Ha ancora senso l’intervento pubblico nella televisione?

di di Giuseppe Richeri (Università di Lugano) |

Italia


Giuseppe Richeri

Premessa

Nel gennaio 2005 si è riunito all’Università McGill di  Montreal in Canada un gruppo di ricercatori di vari paesi per discutere e rispondere alla seguente domanda: se oggi nei paesi europei e in altri luoghi come Canada e Giappone, ci fosse solo la televisione privata, sarebbe utile creare una televisione pubblica? Giuseppe Richeri ha avuto l’incarico di preparare uno dei due rapporti introduttivi alla discussione che questo articolo ripercorre in sintesi.

L’Articolo sarà  pubblicato sul n.2/2005 di Economia della Cultura, il Mulino, Bologna

 

1. Un presente per diversi aspetti problematico

Negli anni recenti in Europa insieme alla riconferma delle sue presenza, il servizio televisivo pubblico ha visto crescere i dubbi e le critiche sulle sue funzioni e sulla sua stessa esistenza da destra e da sinistra, nel fronte conservatore e in quello progressista

La proposta di privatizzare la televisione pubblica riemerge periodicamente in vari paesi, quasi ovunque i suoi programmi sono accusati di ricalcare troppo spesso quelli del settore privato e di essere guidato esclusivamente da interessi particolari, i suoi costi sono in costante crescita, mentre le fonti di finanziamento, sia la pubblicità che il canone, sono spesso oggetto di contestazione. La sua immagine è comunque deteriorata a tal punto da essere rappresentata talvolta come un vecchio carrozzone, assoggettati al potere politico, incapace di rinnovarsi, o addirittura inutile. Ciò nonostante, in molti paesi europei la televisione pubblica è ancora al centro del sistema dell’informazione e dell’intrattenimento e assorbe grandi risorse economiche in concorrenza quasi ovunque con il settore privato per conquistare audience e pubblicità.

Il finanziamento pubblico della televisione attraverso il canone doveva garantire la sua indipendenza da influenze politiche e condizionamenti economici. Ma la sue evoluzione quasi ovunque non l’ha emancipata dall’influenza politica, mentre la pubblicità, con rare eccezioni, ha condizionato sempre più pesantemente la sua programmazione.

 Nel 1997 il Protocollo al Trattato di Amsterdam ha precisato le condizioni a cui lo stesso finanziamento pubblico deve essere soggetto nei paesi dell’Unione Europea, a partire dal riconoscimento che “il sistema di radiodiffusione pubblica negli Stati membri è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonché all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione“.

Tali condizioni in sintesi stabiliscono che:

a) i contenuti delle funzioni di servizio pubblico siano definiti (1)

b) il finanziamento pubblico sia destinato solo allo svolgimento di quelle funzioni (2)

c) l finanziamento pubblico non interferisca con le condizioni di scambio e di concorrenza nel mercato. (3)

Finora, anche su questo fronte i risultati non sembrano soddisfacenti.

I contenuti delle funzioni di servizio pubblico sono stati definiti dai vari “contratti di servizio, “cahier de charges”, ecc. a maglie talmente larghe che in molti paesi la programmazione delle televisioni private in buona parte rientra per quantità e qualità negli stessi parametri stabiliti per il servizio pubblico (news e approfondimento, film, sport, varietà, programmi per minori, ecc.).

 La cosiddetta separazione contabile per ora non è stata applicata da nessuna parte e sembra difficile se non improbabile che possa, comunque, raggiungere il risultato  desiderato, ovvero impedire che la televisione pubblica utilizzi le risorse derivate dal canone per avere vantaggi nella competizione con il settore privato.

 In questo quadro la televisione pubblica appare come un’eredità del passato, anacronistica ma difficile da smantellare, piuttosto che una struttura capace di corrispondere a funzioni di reale interesse generale. E, in questo quadro, si impongono alcune domande.

Investire risorse pubbliche in questo campo è ormai inutile oppure ci sono ancora funzioni d’interesse generale da assolvere, e in un altro modo? Se oggi non ci fosse la televisione pubblica sarebbe opportuno crearla? Per quali funzioni? Con quali strutture? Sarebbe necessario impiegare risorse pubbliche per “aggiustare” l’offerta televisiva delle imprese private in modo da soddisfare esigenze trascurate o niente affatto corrisposte?

L’interesse a riflettere sull’intervento pubblico nel campo televisivo non  deriva solo dallo stato di crisi della televisione pubblica riscontrabile attualmente. La strada verso il “tutto digitale” che i paesi europei, in modo più o meno veloce e lineare, hanno imboccato porta a una sostanziale trasformazione del settore. La moltiplicazione dei canali comporta in ciascun paese da una parte l’aumento della quantità complessiva di programmi trasmessi, dall’altra una progressiva frammentazione del pubblico su un numero di canali nettamente più grande dei 5-6 canali nazionali “generalisti” tradizionali. A questo proposito basti pensare alle case multicanale (multichannel) dove l’ascolto si è sensibilmente distribuito su una molteplicità di canali, più o meno specializzati, ciascuno dei quali raccoglie frazioni di pubblico molto più piccole. Ciò ha delle conseguenze notevoli in generale sull’economia della televisione e, in particolare, su alcuni principi tradizionalmente alla base della televisione pubblica come l’universalità del servizio, l’interesse collettivo, il finanziamento obbligatorio da parte di tutte le famiglie televisive, ecc.

 

2. Quanto sono attuali i motivi storici dell’intervento pubblico?

Il modo più lineare per proseguire nella nostra riflessione è quello di incominciare dall’intervento che storicamente lo Stato ha inteso svolgere attraverso la radiotelevisione pubblica e che in molti casi motiva ancora la sua esistenza, per vedere poi che cosa oggi funziona ancora, cosa sarebbe necessario eliminare, modificare o aggiungere. 

Osservando gli statuti delle televisioni pubbliche europee si possono individuare almeno quattro motivi fondamentali che, attraverso le leggi adottate nei diversi paesi, si sono combinati o succeduti per giustificare la presenza dello Stato nell’attività televisiva e le forme di finanziamento pubblico (canone o sovvenzioni) e per identificare e indirizzare le funzioni di “pubblica utilità”.

 

2. 1. L’accesso universale

Il primo di questi caposaldi, su cui la televisione pubblica si è basata fin dalla sua origine, si può dire ormai superato. Non siamo più nelle condizioni di scarsezza dei canali di trasmissione che davano luogo a un “monopolio naturale” tale da giustificare l’intervento pubblico. Oggi i canali terrestri si sono moltiplicati e sono stati affiancati da piattaforme multicanale come il cavo e il satellite. In tutti questi casi ed altri ancora (rete telefonica fissa e mobile, ecc.) il passaggio alle tecniche di trasmissione digitale aumenta ulteriormente i canali disponibili.. La funzione fondamentale dello Stato in quest’ambito resta quella della ripartizione e attribuzione delle frequenze tra le varie attività di telecomunicazione e della definizione delle regole d’accesso dei vari soggetti al loro uso, oltre agli standard tecnici, sulla base di accordi presso l’International Telecommunication Union. Su questo fronte lo Stato in tempi recenti ha deciso di assolvere però a una nuova funzione che riguarda tanto i contenuti televisivi quanto il contenitore ovvero la infrastruttura di trasporto.

In vari paesi europei lo sviluppo della televisione digitale terrestre è spinto dall’intervento pubblico su due fronti. Lo Stato favorisce l’adozione da parte delle famiglie dei set top box, coprendo direttamente una quota del loro costo (ad es. l’Italia), e attribuisce alla televisione pubblica la funzione di volano nello sviluppo delle reti di trasmissione e della programmazione digitale. Inoltre appare sempre più evidente che,  per garantire l’accesso universale alla televisione digitale terrestre, lo Stato dovrà intervenire di nuovo per finanziare la rete di trasmissione necessaria a coprire le aree periferiche a bassa densità abitativa dove i privati non hanno interesse a investire per diffondere i propri programmi.

 

2. 2. L’agenzia educativa

Il secondo pilastro dell’intervento statale è l’idea che la televisione pubblica debba assolvere il ruolo di grande agenzia educativa con lo scopo di integrare la funzione pedagogica del sistema scolastico, soprattutto per le fasce di popolazione più sfavorita, uscita dal sistema scolastico in età precoce. L’importanza di questa funzione oggi appare però molto ridotta. Da una parte, nel corso degli ultimi decenni il tasso di scolarizzazione è progressivamente aumentato sia per l’innalzamento progressivo dell’età di frequenza obbligatoria, sia per un maggior accesso alla scuola secondaria superiore e all’università. Dall’altra le condizioni generali di vita, nel tempo libero e nel lavoro, insieme a una maggior facilità di accesso alle fonti della formazione, della cultura e del sapere hanno reso assai meno importante la funzione pedagogica della televisione. In quest’ambito oggi in molti paesi si sta aprendo pero’ un nuovo fronte che riguarda le popolazioni migranti.  

L’apprendimento della lingua del paese d’arrivo è certamente uno degli elementi di base per ridurre il loro disagio, la separazione, la marginalità e per acquisire il senso di cittadinanza nella comunità d’arrivo. La televisione può dare un contributo rilevante in questa direzione. Ma da sola questa funzione non è sufficiente per giustificarne l’esistenza e le forme della tv pubblica.

 

2. 3. Il  pluralismo informativo 

Il terzo pilastro su cui si basa l’intervento pubblico riguarda la volontà di offrire, con la televisione pubblica, una grande agorà moderna che favorisce la formazione consapevole dei cittadini e la manifestazione dell’opinione pubblica. La possibilità di conoscere la pluralità dei punti di vista e delle idee, di essere informati sulle varie opzioni politiche tra cui poter scegliere è una delle condizioni di base per la libera formazione delle opinioni e delle scelte, quindi è un fondamento della democrazia. Da questo punto di vista occorre distinguere però, come si fa istituzionalmente in alcuni paesi europei, tra pluralismo esterno e pluralismo interno: il primo riferito al sistema delle comunicazioni di massa accessibile al grande pubblico, il secondo a ciascun mezzo di comunicazione di massa.

Oggi possiamo dire che il pluralismo esterno è sostanzialmente garantito ovunque attraverso una varietà di fonti e di media facilmente accessibili a tutti (4). Per garantire questa condizione lo Stato interviene con norme anticoncentrazione che sanzionano e rimuovono la formazione o l’abuso di posizioni dominanti. Il pluralismo interno dovrebbe garantire, in senso stretto, che ciascuno dei media sia indipendente ed equidistante dalle formazioni politiche e ne rappresenti le idee in modo equilibrato e non discriminatorio (in senso lato ciò comprende, oltre alla rappresentazione della politica, anche quella delle componenti sociali, della cultura, della religione, ecc.). Il ruolo della televisione pubblica su questo fronte è stato storicamente molto importante, sia perché unico mezzo programmaticamente destinato a svolgere e a garantire tale funzione, sia perché per molti anni  larga parte della popolazione, per ragioni culturali, sociali o economiche, non ha avuto l’opportunità di accedere a  fonti diversificate di informazione, al di là della televisione pubblica che era, in molte case, l’unico mezzo a disposizione.

La situazione ora è mutata. Per la vita democratica il pluralismo (indipendenza, equidistanza, equilibrio, ecc.) dell’informazione continua ad essere una condizione indispensabile, ma il ruolo della televisione pubblica su questo fronte non raccoglie consensi largamente condivisi. In molti casi la televisione pubblica continua a subire l’influenza del potere politico e spesso le pressioni che vengono dal Governo. Inoltre si fa osservare che ormai essa riesce a raccogliere l’attenzione di una parte importante ma minoritaria dei telespettatori in quasi tutti i paesi europei. Quindi anche questa funzione appare fortemente depotenziata, e non riesce comunque più ad avere un ruolo strategico.

 

2. 4. La libertà di espressione

Il quarto pilastro a sostegno della televisione pubblica riguarda la volontà di garantire con la televisione pubblica l’esercizio della libertà d’espressione delle proprie idee e di informare gli altri in programmi dedicati alla politica, come le ‘tribune’, e alla società attraverso i programmi di “accesso pubblico”. Oggi tale funzione è assolta dalla presenza diretta di molti rappresentanti dei telespettatori, di gruppi sociali, di organizzazioni culturali, del mondo politico ecc. in programmi di varietà, d’inchiesta, d’intrattenimento, nei talk show, nei programmi di cronaca, ecc. Ma questo fenomeno è presente in modo sostanzialmente identico nella televisione pubblica e in quella privata e propone un tipo di accesso in cui la selezione delle persone invitate non è definita da regole, ma è deciso in base a criteri di “adeguatezza” televisiva e non garantisce, quindi, in nessun modo l’esercizio di un diritto, anche nel caso della televisione pubblica. 

Oltre a ciò va osservato che oggi le opportunità e i mezzi per esprimere direttamente le proprie idee sono aumentati sensibilmente sia dal punto di vista produttivo, sia dal punto di vista della distribuzione. In generale oggi gli spazi offerti dalla televisione pubblica ai rappresentanti della società politica e civile per proporre le proprie idee hanno ormai un significato poco rilevante  di fronte alla vasta gamma di possibilità offerta da una vasta gamma di media nazionali e locali, generalisti e specializzati, elettronici e a stampa.

 

3. Un intreccio di vecchi e nuovi problemi

In sintesi possiamo quindi dire che non c’è più la scarsità di canali di trasmissione e ci sarà ancor meno con il passaggio al “tutto digitale”. Un problema emergente in quest’ambito riguarda, però, l’accesso universale alle trasmissioni televisive digitali terrestri che dovrà essere garantito anche nelle  zone a bassa densità abitativa e geograficamente marginali. La funzione pedagogica della televisione, se ancora necessaria, oggi è destinata a fasce sociali largamente minoritarie e circoscritte, in particolare le comunità di migranti. Il pluralismo informativo e culturale non sempre è garantito dai canali televisivi privati (ma spesso manca anche in quelli pubblici, condizionati dal potere politico) e in ogni caso il rispetto dell’indipendenza, l’equidistanza, l’equilibrio e la completezza dell’informazione potrebbe far parte delle regole che valgono anche per loro. Infine il diritto di accesso e di espressione in televisione appare meglio attuato oggi con la molteplicità delle reti e dei programmi che nel passato con i programmi “ghetto” dell’accesso pubblico che erano marginali, davano spazio a un numero limitato di soggetti ed erano incapaci d’interessare i telespettatori. Da questo punto di vista appare oggi difficile notare un ruolo rilevante e distintivo della televisione pubblica rispetto a quella privata tale da giustificare lo spazio che attualmente occupa nel sistema televisivo nazionale di molti paesi, e le risorse professionali ed economiche ad esso destinate

In conclusione, mi sembra che in larga parte le funzioni tradizionali che giustificavano l’intervento dello Stato nel campo televisivo se non sono già svanite, oggi appaiono meno rilevanti in quasi tutti i paesi nei quali una molteplicità di imprese offrono al pubblico programmi e servizi. Si può dire, quindi, che, se oggi non ci fosse la televisione pubblica, la sua creazione per assolvere questi compiti sarebbe difficilmente giustificabile. 

4. Trasformazioni nei sistemi ed esigenze emergenti negli spettatori

Credo che per proporre una eventuale rifondazione della televisione pubblica occorra innanzitutto considerare tre aspetti:

a) le trasformazioni in atto nei sistemi televisivi,

b) le esigenze emergenti,

c) che cosa la tv privata può fare al posto di quella pubblica.

Delle trasformazioni in atto abbiamo già accennato. Aumenta l’offerta di canali, aumenta la frammentazione del pubblico e l’idea che la televisione in generale – e tanto meno una singola rete o impresa – possa svolgere una funzione programmatica come strumento rilevante di formazione dell’identità collettiva, di condivisione sociale e di aggregazione nazionale  appare in prospettiva sempre più illusoria. Ciò vale anche per la televisione pubblica e la sua audience inevitabilmente sempre più magra. In un recente documento della BBC si descrive in termini molto netti la situazione in una parte crescente della popolazione europea:

The explosion of media choice is causing audience viewing and listening to fragment. People are consuming a wider range of services across a greater range of device. As a result, we are now in a multi-track media society, in which no two people’s media behaviour is the same” (Building public value, BBC, 2004)

In questa situazione sorgono alcuni problemi nuovi per dimensione o per qualità. Innanzi tutto c’è un numero di persone minoritario, ma non marginale, incapace di sfruttare le opportunità che il cambiamento in atto è in grado di offrire. In prospettiva, crescono due categorie di esclusi. La prima è quella composta dalle persone che non hanno le risorse economiche per aggiornare tecnicamente i loro terminali e per accedere ai canali e servizi a pagamento che offrono una parte importante di prodotti attraenti, di qualità e in generale a “maggior valore aggiunto”. La seconda categoria di esclusi è costituita dalle persone prive dei mezzi culturali per sfruttare le nuove opportunità, per scegliere con competenza i prodotti più adatti alla propria dieta nel grande “supermercato delle immagini”. Ad essa appartiene una buona parte dei nuovi migranti che occupano nel paese d’arrivo le posizioni sociali più sfavorite.

A questo problema si aggiunge la progressiva riduzione della qualità dei programmi. Non mi riferisco qui alla qualità che riguarda i contenuti o la loro dimensione estetica e creativa (dimensione assai difficile da misurare), ma quella misurata dall’investimento medio orario nei programmi. La tendenza verso la frammentazione crea nuovi problemi anche su questo fronte. Infatti mentre l’audience media per canale tende a diminuire, è probabile che anche le risorse mediamente disponibili per canale andranno nella stessa direzione. D’altra parte basta confrontare gli investimenti destinati tuttora ai grandi canali generalisti in chiaro e quelli destinati ai canali specializzati o tematici. Se per i primi si investe 100, per i secondi si investe 10 o anche meno (con l’eccezione di due categorie: i film recenti e gli eventi sportivi più popolari).

Un terzo problema emergente riguarda la varietà dei programmi offerti, ovvero la gamma di generi televisivi che il telespettatore può trovare nell’offerta televisiva. Su questo fronte la tendenza verso una polarizzazione dell’offerta televisiva intorno a un numero limitato di generi appare evidente nei canali in chiaro, mentre sostanzialmente non tocca i canali tematici a pagamento dove nell’insieme permane una gamma d’offerta più varia.

Questo quadro mette in evidenza la formazione di una fascia di telespettatori che per ragioni economiche e/o culturali subisce il progressivo “degrado” dei canali generalisti in chiaro in termini di qualità e di varietà e non è in condizione di sfruttare appieno le opportunità e i vantaggi della nuova offerta multicanale e multiservizio.

Di contro, una parte crescente di telespettatori è nelle condizioni economiche e/o culturali di soddisfare i propri interessi, desideri e bisogni televisivi senza essere danneggiata dalla mancanza di una televisione pubblica  Potranno trovare ciò che desiderano facendo a meno della televisione pubblica perché sono in condizioni di accedere a una molteplicità di fonti per formarsi un’opinione indipendente, a una molteplicità di canali per trovare le informazioni, i programmi, i generi televisivi che meglio corrispondono alle loro esigenze.

 

5. Quale intervento pubblico in un sistema composto di sole emittenti private?

Se oggi le televisioni pubbliche in Europa non esistessero non credo che sarebbe opportuno crearne altre simili. Anche dove rispettano le regole e i compiti a loro attribuiti, le televisioni pubbliche sono sproporzionate o inadatte rispetto ai problemi da risolvere: sono troppo grandi, hanno troppe funzioni, costano troppo, offrono molto a pochi telespettatori e poco alla maggior parte di loro.

I problemi come abbiamo visto non mancano. Per alcuni di questi però (rafforzamento dell’identità nazionale, della coesione sociale, della condivisione delle esperienze, ecc.) la televisione pubblica, che in altre epoche ha fatto molto, ora può fare poco o nulla. In altri casi si tratta di problemi che interessano una minoranza e che possono essere, almeno in parte risolti con interventi più leggeri e flessibili (accessibilità a una maggior varietà di programmi, a una pluralità di fonti e punti di vista, ecc.). Un terzo tipo di problemi che l’intervento pubblico può aiutare a risolvere sono quelli che riguardano la qualità “esemplare” in alcuni generi importanti della programmazione. C’è poi un quarto tipo di problemi che l’intervento pubblico può aiutare a risolvere, che interessa indirettamente i telespettatori, e che riguarda la sperimentazione e l’innovazione dei linguaggi, dei formati, dei talenti, ecc..

Credo che in un sistema televisivo composto solo da televisioni private oggi l’intervento pubblico potrebbe essere opportuno e utile per risolvere i problemi, indicati sopra, attraverso due linee d’azione da sostenere con il finanziamento generato o dal canone o da un apposita imposta pagata dai broadcaster privati a prescindere dalla piattaforma tecnologica con cui operano.

 

5. 1. Finanziamento di programmi

Il primo tipo d’intervento pubblico è quello destinato a risolvere, almeno in parte, i problemi di quelle fasce sfavorite (deficit economico, culturale, sociale) o da proteggere (bambini, anziani, ecc.). Esso rispecchia una ipotesi già avanzata nel Rapporto Peacock, pubblicato nel Regno Unito nel 1986 e rilanciata recentemente in altri paesi europei.

Si tratta di appaltare, attraverso un concorso pubblico, la trasmissione di programmi concepiti per integrare e migliorare l’offerta televisiva privata. I broadcaster che vincono la gara e ottengono l’appalto s’impegnano, per un compenso pagato dallo Stato con i soldi raccolti dal canone o da una speciale imposta sulle imprese televisive, a inserire nella loro programmazione programmi con contenuti predefiniti “di servizio pubblico”. Questi programmi sono concepiti in modo da soddisfare le esigenze di quelle categorie di telespettatori ormai minoritarie a cui s’intende garantire un certo grado di diversificazione, di pluralismo e di qualità delle trasmissioni e che non sono in grado di trovarli sui canali a pagamento o su altre piattaforme televisive. Evidentemente ciò comporta che lo Stato finanzi non solo il costo dei programmi, ma anche il “tempo d’antenna” messo a disposizione di tale servizio. Da parte dello Stato questa attività può essere gestita attraverso una struttura “leggera” che ha il compito di selezionare le reti private, di definire i caratteri delle trasmissioni e dei loro contenuti, di sovrintendere alla realizzazione dei contenuti da parte di produttori indipendenti o altri.

 

 

5. 2. Un solo canale pubblico

Il secondo tipo d’intervento – che lo Stato potrebbe promuovere in un sistema televisivo in cui operano solo televisioni private – riguarda la creazione di un nuovo canale destinato a trasmettere solo programmi di “alta qualità” ad alto costo medio orario che da una parte offra un alternativa selezionata ai telespettatori, soprattutto a quelli che possono accedere solo alle trasmissioni in chiaro, dall’altra serva come termine di paragone verso l’alto per i programmi delle televisioni private. Credo che l’offerta di questo canale, totalmente libero dalla pubblicità, dovrebbe concentrarsi intorno a un numero limitato di generi televisivi (informazione, fiction, talk show, arti e scienze) realizzati dai migliori professionisti (tecnici, giornalisti, artisti, ecc.). Anche in questo caso l’iniziativa potrebbe essere gestita da una struttura leggera che progetta la programmazione, la fa realizzare da produttori indipendenti e da fornitori esterni, realizza il controllo della qualità e si occupa della messa in onda.

Credo che questi due tipi d’intervento da parte dello Stato abbiano alcuni vantaggi. Sono poco invasivi rispetto al mercato televisivo, sono gestiti da strutture leggere e flessibili sia dal punto di vista dei costi, sia da quello della gestione. Possono esercitare un effetto di volano per i produttori indipendenti e per i professionisti del settore e di stimolo nel confronto con i broadcaster privati. Infine, possono integrare e arricchire l’offerta delle televisioni con una serie di programmi che sono normalmente incompatibili con la logica economica delle imprese televisive private e della competizione commerciale. 

Questo nuovo modo di organizzare la presenza dello Stato nel campo televisivo dovrebbe essere accompagnato dalla definizione di due tipi di regole. Il primo tipo deve evitare forme di concentrazione che limitino il pluralismo esterno del sistema televisivo. Norme anti-trust tese a impedire sia la formazione di posizioni dominanti nel mercato, sia forme di concentrazione che limitano il pluralismo esistono in tutti i paesi europei. Talvolta non funzionano in modo sufficiente, vedi il caso dell’Italia in generale e il caso della tv a pagamento in vari altri paesi. Il secondo tipo di norme deve regolare la programmazione delle televisioni private richiedendo loro di svolgere funzioni di servizio pubblico per quanto riguarda almeno il pluralismo interno, soprattutto nelle news e negli altri generi di informazione.

 

 

6. Conclusioni

Considerando il panorama televisivo attuale e le prospettive a medio termine legate alla scelta dell’Unione Europea di favorire la penetrazione accelerata della televisione digitale in tutte le case, l’intervento dello Stato in questo campo deve essere rivisto radicalmente. La struttura, la dimensione, il ruolo, le risorse attribuite alla televisione pubblica appaiono più come un residuo del passato che un’esigenza attuale. La televisione pubblica ha perso la sua presa permanente sul grande pubblico e oggi è in grado di attrarre la sua attenzione in modo sempre più saltuario. Se non ci fosse non sarebbe opportuno ricrearla secondo il modello attuale. Ciononostante persistono problemi che una presenza pubblica nel settore potrebbe contribuire ad attenuare. Tali problemi riguardano sostanzialmente tre aspetti: l’implementazione dei canali televisivi privati con programmi destinati a minoranze sociali e a fasce di pubblico da privilegiare o tutelare (bambini, anziani, ecc.); la qualità dei programmi da garantire anche alle fasce più sfavorite di pubblico, il pluralismo “esterno” del sistema televisivo e quello “interno” di ciascun canale; la sperimentazione di nuovi linguaggi, formati, talenti televisivi.

Per rispondere a questi problemi appare opportuno che lo Stato adotti una forma d’intervento leggero che punti soprattutto su due fronti. Il primo è la definizione di accordi economici con i canali privati per inserire nella loro programmazione programmi “di servizio pubblico”. Il secondo è la realizzazione di un solo canale pubblico che offra una programmazione di “alta gamma” costituita dai principali generi televisivi  dall’informazione alla fiction. La sua funzione sarebbe quella di creare un termine di paragone verso l’alto per l’insieme del sistema televisivo e di offrire a tutte le categorie di telespettatori l’accesso a programmi di qualità superiore alla media. Per realizzare tutto ciò lo Stato potrebbe dotarsi di una struttura leggera che allestisce la programmazione e affida la realizzazione dei programmi a produttori indipendenti e la loro messa in onda in parte ai canali privati, sulla base di convenzioni e contratti, in parte a un unico canale televisivo ad accesso universale gestito direttamente.

 

_________________

1. Occorre, cioè, che lo Stato individui esplicitamente in cosa consiste il servizio pubblico in termini di qualità e quantità dei programmi e di altre funzioni eventuali.
2. Occorre, cioè, poter isolare anche dal punto di vista amministrativo e gestionale le attività di servizio pubblico da quelle di altro tipo (commerciale) in modo da garantire che le risorse pubbliche finanziano esclusivamente il servizio pubblico.
3. Le imprese che ottengono le risorse pubbliche per svolgere le funzioni di servizio pre-definite non devono usarle per ottenere vantaggi competitivi con le imprese concorrenti nel mercato televisivo.
4. Fanno eccezione paesi come l’Italia dove, per l’assetto duopolistico del sistema televisivo, l’esistenza dell’impresa in mano pubblica ha finora assicurato un livello minimo di pluralismo economico e informativo.

 

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