Google, paladino della privacy in Rete, batte Apple nella classifica dei marchi più influenti

di Alessandra Talarico |

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Si intensifica negli Stati Uniti il dibattito sulla difesa delle libertà individuali, dopo il rifiuto di Google di fornire al governo informazioni dettagliate sulle ricerche effettuate attraverso il motore di ricerca dal 1° giugno al 31 luglio dello scorso anno, oltre a un elenco dei siti più richiesti più frequentemente.

 

La stessa richiesta è stata inviata anche Microsoft, Yahoo! e AOL, nell’ambito della lotta alla pedopornografia online e nel tentativo di mettere in pratica il contestato Child Online Protection Act (COPA) del 1998.

 

Le altre 3 società si sono adeguate all’ingiunzione, anche se in maniera parziale, mentre Google ha deciso di opporsi alla richiesta, pagando caro la sua presa di posizione: venerdì il titolo ha vissuto la peggior seduta da quando la società ha fatto il suo esordio sul listino ad agosto 2004, perdendo l’8,47% a quota 399,46, e bruciando in una sola sessione di scambi una capitalizzazione di 20 miliardi di dollari.

 

Al tempo stesso il titolo sconta anche alcuni timori degli analisti legati alla sostenibilità dei risultati record finora raggiunti, e le conseguenze del tonfo accusato in Borsa da Yahoo!, dopo la presentazione di risultati trimestrali inferiori alle attese degli analisti.

 

Certo è che Google si è rivelato, non proprio a sorpresa, l’ultimo paladino della riservatezza in rete, riscuotendo il plauso delle associazioni a difesa della privacy, le quali temono che la pretesa possa costituire un pericoloso precedente per futuri abusi da parte dell’amministrazione Bush, già sotto accusa dopo lo scandalo delle intercettazioni segrete della Nsa autorizzate dal presidente.

Il ministro della Giustizia, Alberto Gonzales, sostiene che le richieste del governo non intendono violare la privacy personale ma piuttosto stabilire le misure più efficaci in tema di prevenzione e repressione della pedopornografia online, fenomeno tragico e dilagante. Ma, dicono i maligni, ci sarebbe anche l’intento di resuscitare il COPA, legge controversa per la tutela dei minori in Rete, bloccata dalla Corte Suprema proprio perché violerebbe il diritto alla libertà di espressione.   

“Se Google cedesse a questa richiesta segnalerebbe di essere disposta a dare informazioni su coloro che usano il suo motore di ricerca. Questo per noi è inaccettabile”, hanno spiegato i rappresentanti legali della compagnia in una lettera inviata al ministero di giustizia.

Le contestazioni, tuttavia, avrebbero anche un altro movente: consegnando i dati richiesti, infatti, potrebbero essere messi a nudo quei “segreti commerciali” che il gruppo difende gelosamente.

 

Google afferma tuttavia che la richiesta è troppo ampia, mentre secondo l’Electronic Privacy Information Center il rifiuto rappresenta comunque una sorta di ‘bomba a orologeria’.

Il problema sta proprio nel fatto che Google continua comunque a collezionare milioni di dati degli utenti e, fino a quando lo farà, ci sarà comunque chi cercherà di ottenerle, per un motivo o per un altro.

 

Di fatto, però, Google è l’unica società che ha opposto un  rifiuto alle richieste del ministero: Yahoo ha già fatto sapere di averle soddisfatte “su base limitata e non fornendo alcuna informazione atta all’identificazione personale degli utenti”; Microsoft ha dichiarato in una nota di star lavorando con le forze dell’ordine per assisterle secondo le loro necessità.

“E’ nella nostra politica di rispondere alle richieste legali in maniera reattiva e tempestiva in piena osservanza della legge”, ha spiegato il gruppo di Redmond.

 

La stampa americana, comunque, difende la coraggiosa posizione della società, che nel frattempo ottiene un’altra conferma della sua popolarità piazzandosi al primo posto nella classifica dei marchi mondiali più influenti.

Secondo il sondaggio annuale di brandchannel.com, Google ha battuto l’altra stella dell’high-tech, la Apple del celeberrimo iPod, e la pioniera del VoIP Skype, migliore new entry dell’anno.

“Prima di Google – spiega Brandchannel – la vita era una fonte di domande, senza nessuna risposta pronta; con Google tutti possiamo conoscere all’istante. Non è esagerato fantasticare su come agiremmo senza un simile mezzo nelle nostre vite”.

E a quelli che temono che ben presto l’azienda esaurirà la sua scorta di creatività, brandchannel consiglia di visitare i Google Labs, “una benvenuta garanzia che nuove sorprese sono all’orizzonte”.

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“Il governo – si legge nell’editoriale del Times – crede di potere invadere la privacy degli americani senza conseguenze. Google si è giustamente opposta alla richiesta di dati sulle ricerche personali di milioni di utenti ma il governo ha già ottenuto queste informazioni da America Online, Yahoo e Microsoft”.

 

La protezione dei minori, rincara il Times, è un obiettivo sacrosanto che va perseguito con il massimo delle forze, ma fa rabbrividire il fatto che si cerchi di ottenere informazioni personali degli utenti senza ben chiarire a cosa servano.

 

“Se Google non avesse resistito alle pressioni del governo – si chiede dunque l’editorialista – l’opinione pubblica avrebbe mai appreso di questa richiesta?”.

 

Anche Gartner boccia i metodi dell’Amministrazione, definiti quanto meno ‘strani’ dal momento che le stesse informazioni potrebbero essere reperite commissionando una ricerca a una società specializzata come comScore o NetRatings.

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