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Riforma radioTv: gradualità e prudenza le parole d’ordine. Gentiloni, ‘Non useremo l’accetta per modificare il sistema televisivo’

Italia


L’iniziativa promossa da Astrid, tenutasi oggi a Roma presso la sala delle conferenze dell’Autorità Garante della Privacy, è stata una stimolante occasione di confronto tra i “duellanti”, ovvero tra “la vecchia guardia” ed “il nuovo corso” dei “decision-maker” del sistema televisivo italiano.

Non c’è stato spargimento di sangue, anzi il dibattito ha registrato toni di anglosassone eleganza.

Un convegno (coordinato dal senatore Franco Bassanini, professore ordinario di Diritto Costituzionale), molto serio, ricco di materiali analitici, con un panel ben distribuito ed efficace: complimenti agli organizzatori, in un Paese nel quale spesso la convegnistica sui media è ridondante, ripetitiva, vacua.

  

Il titolo del convegno era asettico, “La riforma del sistema radiotelevisivo“, ma tutt’altro che neutre le tesi che sono state proposte all’attenzione dei partecipanti: un corposo documento di 46 pagine, intitolato “Dieci proposte/obiettivo per la riforma del sistema radiotelevisivo“, che si pone come sintesi di un lavorio di un gruppo formato da 19 professionisti (nelle varie discipline, anche se più giuridiche che economiche), coordinato dall’ex Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Enzo Cheli, e dalla ex Consigliere Agcom Paola Manacorda.

  

Come è stato notato da Mario Barbi, le tesi sono state esposte da Cheli e Manacorda con grande delicatezza retorica, con assoluto “understatement” stilistico, ma, nella sostanza, si tratta di proposte discretamente rivoluzionarie. Come ha sostenuto Marco Follini, se venissero messe in atto normativamente, si tratterebbe di interventi in stile “accetta”, che andrebbero senza dubbio a sconvolgere l’assetto attuale del sistema televisivo, tagliando molti rami di azienda e molte teste, riallocando risorse… E il Ministro Paolo Gentiloni, nel suo intervento, ha dichiarato esplicitamente, rifacendosi alla metafora utilizzata da Follini, che il Governo non opererà, giustappunto, “con l’accetta”: anche perché, ha aggiunto Gentiloni, “chi mi conosce, sa che non è parte del mio stile personale”.

  

Le tesi di Astrid sono chiare, e le soluzioni proposte sono nette:

– il sistema televisivo italiano ha un evidente “assetto duopolistico”, che deve essere superato;

– l’obiettivo da perseguire è un “sistema pluralistico, aperto alla concorrenza di molti operatori”.

  

Il progetto si qualifica, sinteticamente, per cinque interventi di riforma:

1. la ridistribuzione della capacità trasmissiva (che è concetto più evoluto rispetto al mero possesso delle frequenze nude e crude), che porti gli operatori verticalmente integrati (cioè coloro che sono operatori di rete e fornitori di contenuti) a ridurre la “occupazione” delle proprie reti con propri contenuti, con un meccanismo “graduale” che vada a limitare, a regime, al 7% il tetto massimo della capacità trasmissiva totale, lasciando il resto a fornitori di contenuti indipendenti;

2. l’abolizione del “Sistema integrato della comunicazione”, il famigerato Sic, e la sua sostituzione con interventi (sia norme anti-trust sia tecniche di misurazione) atti a evitare il “trascinamento” (la riproduzione) delle posizioni dominanti da un mercato all’altro (dalla tv all’editoria, dalla tv analogica alla tv digitale);

3. le misure per migliorare la circolazione di “contenuti pregiati” (calcio, film), introducendo – tra l’altro – divieti di acquisire, da parte di una piattaforma, di diritti di esclusiva per poi rivenderli ad altra piattaforma;

4. il mantenimento e rafforzamento del servizio pubblico, con la divisione della Rai in 3 società, una che gestisca la rete e due fornitrici di contenuti (di cui una finanziata solo col canone ed una solo con la pubblicità);

5. una migliore tutela dell’utenza, anche attraverso norme più rigide in materia di affollamenti pubblicitari (la prospettiva della novella direttiva “Tv senza frontiere” viene considerata troppo tollerante, e nociva per gli utenti finali).

  

Già solo questi concetti sintetici rivelano il carattere “esplosivo” di una simile riforma, se venisse trasformata in una proposta di legge.

Giuliano Amato ha evidenziato come il settore della televisione si caratterizzi per “dinamiche che si evolvono molto più rapidamente delle regole“, e ha spiegato come le proposte Astrid si potrebbero sintetizzare in “più pluralismo, più piattaforme, più contenuti”.

Cheli ha enfatizzato come gli interventi normativi italiani in materia di media abbiano prevalentemente prodotto delle “fotografie dell’esistente”, mentre la proposta Astrid ha la vocazione di essere innovativa. Ha sostenuto la necessità di un gestore nazionale delle frequenze, sul modello del CSA francese, ed ha candidato Agcom a svolgere questa funzione. Ha teorizzato la massima separazione tra operatori di rete e fornitori di contenuti, come presupposto per incrementare il pluralismo. Ha auspicato una tv pubblica con più canone e meno pubblicità, e sganciata dall’influenza politica (condivisibile auspicio ma pia speranza…).

  

Paola Manacorda ha chiesto che i produttori di contenuto abbiano il massimo accesso alle reti esistenti: “l’operatore di rete non può essere fornitore di contenuti e deve mettere sul mercato le attività cui decide di rinunciare” (sia consentito osservare che “decide” andrebbe sostituito con “che è costretto a cedere”…). Il canone viene ritenuto uno strumento “anacronistico” e deve essere sostituito da meccanismi di fiscalità generale…

Follini ha evidenziato la necessità di procedere con cautela, con il massimo spirito di concertazione, perché altrimenti si corre il rischio di buttare anche il bambino, e non solo l’acqua sporca. Ha rimarcato il rischio di un “blocco violento” del sistema, se venissero messe in atto misure radicali e senza adeguata gradualità. In particolare, ha invitato tutti a superare la “astrazione” del concetto di “servizio pubblico”, di cui tanto si parla, ma di cui si ha rara concreta applicazione, osservando la Rai attuale: prima di “mantenerlo” o “migliorarlo” – ha sostenuto Follini – il servizio pubblico va… “cercato” e soprattutto “trovato”!

  

Barbi ha manifestato la propria adesione alle posizioni di Astrid, e, in materia di frequenze, ha dichiarato che la “appropriazione di pubblico demanio deve essere disciplinata”. Non ha però utilizzato il termine “esproprio”…

L’ex Ministro Mario Landolfi si è autoironicamente definito come “l’ultimo dei giapponesi”, e ha ribadito di ritenere la legge Gasparri una buona legge, perché, pur con i difetti che contiene, ha comunque stimolato la concorrenza. In polemica coi precedenti relatori, ha sostenuto che non risulta che esistano, in Italia, fornitori di contenuti cui sia stato precluso l’accetto alle reti, e quindi si tratterebbe di un “falso problema”. A proposito del tanto criticato “duopolio”, ha domandato come mai nessuno punti il dito sul satellite, riferendosi alla posizione “monopolista” di Sky Italia…

  

Voce prevedibilmente dissonante e dissidente quella di Gina Nieri, Consigliere di Amministrazione del Gruppo Mediaset e Direttrice degli Affari Istituzionali, Generali e Strategici del Gruppo: ha manifestato, con modi assolutamente “soft”, il proprio dissenso sulla quasi totalità delle tesi Astrid, pur apprezzando la qualità tecnica del documento elaborato dal gruppo di lavoro. Ha sostenuto, concordando con Landolfi, che quello della “separazione” tra operatore di rete e fornitore di contenuto è un falso problema veramente, come dimostrerebbe il sistema italiano delle telecomunicazioni, ove permane un evidente ruolo forte di Telecom, che non viene contestato dai più, in termini di accesso e libertà di concorrenza: “il sentire parlare di Gestore Nazionale della Rete mi provoca brividi orwelliani“, ha aggiunto. Ha auspicato che la “anomalia italiana” venga curata, se questa cura viene ritenuta proprio necessaria dal Governo, ma “senza fratture“, e senza punire le imprese, Mediaset in primis, che hanno effettuato investimenti notevoli, che vanno anche nell’interesse del Paese. Ha sostenuto che le quote Mediaset sono “intorno al 30%”, nelle varie aree di verifica delle posizioni dominanti, soprattutto per quanto riguarda le frequenze, e quindi non a livelli di soglia di allarme secondo la Commissione Europea. Ha rivendicato l’entità degli investimenti che il gruppo effettua nella produzione di contenuti, fiction e film nazionali, ironizzando su quanto poco, se non nulla, stiano invece effettuando altri player (ovvio il riferimento a Sky Italia e a La 7-Telecom Italia Media).

  

Il Ministro Gentiloni ha dimostrato, numeri alla mano, una elevata conoscenza delle caratteristiche strutturali, economiche giuridiche tecniche, del sistema televisivo, anche in chiave di comparazione internazionale. E’ raro che un Ministro della Repubblica “dia i numeri” in modo così accurato, citando statistiche e cifre e riferimenti tecnici dettagliati (Gentiloni ha peraltro parlato a braccio). Ha sostenuto che le tesi di Astrid, pur radicali, sono comunque apprezzabili, ma ciò non significa che possano divenire “legge” sic et simpliciter. Ha manifestato una sua teoria sulla complessità dei processi, soprattutto nel sistema mediale; ha ricordato come tante killer application teorizzate nel corso del tempo si siano rivelate fallaci (ha citato il fallimento del Minitel in Francia – tesi peraltro non del tutto condivisibile – e ha quasi assimilato quel processo al tentativo del precedente Governo di “forzare”, con gli incentivi ai decoder, la diffusione della tv digitale terrestre); ha sostenuto che la via italiana alla riforma del sistema televisivo sarà più lunga (a causa del perdurante ruolo predominante della tv analogica, rispetto alle economie televisive di altri Paese, Germania e Regno Unito in primis, molto più “digitalizzati” rispetto all’Italia), ma l’obiettivo di “un riequilibrio del sistema resta indispensabile”…

  

La strategia finora seguita dall’Italia nella televisione digitale terrestre è superata, e comunque bloccata dalle posizioni assunte dalla Commissione Europea: quindi, l’addio agli incentivi ai decoder è definitivo, e nuove soluzioni vanno studiate, concentrando l’attenzione soprattutto sull’appeal che può derivare dall’offerta di nuovi e stimolanti contenuti. Ha sostenuto che il suo Ministero sta lavorando a una proposta di riforma, che dovrà determinare il superamento del duopolio, ma sarà una proposta equilibrata, che verrà comunque sottoposta al più attento vaglio della discussione parlamentare. Ha dichiarato, in modo esplicito, per azzerare ogni ipotesi di interventi particolarmente radicali, che non verranno adottate soluzioni, come quelle in essere in altri Paesi europei, per cui un operatore non può controllare più di una sola rete televisiva.

  

Ci piace qui ricordare che, però, il Ministro, a una domanda Key4biz/IsICult, ha risposto in modo simpaticamente elusivo:

– Key4biz/IsICult: “Lei pensa, Ministro Gentiloni, che nella prospettiva di riassetto del sistema radiotelevisivo alla quale sta lavorando il Suo ministero possa trovare spazio una sorta di ‘contratto di servizio’ da applicare anche alle emittenti televisive private, ovvero l’introduzione di obblighi precisi, estendendo il concetto di “servizio pubblico” a tutti gli operatori?”.

– Ministro Gentiloni, dopo lunga pausa di riflessione, e sorridendo: “… a questa domanda, preferisco non rispondere…”.

  

Che, sotto sotto, il Ministro Gentiloni stia elaborando a proposte più radicali di quelle che non preannuncia? Senza dubbio, tutto il centro-sinistra guarda alla Francia, come modello di riferimento, ma una “applicazione” meccanica del sistema-Francia all’Italia determinerebbe uno sconvolgimento totale dell’assetto del mercato mediale italiano, e potrebbe determinare molti benefici ma anche enormi danni.

Per ora, le parole d’ordine sembrano quindi essere due: gradualità e prudenza. E, ancora, studiare molto, prima di deliberare. Così facendo, non si dovrebbero riprodurre “aborti mediali”, come la ridicola (e impraticabile) ipotesi di “privatizzazione” Rai, che resta ormai uno scheletro nell’armadio della Gasparri.

  

Conclusioni (temporanee)? Un apprezzabile documento tecnico prodotto da un qualificato gruppo di lavoro che sostiene tesi di riforma radicali, e un Ministro che apprezza il quadro teorico di riferimento delle tesi, ribadisce che le riforme ci saranno, ma annuncia che il Governo intende procedere in modo attento e cauto, e grande prudenza.

In sostanza, la “disintegrazione” di Mediaset – espressione utilizzata da Manacorda (ma non riferita al gruppo di Cologno) e che aveva scherzosamente preoccupato Nieri – appare un rischio improbabile.

  

Si ricorda che Astrid è una associazione culturale-politica costituita nel 2001 da parlamentari, politici, studiosi, di varia estrazione politica e culturale, tra cui esponenti spiccano Franco Bassanini e Giuliano Amato, che svolge una seria attività di ricerca, i cui risultati sono in parte resi di pubblico dominio (con pubblicazioni a stampa, per i tipi de il Mulino e Passigli) e in parte riservati agli associati (vedi il sito www.astrid-online.it).

  

Da segnalare, a margine, un curioso episodio: il Presidente della Rai (pur annunciato tra i relatori, e pare trattenuto da una complessa riunione del consiglio di amministrazione) è giunto al convegno mentre il Ministro Gentiloni concludeva il suo intervento, ma il senatore Bassanini non ha ritenuto di concedergli la parola, nemmeno per un messaggio di saluto. L’ora era tarda, ma è parso ai più quasi un atto di scortesia, un piccolo curioso incidente diplomatico.

  

Consulta il profilo Who is Who di Angelo Zaccone Teodosi


(Con la collaborazione di Adriana Migliucci)

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