Censura: negli Usa una proposta di legge per limitare la collaborazione delle web company con i regimi repressivi

di Alessandra Talarico |

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Nel corso di un’affollata udienza alla Camera dei rappresentanti, il deputato Repubblicano Christopher H. Smith ha espresso una pesante condanna a 4 delle più importanti aziende hi-tech americane – Google, Yahoo!, Microsoft e Cisco Systems – ree di essersi sottomesse ai dettami del governo cinese in fatto di censura e di aver “decapitato la voce dei dissidenti” del Paese.

 

La polemica, seguita dalla convocazione dei rappresentanti delle società a Capitol Hill, è scaturita dalle denunce delle associazioni a tutela dei diritti umani e della libertà di stampa, secondo cui le web company statunitensi, Yahoo! In particolare, avrebbero collaborato all’identificazione di almeno un giornalista e un cyberdissidente, che avevano criticato gli abusi dei diritti umani in Cina.

Grazie alle informazioni fornite da Yahoo, il dissidente Li Zhi è stato condannato nel dicembre 2003 a 8 anni di prigione.

A destare forte disapprovazione, anche l’acquisizione da parte di Yahoo del 40% del capitale della società di eCommerce Alibaba, in un’operazione criticata per il fatto che il portale sembra voglia approfittare della forte crescita di Internet sfuggendo però alle responsabilità di fare affari nello sterminato Paese.

 

Le accuse non finiscono qui: Google, infatti, ha appena lanciato una versione rivista e ‘auto-censurata’ del suo sito cinese, Msn ha chiuso dei blog gestiti da presunti cyberdissidenti e Cisco continuerebbe imperterrita da anni a fornire al governo le tecnologie per sorvegliare la navigazione degli internauti.

 

Tanto per capirci: Pechino ha speso decine di milioni di dollari per il più sofisticato sistema di filtraggio e sorveglianza di Internet, basato sull’aggiornamento costante di una black list di siti. L’accesso a contenuti ritenuti ‘sovversivi’ – che spaziano dalla pornografia, alla politica e alla religione – viene dunque sistematicamente bloccato da questa sorta Grande Muraglia digitale, nota come Great Firewall.

 

Ma la censura non finisce qui: il regime può automaticamente impedire l’accesso a siti che contengono parole o combinazioni ‘dubbie’, come ad esempio ‘Tiananmen + massacro’ oppure ‘Falun Gong + movimento religioso’.

I controlli si estendono anche ai forum e ai motori di ricerca.

Il tutto coadiuvato da una serie di regolamentazioni indirizzate al filtraggio dei contenuti, alla schedatura delle abitudini di navigazione degli utenti e all’applicazione di queste restrizioni.

 

Tutte e quattro le web company incriminate hanno chiarito per iscritto la loro posizione sulla delicata questione, unendosi dietro le convinzioni che la sola industria non possa opporsi alla volontà di un governo straniero e che il problema dovrebbe essere piuttosto risolto rafforzando il dialogo politico.

 

I buoni propositi, però, non bastano e con l’intento di porre fine a questa incresciosa collaborazione con i regimi repressivi – dalla Cina all’Iran, dalla Tunisia alla Corea del Nord – Smith ha proposto l’introduzione di una nuova legislazione per limitare la capacità delle web company di censurare o filtrare i termini politici o religiosi invisi alle autorità, anche quando questo fosse in contrasto con le leggi in cui esse operano.

 

Battezzato Global Online Freedom Act of 2006, il testo precisa che la censura politica e religiosa degrada la qualità dei servizi di informazione e ricerca su Internet e minaccia, in ultima analisi, l’integrità e l’affidabilità dell’industria, sia negli Usa che all’estero.

 

Le pratiche delle web company, anche e non solo nei Paesi repressivi, dovrebbero essere basate sui concetti di integrità, protezione e trasparenza e, per garantire questi principi, la proposta di legge prevede la realizzazione di un ufficio che garantisca il rispetto della libertà globale su Internet, fissando standard condivisi da tutte le società che operano all’estero.

 

All’OGIF (Office of Global Internet Freedom) le società web che operano in regimi autoritari dovranno fornire le liste di parole passibili di censura e le copie dei dati e dei contenuti rimossi o bloccati su ordine di questi governi, nonché informazioni su tutti i ‘parametri’ restrittivi richiesti.

 

Il Global Online Freedom Act renderebbe illegali la maggior parte delle pratiche attuate in Cina: i motori di ricerca, ad esempio, non dovrebbero essere basati in Paesi che restringono l’accesso alla rete e non potrebbero in alcun modo alterare o filtrare i risultati delle ricerche su richiesta dei governi.

Le web company americane non potrebbero fornire informazioni atte ad identificare gli utenti, se non per applicazioni legittime del Dipartimento di giustizia Usa.

 

Qualunque azienda americana violasse qualcuna di queste prescrizioni, potrebbe subire sanzioni pecuniarie fino da 10 mila a 2 milioni di dollari.

 

Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato ha annunciato la creazione di una task force per la Global Internet Freedom , incaricata di monitorare gli sforzi dei governi stranieri di “restringere l’accesso a contenuti politici e l’impatto di queste censure sulle società Usa”.

 

Attualmente sono imprigionati in Cina 49 cyberdissidenti e 32 giornalisti, accusati di aver diffuso in Rete critiche al regime che, però, esalta la Rete come strumento di propaganda politica.

 

Un’ambiguità inaccettabile, resa ancora più odiosa dal fatto che sono proprio le società occidentali a fornire gli strumenti per sorvegliare gli utenti.

E sono molti gli attivisti che protestano col governo americano per non avere incluso anche le tecnologie Internet nell’Export Administration Act – che restringe la vendita di attrezzature di controllo ai regimi repressivi.  

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