Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..
Quasi quattro aziende italiane su cinque investono oggi sia in tecnologie digitali sia in pratiche di sostenibilità. Il dato viene dalla recente ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable del PoliMI, che è stata presentata il 10 marzo 2026, e a prima vista suonerebbe incoraggiante; il problema è quello che succede (o, meglio: che non succede) quando i due ambiti si incontrano, e non creano le sinergie che ci sarebbe lecito aspettarsi.
Vale la pena, prima di tutto, chiarire che cosa si intende con sostenibilità, in questo contesto. Si parla infatti di criteri ESG, sigla che sta per Environmental, Social and Governance, e cioè l’insieme delle pratiche con cui un’azienda gestisce il proprio impatto ambientale, ma anche le relazioni con dipendenti e comunità e la qualità dei propri processi decisionali interni.
Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio, il 64% delle imprese usa gli strumenti digitali per raggiungere obiettivi in questi tre ambiti: in primo luogo sensori per monitorare i consumi energetici, poi software specializzato per tracciare la catena di fornitura, e infine le piattaforme per la rendicontazione. Forse è ancora più interessante è il dato speculare: solo il 42% fa il percorso inverso, cioè lascia che i criteri ESG orientino a monte le scelte tecnologiche. Pe dirla in altre parole: la maggior parte delle aziende usa il digitale solo come strumento per certificare o ottimizzare pratiche sostenibili che ha già definito, e non come un campo in cui far entrare la sostenibilità come vero e proprio criterio di progettazione.
La distanza tra questi due numeri, insomma, ci dice qualcosa di preciso su come viene ancora concepita l’innovazione nelle imprese italiane (e non sorprenderà nessuno che ci sia ancora molto da migliorare). Sul piano organizzativo, altri dati che fanno alzare le sopracciglia: se è vero che due aziende su tre hanno sia un responsabile per il digitale sia una figura dedicata alla sostenibilità, è altrettanto vero che oltre la metà non ha alcun meccanismo stabile che faccia dialogare le due funzioni, e solo il 6% ha nominato un profilo specifico per gestirne l’integrazione. Le aziende italiane sono dunque virtuose nel presidiare i singoli ambiti, però faticano a trattarli come un problema unico, e insieme a coglierne le sinergie.
Il quadro regolatorio europeo
Sul versante della sostenibilità le cose sono un po’ diverse. Prima di tutto, la semplificazione burocratica qui rischia di giocare in senso opposto: il pacchetto Omnibus ha ridotto il numero di aziende obbligate a rendicontare il proprio impatto ambientale e sociale secondo due direttive europee: la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), che impone alle imprese di pubblicare dati dettagliati sui propri impatti ambientali e sociali, e la CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive), che le obbliga a verificare e prevenire i rischi legati ai diritti umani e all’ambiente lungo tutta la propria catena di fornitura. Restrigendo gli obblighi previsti da entrambe per mantenerli, di fatto, quasi solo per le grandi imprese, è come se l’Ue avesse esentato dall’obbligo di rendicontazione sulla sostenibilità una parte tutt’altro che trascurabile del tessuto produttivo europeo.
Nel frattempo, la Green Claims Directive (che avrebbe dovuto introdurre standard più stringenti contro il greenwashing, cioè contro le dichiarazioni ambientali false o fuorvianti, quelle “per fare bella figura”) è stata sospesa. Ne deriva, è vero, un quadro normativo formalmente più snello, però con conseguenze non trascurabili: meno imprese coinvolte e meno obblighi di trasparenza vuole dire, in primo luogo, meno strumenti di tutela per i consumatori. Ci vorrebbe più attenzione, non meno regole.
Le startup e il mercato internazionale
Se si guarda al mercato globale delle startup, il settore che incrocia digitale e sostenibilità esiste eccome, ed è pure ben finanziato: oltre 1.000 aziende nel mondo lavorano su questo terreno, con una raccolta complessiva di circa 4,1 miliardi di dollari e un finanziamento medio di 3,9 milioni per startup. Non sono cifre trascurabili, però sono anche la testimonianza di un ecosistema ancora molto frammentato, fatto perlopiù di realtà piccole e specializzate. La tecnologia più usata, manco a dirlo, è l’intelligenza artificiale, seguita dalle piattaforme digitali e dalla robotica.
Sul fronte della sostenibilità, ogni startup genera in media 1,3 impatti positivi: ottima focalizzazione, quindi, ma scarsa trasversalità. La maggior parte degli impatti riguarda la sostenibilità sociale (salute, accesso ai servizi, welfare) che rappresenta il 59% del totale. Per la componente ambientale e di governance, le aree più presidiate sono la gestione del rischio (13%) e l’efficienza delle risorse, inclusa l’economia circolare (12%). Temi come la biodiversità, i diritti umani o l’etica d’impresa restano invece ai margini.
La ricerca del Politecnico usa a questo proposito la parola “conformista”, e non a caso: queste startup si adattano alla logica del mercato, più che sfidarla, e affrontano i problemi di sostenibilità che hanno anche un ritorno economico misurabile (quindi, come si è visto, riduzione dei costi, gestione del rischio ed efficienza operativa) lasciando da parte quelli che non ce l’hanno.
I consumatori e il costo ambientale dell’AI
E i consumatori italiani? Secondo i dati della ricerca, il 67% dichiara che la sostenibilità è un tema molto rilevante nella propria vita quotidiana; la percentuale sale all’81% quando si parla di aspettative per il futuro. Sono numeri, per fortuna, alti, e in parte si traducono in comportamenti concreti, visto che il 56% degli italiani cerca attivamente di ridurre i propri consumi e la stessa percentuale dichiara di produrre meno rifiuti e fare la raccolta differenziata (su SOSTariffe.it si possono sempre trovare le offerte più convenienti perl’energia, in quest’ottica di risparmio).
Anche negli acquisti online qualcosa si muove, rispetto all’ondata di pacchi e pacchetti che siamo ormai abituati a farci recapitare sulla porta di cosa: due web shopper su tre affermano di aver modificato le proprie abitudini per ridurre l’impatto ambientale.
Ma c’è l’AI, ancora una volta, da mettere sulla bilancia. Nel 2025 circa due utenti internet su tre hanno utilizzato almeno una volta un sistema come ChatGPT o simili. Pochi, però, sanno che una singola richiesta media a ChatGPT 4.1 consuma circa 8 volte l’energia di una ricerca tradizionale su Google.
Chiedere a un chatbot di suggerire una ricetta o di riassumere un documento costa, eccome. Il consumo varia in base al modello usato: tra GPT 4.1, Claude 3.7 e LLaMA-3.1-405B, il più efficiente risulta GPT 4.1, con un consumo di circa 2,5 Wh per una query di lunghezza media, l’equivalente energetico di oltre 8 email inviate. Ci vorrà una campagna di sensibilizzazione apposta, anche solo per far capire quanto perdere un po’ di tempo per un prompt ben congegnato che non ha bisogno di correzioni equivalga, quasi, a spegnere la luce in una stanza.
