Censura: Yahoo chiede aiuto agli Usa. La Cina si difende, ‘le nostre regole in linea con le pratiche internazionali’

di Alessandra Talarico |

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Non si placano le polemiche sulle web company che, per imporsi sul mercato cinese, si piegano ai dettami del governo in fatto di censura.

Al centro del contendere, ancora una volta il portale Usa Yahoo!, accusato da Reporters sans frontières di aver fornito – e non  sarebbe la prima volta – alla polizia cinese delle informazioni su uno dei suoi clienti, il cyberdissidente Li Zhi, sulla base delle quali quest’ultimo è stato condannato nel dicembre 2003 a 8 anni di prigione.

 

Zhi è stato condannato con l’accusa di “incitamento alla sovversione dello Stato” per aver denunciato la corruzione delle autorità locali su dei forum di discussione e sarebbe stato ‘incastrato’ proprio grazie a un dossier fornito alla polizia da Yahoo! Hong Kong nell’agosto del 2003.

 

La società si difende in un comunicato nel quale, dopo aver sottolineato l’importanza del web per la crescita della cultura, della competizione e della libertà nella vita e nel lavoro, chiama in causa il governo, l’industria e le università perché un’azienda, da sola, non può certo cambiare una situazione complessa come quella del mercato cinese.

 

“L’informazione è potere – spiega Yahoo! – e tutti stanno traendo beneficio dall’accesso più semplice e immediato ai mezzi di comunicazione, al commercio e alle fonti di informazione indipendenti”.

Per le società statunitensi, fare business in alcuni Paesi “presenta difficoltà e problemi complessi”, ma Yahoo!, che pure si dice  “preoccupato” per gli sforzi di alcuni governi di restringere e controllare l’accesso alle informazioni, crede fermamente che “la presenza e l’impegno di compagnie come la nostra sia una forza potente nella promozione dell’apertura e della riforma”.

 

La sola industria, aggiunge Yahoo!, non può “influenzare le politiche di un governo straniero su argomenti quali il libero scambio di idee, l’accesso alle informazioni e il rispetto dei diritti umani”, nodi per i quali occorre piuttosto rafforzare il dialogo tra governi.

 

Serve, dunque, un’azione comune che coinvolga industria, governi e Università per promuovere la libertà di espressione ed esplorare nuove policy che indirizzino le pratiche industriali in tutti quei paesi  in cui i contenuti sono trattati in maniera restrittiva.

 

Per quanto attiene a Yahoo!, la società continuerà “conformemente alla legge, ad applicare rigorose procedure di protezione in risposta alle richieste di informazioni da parte delle autorità, mantenendo l’impegno a proteggere la privacy degli utenti e a rispettare la legge”.

 

Nel caso in cui un governo, conclude Yahoo!, “ci chiede di restringere i risultati di ricerca, lo faremo se è conforme alla legge e solo in maniera che l’impatto sui risultati sia il minore possibile e con la massima trasparenza verso gli utenti”.

 

Niente di nuovo sotto il sole, mentre il governo di Pechino – tramite il vice-direttore dell’Ufficio per gli affari di Internet Liu Zhengrong – proclama che la regolamentazione cinese di Internet è “perfettamente in linea con le pratiche internazionali” e gli internauti che “nessuno in Cina è stato arrestato semplicemente perché ha detto qualcosa su Internet”.

 

Il punto è che il governo cinese, pur incoraggiando l’uso di Internet come strumento di business, impedisce agli utenti di accedere a informazioni relative a temi ritenuti scomodi, quali la democrazia, i diritti umani, l’indipendenza del Tibet o il movimento religioso del Falun Gong.

 

Chi non rispetta queste imposizioni, rischia il carcere con l’accusa di incitamento alla sovversione.

Le web company, da canto loro, non vogliono rinunciare a una fetta dell’immenso mercato, che conta 111 milioni di utenti ed è secondo solo agli Stati Uniti, dal momento che l’unica alternativa al mancato rispetto delle imposizioni del governo è quella di abbandonare il Paese, cosa che non sarebbe certo di aiuto agli utenti cinesi.

 

Un bel dilemma, dunque, per le società occidentali, alle quali questa arrendevolezza verso Pechino sta procurando un bel po’ di pubblicità negativa.

Anche Google, considerato uno degli ultimi paladini della libertà di espressione sul web per il suo opporsi alle pressioni ‘inquisitive’ di Washington, è stato al centro delle polemiche, per la decisione di creare una nuova versione del sito cinese che non dà la possibilità di accedere alla ricerca video e audio, ai blog, ai forum e alla posta elettronica, né tanto meno ai termini sgraditi al governo.

 

“Dovrebbero vergognarsi”, ha dichiarato il democratico Tom Lantos, vicepresidente del  Congressional Human Rights Caucus, riferendosi in particolare a Microsoft, Yahoo, Cisco Systems e Google, dopo che i loro rappresentanti hanno disertato in massa un’udienza al Congresso fissata proprio per discutere la delicata questione della censura.

 

“Hanno capitolato al volere di Pechino per salvaguardare i profitti, mentre con la loro influenza e la loro ricchezza avrebbero potuto invece sostenere gli attivisti cinesi dei diritti umani”, ha rincarato Lantos.

 

Le aziende occidentali continuano a giustificarsi invocando l’effetto benefico delle loro scelte sul lungo periodo, ma una cosa è certa, gli internauti cinesi sono sempre più isolati e la loro libertà di espressione è ridotta al lumicino.

 

Ecco perché RsF continua a gran voce a chiedere la creazione di un codice etico per garantire che le società Internet rispettino la libertà di espressione anche quando operano in paesi repressivi.

 

Per quanto riguarda invece nello specifico il caso Yahoo!, l’associazione a difesa della libertà di stampa chiede alla società di fornirle la lista completa di tutti i dissidenti politici e i giornalisti sui quali sono state fornite informazioni alla polizia e di non addurre come attenuante il fatto che essa risponde semplicemente alle ingiunzioni delle autorità, senza conoscere la natura delle imputazioni contro i suoi clienti.

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