalle Tv locali perché “…oltre al business tradizionale c’era la possibilità di diffondere servizi interattivi e multimediali all’utenza”. I timori di oggi, ha indicato, sono che gli attuali 4 milioni di decoder sono “…un numero significativo ma lontano dall’obiettivo dei 50 milioni al 2012; che nella fase di transizione bisogna trasmettere in simulcast, cioè sia in analogico che in digitale ma “servono canali doppi che non ci sono”; che il tGovernment non decolla“.

 

Infine, c’è il problema informativo. Non tutti ancora, secondo un Rapporto della Fondazione Università Iulm, sanno esattamente cosa sia il digitale terrestre. Lo ignora, per la precisione, il 25% degli intervistati mentre quasi il 10% è incerto su come definirlo. Anche se il 60% afferma di esserne a conoscenza. Tuttavia per il 54% degli italiani la comunicazione istituzionale sulla TDT è insufficiente e il 44% assegna lo stesso giudizio negativo all’informazione fornita dagli operatori commerciali.

 

Come ha affermato recentemente il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, “…il digitale non è una prospettiva lontana. E’ un domani che si invera nell’oggi. Ma non si improvvisano palinsesti e programmi adatti al digitale. Bisogna prepararsi per tempo. Anzi occorreva essere già pronti”.

Ma per accelerare lo switch-off, è sbagliato, ha fatto notare il presidente dell’Agcom, “…l’atteggiamento assunto da certe emittenti e cioè di aspettare la data del 31 dicembre 2011 visto che l’avvio del digitale è in programma il primo gennaio del 2012. Intanto gli altri Stati, come la Francia, vanno avanti. Con il risultato che noi che ci eravamo mossi in anticipo rischiamo di perdere questa opportunità”.

 

Intanto, il dossier sui contributi pubblici per l’acquisto di decoder per il digitale terrestre nelle Finanziarie del 2004 e del 2005 è al vaglio dell’Antitrust Ue da più di un anno. E come annunciato dal Ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, “…la Commissione europea sta per emanare atti finali. Deciderà probabilmente il 20 dicembre, ma potrebbe esserci uno slittamento a gennaio”. Procedura d’infrazione in arrivo, insomma, per il Governo italiano.

Colpevole – stando all’interpretazione europea – di aver erogato in totale 220 milioni di euro tra il 2004 e il 2005 in sconti digitali.

Bonus di Stato che nel 2004 ammontavano a 150 euro e nel 2005 a 70 euro, e destinati agli acquirenti (in regola con il pagamento del canone Rai) di set-top-box.

Ma se da Bruxelles il 20 dicembre dovesse arrivare una condanna, chi dovrebbe restituire allo Stato i 220 milioni stanziati?

“La Commissione sta lavorando anche su questo – ha spiegato Gentiloni – comunque è improbabile che i destinatari della richiesta di rimborso possano essere gli utenti finali”.

 

I broadcaster nazionali, invece, che della diffusione del digitale terrestre hanno usufruito a danno delle altre piattaforme trasmissive dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Sembra che davvero Bruxelles si stia interrogando sulla possibilità di chiedere a Rai, Mediaset, Telecom Italia Media e D-Free la restituzione di quei soldi.

A riguardo, Riccardo Perissich, presidente di Telecom Italia Media, ha sottolineato: “…Parlare di 2010 o 2012 non mi interessa. Ciò che rende credibile una scadenza è il processo di avvio“, di gestione del passaggio al digitale. Perissich ha commentato: “…Mi sembra assurdo che a pagare debbano essere i broadcaster quando i veri beneficiari degli aiuti sono stati i produttori di decoder”.

 

Stando a indiscrezioni, la preoccupazione ha fatto muovere il presidente Mediaset Fedele Confalonieri, che il 5 dicembre scorso avrebbe chiesto e ottenuto di incontrare a Bruxelles il Commissario Ue alla Concorrenza, Neelie Kroes. Appuntamento per verificare a che punto fosse la procedura d’infrazione e per indagare se davvero la Ue si accinge a chiedere ai broadcaster di restituire quel denaro.

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