inquinamento

Ambiente, studio britannico: mondiali di calcio USA 2026 rischiano di essere “i più sporchi” della storia

di |

Tra sponsorizzazioni petrolifere, voli intercontinentali e stadi faraonici, il calcio globale emette quanto uno Stato europeo: sotto la lente i Mondiali 2026. La ricerca condotta da Scientists for Global Responsibility e dal New Weather Institute.

Il lato oscuro del pallone, quanto inquina il calcio e perché i Mondiali 2026 rischiano di essere i più sporchi di sempre

Il calcio è passione, identità, spettacolo globale. È lo sport più seguito al mondo: circa 220 milioni di persone ogni anno assistono alle partite dei principali campionati nazionali e si stima che 5 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) abbiano “interagito” con i Mondiali maschili del 2022 in Qatar. Numeri giganteschi. Ma dietro questa straordinaria macchina culturale, emotiva ed economica si nasconde un’altra realtà, molto meno celebrata: l’impronta ambientale del calcio.

Una ricerca condotta da Scientists for Global Responsibility e dal New Weather Institute stima che l’impronta carbonica globale del settore calcistico sia compresa tra 64 e 66 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Per avere un termine di paragone, è un valore simile alle emissioni annuali di un intero Paese europeo come l’Austria. Ora le preoccupazioni maggiori si concentrano sul prossimo appuntamento mondiale per il calcio: FIFA 2026 in Messico, Canada e Stati Uniti.

E il dato più sorprendente e controverso riguarda le sponsorizzazioni.

Il presidente della FIFA Gianni Infantino consegna il premio per la pace al presidente Donald Trump durante l’estrazione della Coppa del Mondo FIFA 2026 al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington DC

Le sponsorizzazioni ad alto contenuto di carbonio, che c’entra il petrolio con il calcio?

Secondo lo studio, circa il 75% delle emissioni attribuibili al calcio deriverebbe dalle cosiddette “emissioni sponsorizzate. Si tratta dell’impatto climatico legato all’aumento delle vendite di prodotti altamente inquinanti, come petrolio, gas, voli aerei, automobili e fast food, promosso attraverso le sponsorizzazioni sportive.

Il meccanismo è semplice: aziende ad alta intensità di carbonio investono miliardi nello sport per associare il proprio marchio a emozioni positive, successo e identità collettiva. È una strategia già utilizzata in passato dall’industria del tabacco. Oggi, secondo i ricercatori, a occupare quello spazio sono soprattutto compagnie petrolifere e compagnie aeree.

La FIFA, ad esempio, ha recentemente siglato un accordo con Aramco, il colosso saudita del petrolio e del gas, che sarà tra i principali sponsor dei Mondiali FIFA 2026 in Nord America (Canada, Messico e Stati Uniti). La nazionale dell’Inghilterra vede l’Emirates come sponsor della FA Cup; la squadra di calcio del Manchester City è legato a Etihad; il Real Madrid a Emirates; il Paris Saint-Germain ha uno degli accordi più ricchi con Qatar Airways.

L’Arabia Saudita, ricca di petrolio come ben sappiamo, è spesso accusata di “sportwashing“, ma allo stesso tempo è stata designata come paese ospitante per la Coppa del Mondo 2034, mentre nel frattempo è uno dei maggiori investitori Premier League inglese .
Allo stesso modo, va considerato l’accordo di sponsorizzazione della FIFA con Aramco, un’azienda che si stima sia responsabile del 4% delle emissioni globali di gas serra dal 1965. Segnali evidenti di un rapporto sempre più stretto tra Big Oil e settore sportivo, nello specifico calcistico.

Questi flussi di denaro, secondo gli studiosi, contribuiscono a “normalizzare” stili di vita ad alto consumo energetico proprio mentre il mondo cerca di ridurre drasticamente le emissioni.

Viaggi, stadi e partite: quanto pesa sull’ambiente una singola gara?

Al di là delle sponsorizzazioni, ci sono le emissioni più dirette e tangibili: viaggi dei tifosi, spostamenti delle squadre, costruzione e gestione degli stadi. Una partita media di un campionato nazionale massimo livello, come la Premier League o LaLiga, genera circa 1.700 tonnellate di CO2 equivalente. Circa la metà deriva dagli spostamenti dei tifosi, soprattutto in auto.

Se si passa a una competizione internazionale come la Champions League, le emissioni aumentano di circa il 50% a causa dei voli dei tifosi ospiti. Per semifinali e finali l’impatto è ancora maggiore.
Ma è ai Mondiali che i numeri esplodono.

Secondo le stime, una singola partita di Coppa del Mondo può generare tra 44.000 e 72.000 tonnellate di CO2 equivalente: tra 26 e 42 volte una partita di campionato nazionale. È un’impronta paragonabile alle emissioni annuali di oltre 30.000 automobili.

Un fattore cruciale è la costruzione di nuovi stadi. Alcuni metodi contabili distribuiscono l’impatto ambientale su decenni di utilizzo futuro. Ma in molti casi, soprattutto nei Paesi che non hanno una forte domanda per impianti da 40.000 posti (dimensione minima richiesta dalla FIFA), questi stadi restano sottoutilizzati. Per questo, i ricercatori sostengono che gran parte delle emissioni da costruzione dovrebbe essere attribuita direttamente al torneo.

Una riproduzione del trofeo FIFA di fronte allo stadio 974, una delle sedi della Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar

Qatar 2022, un pericoloso precedente

Il Mondiale di calcio in Qatar del 2022 è stato già oggetto di forti critiche ambientali. La FIFA lo ha definito “carbon neutral”, ma numerose analisi indipendenti hanno messo in discussione questa affermazione, evidenziando una sottostima delle emissioni reali.

Tra le fonti più controverse ci sono stati i voli privati: secondo alcune ricostruzioni, durante il torneo sono atterrati circa 1.846 jet privati. A questo si sono aggiunti i voli internazionali di milioni di tifosi e la costruzione di stadi in un’area relativamente ristretta ma priva di infrastrutture adeguate preesistenti.

Il Qatar ha rappresentato un modello centralizzato, con distanze relativamente brevi tra le sedi. Ma il 2026 potrebbe essere molto diverso.

Mondiali 2026: numeri record, emissioni record?

I mondiali di calcio del 2026 sarà la più grande della storia: 104 partite, distribuite in 16 città tra Stati Uniti, Canada e Messico. Si prevedono tra 6 e 7,3 milioni di spettatori complessivi negli stadi. Di questi, tra 3,5 e 4 milioni dovrebbero arrivare da Paesi extra-USA, con forti presenze attese da Germania, Inghilterra, Brasile e Argentina.
Trump ha anche assicurato in una conferenza stampa di dicembre 2025 che i possessori di biglietti per le partite del mondiale che si svolgeranno negli Stati Uniti un sistema di facilitazione per l’ottenimento del visto.

Le distanze tra le sedi saranno enormi. Si passerà da Vancouver a Città del Messico, da New York a Los Angeles. Questo comporterà un aumento significativo dei voli interni e internazionali.

Le stime sull’impatto complessivo variano molto: si parla di un intervallo tra 9 e 70 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Le valutazioni più conservative parlano di 66,7 milioni di tonnellate includendo anche le fasi preliminari. Se questi numeri venissero confermati, sarebbe il Mondiale con l’impronta climatica più alta di sempre.
Di questi giorni l’annuncio dell’EPA e le dichiarazioni di Trump che riportano indietro di anni quanto fatto fino ad ora dagli Stati Uniti in termini di decarbonizzazione.

Secondo il professore e ricercatore dell’Okanagan College in Canada, Dr. Tim Walters, le decisioni logistiche relative al mondiale di calcio nordamericano aumenteranno significativamente le emissioni, contribuendo, secondo stime scientifiche, a una quantità di gas serra sufficiente a causare 70.000 morti premature a livello globale.
I numeri, piuttosto inquietanti, sono ottenuti applicando le teorie del filosofo sloveno Slavoj Žižek, che esplorano l’economia politica del calcio globale nel contesto dell’emergenza climatica. 

Il pericolo ondate di calore

Nel frattempo, il paradosso è evidente: Los Angeles, una delle città ospitanti, è stata recentemente colpita da incendi record. Inoltre, 14 delle 16 sedi potrebbero affrontare condizioni di caldo estremo durante il torneo, con rischi per la salute dei giocatori e dei tifosi.

Un caso è l’approccio proattivo in termini di resilienza sia all’inquinamento, sia alle ondate di calore, della Città di Dallas, che utilizzerà sensori atmosferici attraverso il suo Community Air Management Program in prossimità dei siti coinvolti dalla manifestazione calcistica, come Fair Park.
I sensori raccolgono dati sull’inquinamento a cui potrebbero essere esposti i residenti.

Allo stesso tempo, la città prevede di pubblicare una guida per pianificare e rendere più efficaci gli interventi per affrontare le ondate di calore, per fornire indicazioni a residenti e soprattutto ai visitatori/tifosi su come proteggersi in caso di caldo estremo.
La dirigenza medica della FIFA sta inoltre collaborando con la municipalità di Dallas per elaborare un piano di intervento straordinario in vista dei Mondiali estivi.

Il calcio, insomma, non è solo vittima del cambiamento climatico. Ne è anche parte.

Le promesse (e i limiti) “net zero” della FIFA

La FIFA ha aderito al quadro delle Nazioni Unite “Sports for Climate Action”, impegnandosi a ridurre le emissioni del 25% entro il 2030 e a raggiungere il “net zero” entro il 2040.

Ma molti critici sostengono che gli obiettivi siano vaghi e basati in parte su compensazioni di carbonio (offset), un meccanismo che permette di bilanciare le emissioni finanziando progetti ambientali altrove, senza necessariamente ridurre le emissioni dirette nel breve termine.

Nel frattempo, il numero di partite internazionali continua ad aumentare: la Champions League è passata da 125 a 189 partite in una sola stagione, mentre il Mondiale è cresciuto da 64 gare nel 2022 a 104 nel 2026.

Più partite significano più voli, più trasferte, più emissioni?

Può il calcio cambiare rotta?

Secondo i ricercatori, le priorità sono chiare: eliminare progressivamente le sponsorizzazioni da parte di aziende ad alta intensità di carbonio e ridurre il numero di competizioni internazionali, incentivando la partecipazione di tifosi locali invece di quelli che viaggiano per migliaia di chilometri.

Ci sarebbe anche un effetto positivo sul piano sportivo: meno partite ridurrebbero il rischio di burnout per i calciatori, sempre più sovraccarichi. Il calcio ha un’enorme forza simbolica. Se decidesse davvero di guidare la transizione ecologica, invece di rallentarla, potrebbe influenzare miliardi di persone.

Perché il pallone unisce il mondo. Ma oggi il mondo chiede al pallone di fare la sua parte.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz