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Come il coronavirus sta cambiando il mondo tech

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Ci sono prodotti che arriveranno in ritardo, e soprattutto non si riusciranno a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di crescita che, trimestre dopo trimestre, le grandi società si propongono.

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Se erano i venti di guerra tra Iran e USA ad aver aperto l’anno, in queste settimane il mondo si ritrova ad affrontare un’emergenza di tutt’altro genere: il COVID-19 o Coronavirus, il nuovo tipo di coronavirus non particolarmente letale ma molto insidioso per la velocità di contagio e la presenza in alte percentuali di pazienti asintomatici, il che rende molto difficile contenere i focolai.

È difficile, a epidemia in corso, fare previsioni: così come di fatto l’intero Nord Italia è stato bloccato dall’emergenza, con rinunce e rinvii sanguinosi per l’economia (dal rinvio del Salone del Mobile alla chiusura delle scuole), come testimoniato dal -40% alle prenotazioni turistiche, è possibile che altri Paesi vengano presto toccati dal contagio.

Addirittura, sull’Atlantic James Hamblin ha intitolato crudamente il suo pezzo “You’re likely to get the Coronavirus” (“Probabilmente prenderai il coronavirus”), riportando il parere dell’epidemiologo di Harvard Marc Lipstich, secondo il quale il COVID-19 sarà alla fine non contenibile e dovremo abituarci a vederlo come ospite sgradito regolarmente, come i cicli influenzali.

Tutto questo, è evidente, ha un impatto fortissimo sull’economia, soprattutto per chi già era in bilico sull’orlo della recessione (l’Italia), ma anche per il mondo dell’hi-tech che proprio in Cina, da dove il contagio è partito e ha fatto il maggior numero di vittime, ha la maggior parte dei suoi stabilimenti. Il coronavirus sta avendo diversi esiti per i grandi nomi della tecnologia, alcuni inaspettati.

Già 139 miliardi di dollari in meno

In genere, comunque, si può dire che ci hanno perso tutti: il crollo della Borsa in seguito al contagio ha portato a una perdita di 139 miliardi di dollari per le 500 persone più ricche del mondo, il calo più ingente da quando esiste il BBI, il Bloomberg Billionaires Index.

Colpito il settore della moda, considerato che la Cina rappresenta il 40% del mercato mondiale del lusso, e in particolare il ricchissimo Bernard Arnault, dominus di LVMH, nonché Jeff Bezos, con Amazon.

Ma c’è anche un altro lato della medaglia. Amazon in Italia è stata letteralmente presa d’assalto da parte di chi, in autoisolamento o per semplice eccesso di prudenza, ha deciso di non uscire più di casa per fare i suoi acquisti ma farsi recapitare tutto a domicilio (accogliendo il corriere con la mascherina, probabilmente).

Così come i supermercati di tutto il Nord Italia sono stati svuotati da cittadini in preda al panico, anche l’home delivery ha dovuto fare i conti con un’impennata delle richieste a cui è molto difficile far fronte in così poco tempo: Prime Now, che consegna la spesa a Milano, Roma e Torino in giornata, ha dovuto sospendere il servizio.

In più, i due beni più desiderati dagli italiani in questo momento, ovvero i disinfettanti e le mascherine (che, tra l’altro, sono consigliate solo per chi è contagiato, non per chi non vuole rischiare di prendersi il virus) sono diventati rarissimi, e secondo le brutali leggi della domanda e dell’offerta – coadiuvate da una certa percentuale di sciacallaggio – anche molto, molto costosi.

Secondo il Codacons, si è visto un rincaro addirittura del +1700%, e Amazon si è trovata al centro delle polemiche, tanto da dover essere costretta a replicare direttamente alle critiche: “I partner di vendita stabiliscono i prezzi dei loro prodotti nel nostro store e abbiamo delle regole per aiutarli a definire tali prezzi in modo competitivo. Monitoriamo attivamente il nostro store e rimuoviamo le offerte che violano le nostre regole“.

La soluzione è il lavoro da casa

Intanto la stessa Amazon, Microsoft e Google hanno chiuso temporaneamente le loro sedi in Cina, paradossalmente rischiando di dare una spinta definitiva all’home working. Questo perché gran parte delle attività lavorative legate al software, più che all’hardware, possono essere gestite anche da casa, e le compagnie ad alto tasso tecnologico sono certamente più attrezzate a livello di sistemi e piattaforme.

Quello che la CNN ha chiamato “il più grande esperimento mondiale di lavoro da casa” ha perlomeno mitigato il blocco alla produzione, facendo largo uso di strumenti di cloud computing, sharing di documenti con Google Docs e simili, videochiamate e teleconferenze.

Il decreto legge emesso il 22 febbraio dal Consiglio dei ministri parla espressamente della «sospensione delle attività lavorative per le imprese, a esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità e di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare».

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, rispetto al 2018 c’è stata una crescita del 20% nel lavoro in mobilità, e ormai i dipendenti che possono fare ricorso a questa formula sono più di mezzo milione, con un’alta percentuale di soddisfazione.

Certo, almeno per l’Italia è necessario che prosegua il più possibile il processo di cablaggio anche delle zone più remote, visto che la banda ultralarga per ora è appannaggio soprattutto delle grandi città (su SosTariffe.it è sempre possibile vedere le offerte disponibili per la fibra e l’ADSL nella propria zona di riferimento). Ma se tra gli effetti del coronavirus ci fosse un passo avanti per lo smart working, se non altro l’epidemia avrebbe avuto qualche ricaduta positiva.

I problemi di Apple (e degli altri)

Non tutto, però, è software, e molte compagnie tech hanno già avvertito gli investitori: ci sono prodotti che arriveranno in ritardo, e soprattutto non si riusciranno a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di crescita che, trimestre dopo trimestre, le grandi società si propongono. Tra queste c’è Apple, che dipende molto dalla Cina per quanto riguarda la fabbricazione (ma anche la vendita al consumatore) degli iPhone: dopo aver chiuso tutti i suoi 42 store cinesi, ha detto senza mezzi termini che «il lavoro sta ricominciando nel Paese, ma stiamo riscontrando un ritorno alle condizioni normali più lento di quanto ci aspettassimo. Come conseguenza, non ci aspettiamo di raggiungere gli obiettivi di fatturato che avevamo fissato per il trimestre di marzo», citando due fattori: la minore fornitura di iPhone, malgrado tutte le fabbriche Apple siano fuori dalla provincia dell’Hubei, e la diminuzione dei consumatori in Cina, che al momento si possono affidare quasi solo agli acquisti online. Bisognerà ancora attendere per verificare l’impatto del coronavirus, ma una cosa è sicura: neanche i colossi più moderni sono al sicuro dall’epidemia.

Fonti: https://fortune.com/2020/02/24/stock-market-today-richest-people/

https://www.theatlantic.com/health/archive/2020/02/covid-vaccine/607000/

https://www.telegraph.co.uk/technology/2020/02/26/working-home-could-new-normal-coronavirus-spreads/

https://www.statista.com/chart/20634/confirmed-coronavirus-cases-timeline/

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