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Cloudflare sanzionato anche in Giappone sulla pirateria

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Un tribunale di Tokyo riconosce la responsabilità di Cloudflare nella diffusione illegale di manga: al centro del caso il ruolo dei CDN, l’anonimato online e l’impatto devastante della pirateria sull’editoria e sull’audiovisivo.

Cloudflare condannata anche in Giappone

Il Giappone ha seguito l’esempio italiano, condannando Cloudflare per aver consentito a siti pirata di offrire illegalmente accesso a contenuti editoriali protetti da diritto d’autore. Oltre al nostro Paese, quindi, anche un tribunale di Tokyo ha deciso di sanzionare la piattaforma guidata dal Matthew Prince sempre per violazione del copyright.

Quattro dei maggiori gruppi editoriali giapponesi, KADOKAWA, Kodansha, Shueisha e Shogakukan, hanno vinto una causa storica contro Cloudflare per aver favorito la violazione del diritto di d’autore di quattro titoli manga, tra cui opere di successo a livello mondiale come “One Piece” e “L’attacco dei Giganti (Attack on Titan)”.

La sentenza di un tribunale di Tokyo ha riconosciuto per la prima volta un Content Delivery Network (CDN), in questo caso con sede negli Stati Uniti, come finanziariamente responsabile per danni derivanti dalla pirateria di terze parti.

Nel nostro Paese, invece, l’AGCOM ha nei giorni scorsi multato Cloudflare con 14 milioni di euro per violazione della legge antipirateria (L. 93/2023), in quanto l’azienda non ha disabilitato l’accesso a contenuti pirata nonostante gli ordini specifici tramite la piattaforma Piracy Shield.
Multa che ha mandato su tutte le furie lo stesso Prince, co-fondatore e CEO di Cloudflare, che è arrivato a minacciare l’Italia, mettendo in discussione i servici cyber nel nostro Paese e in particolare per le Olimpiadi Milano-Cortina che inizieranno tra breve. 

Cosa ha fatto Cloudflare e perché è stata ritenuta colpevole

Questo perché Cloudflare non ha violato direttamente il copyright delle opere, ma ha reso possibile il reato permettendo la distribuzione illegale di oltre 4.000 titoli manga senza licenza a due siti web pirata. In alcuni momenti le piattaforme criminali hanno registrato più di 300 milioni di accessi mensili.

Cloudflare non ospitava direttamente i manga pirata. Il punto della sentenza non è la tecnologia in sé, ma le modalità con cui l’azienda ha scelto di offrire i propri servizi. La piattaforma agisce come intermediario tecnico: accelera la navigazione dei siti web e, grazie al sistema di “reverse proxy”, nasconde l’indirizzo IP reale dei server.

Questo significa che chi gestisce un sito pirata può restare anonimo e difficilmente rintracciabile. Secondo i giudici di Tokyo, Cloudflare ha aggravato questa situazione adottando una politica aziendale estremamente permissiva: nessuna reale verifica dell’identità dei clienti (KYC – Know Your Customer); creazione di account rapida e anonima; prosecuzione del servizio anche dopo la ricezione di segnalazioni formali di violazione del copyright (DMCA notice).

I CDN come Cloudflare sono fondamentali per il normale traffico internet, nessuno può farne a meno, ma è anche vero che spesso sono strumenti utilizzati anche da gruppi criminali per perpetrare truffe e profitti illeciti, come lo streaming illegale di contenuti audiovisivi e il download non autorizzato di contenuti editoriali protetti da diritto d’autore.

La Corte ha ritenuto che Cloudflare sapesse o potesse ragionevolmente sapere che quei siti stavano distribuendo contenuti illegali. I giudici hanno sottolineato che i siti pirata erano facilmente riconoscibili: immagini con watermark, avvisi “raw-free” e chiari segnali di scansioni non autorizzate. Nonostante ciò, Cloudflare ha continuato a fornire infrastruttura tecnica essenziale al loro funzionamento.

Questo comportamento è stato qualificato come “aiding and abetting”, cioè agevolazione dell’illecito.

Il danno della pirateria all’audiovisivo e all’editoria

Il tribunale ha stimato un danno complessivo di circa 3,6 miliardi di yen (circa 24 milioni di dollari). Tuttavia, per ragioni strategiche, gli editori avevano presentato una “domanda parziale”. La condanna effettiva ammonta quindi a circa 500 milioni di yen, più interessi.

Ma il vero peso della decisione non è solo economico. È culturale e industriale.

Solo considerando One Piece, parliamo di un manga che ha venduto nel mondo, dal 1999 ad oggi, più di 500 milioni di copie, 4,2 milioni di copie solo in Giappone nel 2025. L’anime che ne è nato ha avuto in successo strepitoso su scala globale, anche in Italia e la recente serie TV andata su Netflix ha registrato 542 milioni di ore di visualizzazione nella seconda metà del 2023, con oltre 71 milioni di spettatori.

One Piece è un bersaglio primario della pirateria e Shueisha ha citato perdite complessive per il manga pari a 380 miliardi di yen (2,4 miliardi di dollari) annui.

Nel 2024, le visualizzazioni pirata di contenuti editoriali (70% manga) hanno raggiunto 25,7 miliardi di dollari nel Q4, in aumento del 56% annuo e del 347% dal 2019.

Per il Giappone, la pirateria di anime, manga e giochi ha generato perdite di 5,7 trilioni di yen (circa 38 miliardi di dollari) nel 2025, quasi triplicate dal 2022, secondo il Ministero dell’Economia, Commercio e Industria (METI).

Perché la pirateria danneggia il manga (e tutti noi) e il ruolo dei DCN come Cloudflare

La pirateria non è un fenomeno astratto né una “furbata” senza conseguenze. Ogni manga piratato e offerto illegalmente al pubblico significa:

  • meno risorse per gli autori
  • meno investimenti per nuovi titoli
  • più precarietà per editor, traduttori, animatori e tutta la filiera creativa

Il manga – come l’animazione, il cinema e la musica – vive di un equilibrio fragile tra creatività e sostenibilità economica. Quando la distribuzione illegale diventa sistemica e protetta da infrastrutture tecnologiche che garantiscono anonimato e impunità, l’intero ecosistema culturale viene messo a rischio.

Il tribunale di Tokyo ha sottolineato che molti altri operatori tecnologici già adottano misure di verifica dei clienti e cooperano con i titolari dei diritti. Cloudflare, invece, ha scelto un modello “cieco”, che il tribunale ha ritenuto non più accettabile.

La piattaforma tecnologica, come nel caso della recente sanzione di 14 milioni di euro in Italia, ha espresso forte dissenso, sostenendo che la decisione potrebbe frenare l’innovazione e compromettere la sicurezza di internet. La Corte giapponese, come fatto anche dall’Autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, ha scelto però di mandare un messaggio chiaro: l’innovazione non può diventare un alibi per ignorare il diritto d’autore. Far rispettare la legge e chiedere il rispetto delle regole non è mai un’azione repressiva o il tentativo di censurare qualcuno o qualcosa.

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