Nella cornice del riservato ex convento di San Salvador, che ospita il Future Centre di Telecom Italia, nel cuore di Venezia, si è tenuto qualche giorno fa il secondo appuntamento di VeniceSessions.
Cos’è Venice Sessions?
E’ un progetto di esplorazione del futuro promosso da Telecom Italia e che coinvolge, in un esperimento di ricerca collettiva, studiosi ed esperti provenienti dal mondo umanistico,scientifico ed artistico. L’obiettivo è di mettere insieme esponenti che hanno espresso differenti capacità di innovazione, che provengono da vari ambiti e che rappresentano pertanto esperienze molto diverse tra loro. Mai come in questo caso, la diversità diventa ancor di più una ricchezza.
Il primo appuntamento di Venice Sessions si era tenuto ad ottobre ed aveva come ospite, tra gli altri, l’inventore del web Tim Berners Lee. In questo secondo appuntamento, il tema è stato il futuro e il suo racconto: lo storytelling. Tra i relatori lo scrittore francese Christian Salmon, la scienziata Ilaria Capua e Maria Luisa , l’artista Goffredo Haus, Lo scrittore Alessandro Baricco, i filosofi Stefano Moriggi e Maurizio Ferraris, Andrea Pontremol, CEO di Dallara, e Federico Di Chio che si occupa da sempre di digitale a Mediaset. Un panel di prim’ordine modarato da Luca de Biase e dal sociologo Giuliano Da Empoli.
Perché lo storytelling?
Perché l’arte di raccontare storie ha determinato la nascita dei primi elementi culturali dell’uomo nella notte dei tempi ed ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali.
Secondo Salmon a partire dalla scorsa decade sia negli Stati Uniti sia in Europa questa capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media e dal nuovo paradigma della società globale nel concetto di storytelling come potente arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management, della politica come strumento per indirizzare opinioni di consumatori e cittadini. Con quale risultato? Che oggi, se si pensa al consenso politico, si è arrivati a votare le storie più che le idee o i partiti politici o le persone.
In questo secondo appuntamento di Venice Session, oltre all’analisi di questo stile narrativo e dello storytelling come fenomeno socio-culturale, sono emersi gli eroi del futuro, i nuovi eroi del futuro.
E’ emersa una nuova concezione di medicina narrativa, la storia come cura, il raccontarsi ed il valore del racconto come opportunità di un presente cosciente più consapevole. E’ questo appare essere lo sforzo che oggi, proprio in questo clima d’incertezza e caos, siamo forse chiamati a fare tutti: quello di comprendere le motivazioni ed i perché delle storie piuttosto che assumerle per “buone”.
Si rileva in modo chiaro e forte l’invocazione ad una rinuncia responsabile all’assuefazione.
Nell’era della teologia della disattenzione, in un contesto in cui oggi finzione e realtà, falsità e verità sono ormai indecifrabili e in un periodo in cui la narrazione esonda, ecco che l’opportunità della riscrittura, della riscrittura consapevole, diventa l’occasione concessa all’uomo per diventare il suo miglior antenato. E’ la grande sfida per rivedere il senso della nostra stessa storia all’interno di altre storie è’ il web consapevole, è l’arte del discernimento, è la scelta di mettere al centro la domanda più che la risposta.
Questo secondo importante appuntamento di Venice Sessions, che ha visto menti provenienti da svariati ambiti culturali, ha un minimo comun denominatore che è l’uomo.
L’uomo al centro dello storytelling, l’uomo al centro della tecnologia, l’uomo al centro della mappa del futuro. L’uomo eroe che mosso dal fuoco sacro può arrivare a vette altissime. In un gioco perpetuo di ritrovarsi per perdersi, di percezioni della complessità nella complessità, di paura e di coraggio, l’uomo protagonista della narrazione, con i suoi istinti, pulsioni, emozioni. L’uomo apicale, germinale, che ancor prima di essere raccontato, deve essere “spiegato”. Questo uomo “biogenico” che viene dal futuro torna a infrangere il sogno per ricostruirlo. Lo fa attraverso la voce. La voce diventa lo strumento che più di ogni altro racconta la verità. E’ la summa dell’individuo e della sua storia. E’ ciò che oggi può parlare di evoluzione e di iscrizione nel libro globale. La voce non può essere raccontata e mentita. La voce parla.
E’ Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia che apre questa sessione, con un argomento specifico: l’impresa come racconto. E lo fa proprio utilizzando questo stile narrativo. Dichiara subito che la lettura del libro di Christian Salmon l’ha aiutato a sistematizzare alcuni passaggi importanti della sua storia di manager.
La sua storia parla d’ideali forse troppo futuristici al loro tempo, di cultura di public company, di visione di grandi progetti imprenditoriali per il Paese, ma anche di delusione per le occasioni mancate.
Racconta di sé e del suo incarico in Eni negli anni Novanta: periodo comunque di crisi, il periodo della quotazione del gruppo, con la spinta alla liberazione dell’Eni dall’interferenza politica.
La storia della ricerca dell’espressione di un progetto imprenditoriale che ebbe molto successo e che avrebbe dovuto culminare proprio con la realizzazione di una public company padrona del proprio destino.
La quotazione ebbe successo, ma invece nel ’98 il verdetto fu che l’Eni avrebbe comunque sempre avuto un legame un po’ ingombrante con la politica. L’ideale profondo della public company porta Bernabè a lasciare Eni e vedere in Telecom Italia il giusto interlocutore perché questa storia potesse compiersi.
Bernabè racconta la rabbia e l’impotenza di fronte ad un Opa che solo dopo tre settimane dal suo arrivo annunciava la “necessità” di un padrone forte per Telecom Italia.
Ironia della sorte la storia si ripete e Bernabè inizia una lotta serrata che si oppone a tale destino fino alle sue dimissioni.
E’ il periodo della delusione e dell’allontanamento dall’establishment che lo porta a riappropriarsi di una dimensione più controllabile. Dismesse le vesti da ufficiale, scende in campo come soldato diventando piccolo imprenditore.
Ma la storia non è finita, continua oggi con il suo ritorno a Telecom Italia.
Il momento attuale? Forse…quello giusto, quello di una nuova fase di responsabilità e di azione condivisa, con una visione di “ecosistema” delle comunicazioni, senza la quale l’intero comparto della convergenza difficilmente riuscirà a sopravvivere e ad essere competitivo, assicurando un rilancio del Paese. Un ecosistema con requisiti positivi e condivisi da tutte le parti in commedia, che per sua natura deve rinunciare, pena la sua stessa sopravvivenza, a prevaricazione e arroganza, ricercando invece sinergie e possibilità di espressione di tutti i soggetti coinvolti all’interno di un ecosistema che deve riconoscere ruoli, meriti e tracce forti di linee di sviluppo sostenibile dell’intero settore.
E’ poi la volta di Christian Salmon, scrittore e massmediologo, il cui ultimo libro parla proprio di storytelling. Il suo intervento è centrato sulle nuove modalità di storytelling: l’esplosione del racconto nell’era del web.
Da acuto osservatore, Salmon ci svela le tecniche culturali del filo invisibile che lega le storie alla storia. Sceglie di parlare della storytelling di un “un-storyteller” d’eccezione, quello che secondo Salmon scardina oggi in modo cosciente un deviato e manipolatore uso della storia. Questa tendenza ci spiega è nata negli anni Novanta e consiste nel raccontare storie confezionate figlie della fiction e di un mercato della costruzione del consenso attorno alla manipolazione e all’induzione all’azione. Si tratta, secondo Salmon, di vere e proprie armi di distrazione di masse. “… Oggi - dice Salmon - si votano le storie, non le idee, si votano le biografie, non i partiti politici o le persone…”.
Da Milan Kundera e la tirannia della storia, alla collera di Flaubert, Salmon parla di Obama come “New Don Chishotte”. Salmon riconosce in Obama la forza di aver rotto questa tradizione e colto nella complessità odierna connotata da caos, il modo coerente, il giusto frame, la storyline, il networking, e l’identity. Lo chiama il cubo magico di Obama. L’eroe liquido, il “blogger” che scrive la storia con un linguaggio coerente di metafora e che ha compreso come riscrivere la storia colmando i vuoti narrativi. La sua storia parla di globalità e di possibilità, un libro aperto senza finale e quindi ancora riscrivibile.
Seguono gli interventi di Luca de Biase e Giuliano da Empoli, cui spetta il compito del traghettamento dal primo al secondo appuntamento delle Venice Sessions.
L’intervento di Luca Biase, responsabile di Nova24, pone l’accento sul sogno degli anni passati, sul sogno della generazione precedente, epoca del passaggio dalla ruralità all’industrializzazione, quel periodo racconta comunque, per le aspettative in esso riposte, un futuro concreto e gioioso. “…Oggi, nella dimensione più preoccupante in cui viviamo abbiamo ancora più responsabilità e lo storytelling può aiutarci a riappropriarci della storia vera, distinta dalla capacità di narrare, non importa cosa…”.
I lavori proseguono con Giuliano da Empoli, sociologo e scrittore che si domanda se l’Italia abbia ancora una storia da raccontare. Osserva che all’estero siamo percepiti dalla stampa internazionale attraverso aneddoti. “…Esiste un reale deficit biografico della politica italiana. In Italia non si pubblicano biografie di uomini politici e lancia la provocazione che forse se le storie non ci sono non si possono neanche raccontare…”.
Intervento di Riccardo Luna, giornalista direttore di Wired Italia, che racconta come proprio dalla sua appena nata esperienza di Wired Italia abbia avuto difficoltà a trovare storie italiane da raccontare. Secondo Luna, le storie ci sono, solo che non lo sappiamo, e paradossalmente sono più conosciute all’estero che qui in Italia. “…Ma la difficoltà è trovare chi sa raccontare e raccontarsi…”.
Enrica Roddolo, giornalista e scrittrice, parla del limite dei giornalisti italiani di non sapere raccontare storie. Sottolinea la grande possibilità che noi italiani abbiamo di creare una storia attorno alla storia dell’arte e proprio durante periodi di crisi è dimostrato che noi italiani abbiamo sorprendenti capacità di start up: “…Noi italiani potremmo raccontare bellissime storie dell’arte ed i musei lo stanno iniziando a fare..”.
E’ la volta di Massimo Banzi, CTO di Tinker, una società di consulenza basata a Londra che si occupa di design e tecnologia. Banzi ha fondato il progetto Arduino, primo esempio di successo nel campo dell’hardware open source:“…La nostra fortuna è stata riconvertire un progetto di studio che si stava chiudendo, con l’obiettivo di “non perdere” il patrimonio di informazioni e di tecnologia creato fino a quel momento”. Si tratta di un progetto ispirato ad un approccio elementare per spiegare la tecnologia a chi non la conosce. L’idea è stata inventare un sistema per programmare pezzi di hardware per progettare piccoli oggetti interattivi di terzo tipo; poi dalla loro condivisione ne è nata una comunità. Molta gente ha cominciato ad utilizzare i nostri prodotti costruiti ad Ivrea e ormai anche dall’estero li comprano perché sono Made in Italy. “…Con un nostro hardware, per esempio, dei ricercatori creativi si sono uniti per inventare e creare un circuito che, se applicato alla foglia di una pianta, ti telefona via twitter e ti chiede di innaffiarla o ti avvisa che non c’è luce…”.
Federico di Chio parla di Mediaset, e dell’esperienza del racconto, con espliciti riferimenti al rapporto tra storytelling e impresa hollywoodiana. Farla di fiction, di grande e piccolo schermo.
Se non siamo in grado di metabolizzare una storia, non siamo in grado di raccontarla e viceversa. E se non la raccontiamo non la facciamo nostra… insomma è un po’ un circolo vizioso. “…Raccontare è rendersi conto, essere consapevoli, restituire a se stessi un racconto…” sostiene De Chio.
Parla di quando le storie diventano inenarrabili, troppo forti perché l’emozione della loro rievocazione possa concedere all’orecchio di udirle, e in quel caso l’uomo non ce la fa.
Le storie degli altri sono molto importanti per noi, per poterci specchiare.
Le fiction, in un certo senso, assomigliano alla vita, è come se scrivessimo un libro…. Di Chio vede la visione di Salmon un pò romantica, sostiene che il passato è permeato dal processo del racconto anche prima degli anni Novanta e “…che non ci sono narrazioni buone o cattive da scartare, perché noi siamo anche quello che consumiamo e scartiamo…”.
Andrea Pontremoli, CEO di Dallara, è un imprenditore che costruisce auto da corsa e racconta la sua storia. “…Nel mulino di mio padre raccontavamo storie….non avevo nulla e la guerra mi ha portato via tutto…” questa frase gli ricorda sempre gli insegnamenti di suo padre su come capitalizzare la forza per creare il futuro e valorizzare la diversità, cultura, religione, nonché alimentare passioni. Appassionato di elettronica costruiva fin da piccolo meccanismi con tasto di autodistruzione. Racconta che anche il “matto” del suo paese gli ha insegnato cose importanti. “….passavo davanti al bar e quest’uomo si tirava dietro una corda dove non era attaccato niente. A chi gli diceva perché se la tirava dietro rispondeva: e voi che siete intelligenti provate a spingerla…”. Quest’uomo gli ha mostrato la differenza del “trascinare rispetto allo spingere”. Manager che spinge, manager che trascina.
La sua passione era l’elettronica, la velocità, ma anche la musica. “…Creare il sogno, poter disegnare qualcosa dove altri vogliono essere, un posto dove poi tutti si aggregano e ti seguono indicandoti il percorso…”. C’è in Spagna un monumento di Cristoforo Colombo e qualcuno sotto il monumento ha scritto “in fondo si era perso…”. La forza del sogno ti fa arrivare a qualsiasi cosa di grandissimo anche partendo da presupposti sbagliati, ma la capacità di aggregare intorno al sogno fa la differenza. Parla del suo territorio e dell’impegno a ripopolare un paese in via d’estinzione nella Valceno, in provincia di Parma: “…La competitività nel futuro sarà non più dell’azienda ma del territorio…”.
La crisi forza il pensiero, nei momenti di normalità fai o ti fanno fare cose di cui non sai il perché, poi arriva la crisi e immediatamente le cose che facevi non vanno più bene. Ti devi fermare a pensare a buone soluzioni a basso costo e che funzionino bene.
La competitività in futuro non sarà più dell’azienda ma sarà del territorio.
E qui sembra di risentire le sagge parole dette alcuni decenni fa da Adriano Olivetti.
E’ il momento di Ilaria Capua, virologa e veterinaria, parla di scienza nell’era del web e della cultura della condivisione.
Racconta una storia del tutto diversa: come l’influenza aviaria era nel 2006 un pessimo esempio d’informazione, una presa in giro, lo zimbello, la nuova “Pierino ed il lupo”.
E’ uno dei virus più aggressivi nel mondo animale e nel giro di 48 ore il focolaio uccide. Oggi tre anni dopo questa pandemia mediatica (anche perché associata ad altri virus come la spagnola etc.) il virus è presente in tre continenti, in grado di infettare 50 specie di volatili e 3 specie di mammiferi incluso l’uomo. Ma l’aspetto più interessante, è che, siccome gli animali sono le vittime principali, non si sia mai parlato del problema che per l’uomo venga a mancare la principale risorsa da cui attingere di proteine nobili soprattutto in paesi in via di sviluppo.
L’Istituto di ricerca che dirige è stato il primo a diagnosticare il virus H5N1 in Africa. “…Avere l’impronta digitale del primo virus per un virologo è come un tesoro, perché da questo si può ricostruire l’origine del virus, da dove è partito e mettere insieme molti altri tasselli…”.
Il momento più critico arrivò quando fu invitata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a registrare la sequenza del virus in un database protetto e ad accesso limitato di soli 15 istituti. Sarebbe così entrata a far parte di un club privato di scienziati.
Racconta con sorpresa“…..noi gridavamo alla pandemia e mi veniva richiesto di mettere nelle mani di pochi istituti questa informazione”. Per una logica di senso e in qualità di dipendente pubblico, che deve operare per il bene pubblico e a favore della ricerca, Ilaria Capua si rifiutò. Il giorno dopo il suo diniego viene travolta da qualcosa di più grande di sé che non aveva immaginato né previsto.
Questo diniego le costò l’olimpo delle prime pagine di tutti i giornali più importanti, Science, Wall Street Jornal, New York Times, etc. Oggi proprio dall’insegnamento di questa esperienza ha creato un database scientifico di tipo open source, affinché ricercatori di tutto il mondo possano lavorare insieme per contribuire alla conoscenza e depositare informazioni.
La sua alzata di testa le è stata riconosciuta con un premio tra i più prestigiosi al mondo.
Oggi Ilaria Capua è una dei 5 revolutionary mind per Seed, prestigiosa rivista americana, ma la diretta interessata sostiene di non aver fatto niente di così “grandioso”. Nell’era della globalizzazione dovrebbe essere naturale condividere le informazioni e fermarsi a riflettere su cosa abbiamo in Italia e dove la ricerca italiana stà andando.
Stesso tema, ma il microfono passa a Maria Luisa Lalitrano, ricercatrice medica, parla della sua storia: fiera di essere professore universitario, per la possibilità di accedere alla conoscenza e poterla trasferire, cosa che sente come atto di grande responsabilità.
Si occupa di medicina molecolare, sviluppata e fortemente condizionata proprio dalla rete.
La sua storia di ricercatore inizia con il fuoco sacro della ricerca nelle vene. Racconta di essere inciampata, giovane, in una scoperta in maniera casuale, una scoperta che infrange dogmi darwiniani secondo cui i gameti, che sono delle cellule che per loro natura trasferiscono il dna nell’uovo, potevano fare altrettanto per via esogena.
Erano tempi in cui si cercava di capire come cellule normali impazzivano diventavano neoplastiche, senza seguire nessuna regola.
Scoprì che i gameti erano accessibili a delle macro molecole, il gamete era permeabile e si poteva portare dietro del DNA, racconta: “…questa scoperta era intrigante pensavamo di non avere sbagliato, eravamo giovani…”. Dopo anni di ricerche, nel 2002 riuscimmo a pubblicare questo studio, aprendo nuovi orizzonti sulla fecondazione assistita e dando vita a un nuovo filone di ricerca che ha consentito la generazione di animali geneticamente modificati. Stupisce tutta la platea, mostrando un video in cui un cuore di un maiale geneticamente modificato nel momento in cui viene perfuso con sangue umano inizia a battere da solo senza rigetto. Non è fantascienza è scienza. L’Europa ci ha creduto e siamo 18 gruppi che stiamo lavorando a questo progetto. Racconta “….è stata dura e all’inizio abbiamo avuto anche compagnie americane che ci hanno remato contro, ma questa è una storia di tenacia e resistenza, non è importante essere forti ma resistenti, non siamo duri ma dureremo”.
E’ il turno di Luca Chittaro, dell’Università di Udine. Ha fondato l’HCI Lab ed opera a livello internazionale in progetti sia di ricerca pura che industriale, i cui temi principali studiati sono l’interazione con dispositivi e servizi mobili, la realtà virtuale e i serious game, la visualizzazione delle informazioni, la comunicazione mediata dal computer.
Per Chittaro è fondamentale non trascurare che al centro di ogni attenzione deve esserci l’uomo. Il dispositivo da solo non può “raccontare” l’utente.
Chittaro sottolinea l’importanza di controllare la telecamera: “….Se la telecamera è sull’utente il dispositivo acquisisce senso…Se si punta invece la telecamera sul dispositivo se ne raccontano le estensioni, i materiali, i circuiti, le prestazioni la protesi cognitiva, allora si parla di un amputazione….La vittima innominata che è l’utente scompare….L’involucro, il device, la plastica sono sempre quelli, ma l’utente è la sorgente che proietta nello specchio la solitudine, l’amore, i desideri, i sentimenti…”.
Gianluca Dettori, CEO di Pixel, parla di una storia di un italiano che ha costruito gli accelerometri come quelli dentro gli iPhone. Si chiama semplicemente Bruno, è un perito elettronico con due lauree honoris causa e 80 brevetti all’attivo.
Siamo nel periodo dell’industria dei semiconduttori negli anni Settanta in Agate Brianza. La storia ci dice che sono sempre team molto piccoli di due, tre persone al massimo, per grandi invenzioni. E Bruno con il suo team, dovendo trascorrere 4 ore di pendolarismo in macchina per spostarsi dal Castelletto ad Agate Brianza, ragiona con i suoi compagni di viaggio in interminabili briefing quotidiani, progettando di fatto una nuova interfaccia uomo-macchina, inventando interi processi produttivi per il silicio.
Dettori identifica due tipologie di aziende oggi, quelle che vivono preservando la loro posizione di mercato che hanno faticosamente guadagnato nel passato e quelle che guardano al futuro e si sentono sempre spinte verso il reinventarsi la mappa.
Ma, per l’uno e per l’altro caso, vale sempre la regola per la quale “…dietro la tecnologia ci sono sempre le persone, con la loro fantasia e forza creativa”.
Scrittura e riscrittura sono stati i temi di Stefano Moriggi, storico e filosofo della scienza. Contestualizzati in una fenomenologia di internet.
Secondo Moriggi, la tecnologia permette oggi alla scrittura di essere pubblica, rivedibile e controllabile. Nel momento in cui si modifica, la scrittura è evolutiva. Certo non tutte le scritture sono così. La comparsa del pollice opponibile è stata rivoluzione biologica e concettuale che ha cambiato il mondo: lo spazio è andato plasmandosi in base all’elaborazione consentita attraverso una interazione sofisticata del proprio corpo con l’ambiente e con gli strumenti. Gli strumenti che intervengono sulle modalità di interazione con l’ambiente rendono sofisticate le nostre stesse possibilità di pensiero. E la scrittura ha fortemente marcato il nostro stretto rapporto con l’ambiente determinandone un livello più sofisticato di evoluzione. Ma poi immediatamente il dubbio del filosofo: “…E’ vero che la scrittura garantisce un’estensione della memoria, ma impoverisce la capacità di ricordare dall’interno…”. La scrittura ha comunque modificato le modalità di ricordo e di pensiero presenti prima della scrittura.
Ancora la scrittura all’attenzione di Maurizio Ferraris, filosofo teoretico.
Secondo Ferraris si costruiscono oggetti e dinamiche sociali innanzitutto sulla base di iscrizioni, quindi la scrittura come motore delle relazioni sociali ed economiche. Il fatto che non sia ancora scomparsa la carta, che si siano incrementati i sistemi di registrazione degli scritti, viene dalla necessità di descrizione di queste oggetti sociali che sono frutto di atti sociali e dinamiche che sono a loro volta i risultati di atti sociali.
Nel momento in cui prometto a una persona, creo: le prime scritture sono registrazioni.
Se conserviamo tutti i biglietti e pezzi di carta in una settimana ci renderemo conto dell’impatto della scrittura. Non è il jumbo-jet che ha prodotto la globalizzazione ma è stata la possibilità di trasferire grandi pacchetti di informazioni che ha ridotto il mondo.
La vera causa della globalizzazione è la scrittura e l’iscrizione rende quindi questi processi attivi. In conclusione, la scrittura è secondo Ferraris il motore del mondo: “…Niente di sociale esiste fuori dal testo ed oggi assistiamo ad un esplosione dello scritto, il problema è semmai come organizzarlo…”.
Dalla scrittura alle altre espressioni artistiche, all’Arte 2.0 per dire come Musica e Teatro raccontano.
Il primo passaggio è affidato a Goffredo Haus, docente e ricercatore di informatica musicale.
Haus, da sempre attratto dalla musica, racconta come nasce il suo interesse smontando una chitarra e costruendone un’altra. Appassionato di musica e pensando di non riuscire a imparare a suonare uno strumento in modo accettabile, ha studiato la tecnologia del trattamento dell’informazione musicale per poterla capire e creare.
Il nostro cervello, ci dice Haus, quando ascoltiamo un brano musicale entra in una partitura, un documento, un’informazione musicale. Haus ha messo a punto una tecnologia che può trattare in modo passivo di ascolto ed attivo di elaborazione una partitura musicale. Si può quindi seguirne la scansione di ogni nota associata (visivo e uditivo su pentagramma) ma si può scomporre e riscrivere utilizzandone parti, deframmentare ogni singolo strumento, dargli più enfasi o attenzione. Con questo strumento fra qualche anno potremo rifrullare vecchie partiture, riabilitarle e riscriverle. La manipolazione creativa che vince sulla intoccabilità dei documenti.
Poi è la volta del teatro. E la parola passa a Giorgio Barberio Corsetti, regista di teatro e attore, che secondo un’arte antica pone l’accento silenzio. “…La parola nel silenzio può avere un significato diverso che nel contesto discorsivo, e questa opportunità ce la dà la parola poetica…”.
Barberio Corsetti rivendica il fatto che la parola poetica si può incarnare nel presente. La parola si fa poesia, l’esperienza vissuta si fa presente e diventa l’unico mezzo. La parola poetica diventa tonda, riprende la sua forza. In una società che tende ad appiattire ciò che è invisibile, la parola ha la possibilità di raccontare l’irraccontabile, le pulsioni più forti. Le montagne di pubblicità tendono all’annullamento del pensiero. La possibilità dell’ascolto della poesia, nella “presenza”, è la via maestra: il luogo è fisico ed è nel luogo che avviene la presenza. Barberio Corsetti ritiene che parlando di virtuale la “presenza” sia fondamentale.
Atteso l’intervento di Alessandro Barricco, noto scrittore e critico musicale.
Secondo Barricco, Salmon dice una cosa largamente condivisa da molti: dice che se dobbiamo guardare al presente, vediamo non tanto uno scontro tra ideologie o tra ragionamenti (di forze politiche ed economiche), ma tra narrazioni.
Collettivamente si decide di aderire a una storia piuttosto che a una altra e questa scelta genera delle conseguenze. “…Nel momento in cui aderiamo alla narrazione che dice "scoppierà una guerra", allora noi faremo scoppiare una guerra…”.
Secondo Barricco, il libro di Salmon è contro lo storytelling, ci dice di fare attenzione, ma pone il mirino nel punto giusto. Ammette che questa scelta della centralità della narrazione, in quasi tutti i gesti che noi facciamo, sta diventando qualcosa di cosi tanto massiccio da diventare rischioso.
Ed i rischi ci sono.
“…La narrazione quando interviene in sostituzione di altri resoconti del vero, fa perdere obiettivamente un coefficiente di precisione…”. Confezionando con sinteticità, semplificando qui, tagliando di là, otteniamo un prodotto così solido, che rimbalza a scapito della complessità, ma a favore della velocità di trasmissione. “...Rischiamo di perdere il reale della complessità in cambio della velocità…”, facciamo un rapido conto e decidiamo che è meglio così, “…perché quello che ci importa è il risultato e perdiamo un reale dominio della complessità del reale…”.
Per Barricco, le narrazioni sono già per natura delle sintesi e tendenzialmente la narrazione ha il compito di mettere in linea sinteticamente elementi del reale. Se la nostra storia, le nostre emozioni, la storia della nostra impresa diventano oggetto dei nostri racconti, saranno inevitabilmente costrette. Barricco si domanda allora il perché e sottolinea come agli inizi degli anni Novanta in cui scriveva narrazioni, si trovava spessissimo nei teatri a raccontare, in televisione, in varie manifestazioni, ma alla fine la cosa che motivava questa azione era una forma di impoverimento.
Racconta che quando era a scuola negli anni Sessanta incamerava una innumerevole quantità di nozioni e non capiva il perché. Erano tutte risposte a domande, ma le domande erano taciute. Ciò che non capivi era il perché e c’era una totale scissione tra questi due elementi. “…Scoprire la domanda rispetto alla risposta è e deve essere al centro della narrazione…”.
E’ domandarsi il perché è cosa che si fa, ma che di solito ti viene data come una Bibbia.
Ciò che guidava l’istinto dice Barricco era di restituire una necessità, un senso, una vitalità un nesso con i saperi a tutto il patrimonio del sapere ad una elevatezza e nobiltà intellettuale. L’istinto va a scaricare tutta una serie di emozioni e di desideri e di nuovo il sapere ha a che fare con radici. La reazione nella direzione della narrazione era un reazione giusta.
Oggi non possiamo non verificare, dice Barricco, che tutto ciò è stato fatto e c’è un mondo culturalmente più vivo ci sono domande vere, ma di pari passo “…c’è un’ ubriacatura della narrazione che ci fa andare troppo in superficie. Un’ incapacità che stiamo generando nella gente della possibilità a ragionare. Un personaggio pubblico se si limita a ragionare è finita non penetra più nella comunicazione e precisamente lo può fare nel primo segmento del ragionamento, qualcuno fino al secondo e al terzo non c’è più attenzione.
Oggi riscontriamo questo nel dibattito, ad esempio, in televisione: se due persone discutono, non si limitano a questo, litigano.
Bisogna riflettere dice Barricco, a come abbiamo stretto lo spazio delle enunciazioni delle idee e del confronto delle idee.
Questo è uno dei nostri corollari della narrazione, di cui in qualche modo dovremmo tener conto. E allora si affaccia in tutti noi l’idea che possa esistere una narrazione buona e una cattiva. “…E cioè che di per sé non bisogna rifiutare la narrazione, ma bisogna stare attenti alla narrazione che uccide la narrazione…”.
Barricco cita la reazione di Platone all’educazione scolastica del suo tempo. Platone sosteneva come fosse ora che i loro figli facessero definitivamente proprie le cose importanti imparate dalle storie. Dire cosa è bene e cosa è male, senza dover ricorrere a storie perché è una perdita di precisione, ma incominciando a ragionare. Il ragionamento come figlio della narrazione.
Ci sono narrazioni che rendono sostanzialmente il mondo inservibile.
Solo i narratori che rendono inservibile il mondo costruiscono il futuro. Gli altri ci aiutano a vivere meglio nel presente, a trovare solo la forza conservativa per preservare.
La forza propulsiva dinamica è data dalle narrazioni che rendono inservibile la narrazione, e questa non finisce non è chiusa non ha fine.
"...Personalmente - dice Barricco - le narrazioni che ricordo di più, rendono in ogni pagina che leggo il mondo meno servibile ed in ogni pagina che leggo non riesco a tenere insieme il mondo".
E solo questa è la dinamica.
Barricco conclude indicando in cosa possiamo riconoscere dove questa narrazione ha questa forza e rivela, dal suo punto di vista, “…che la differenza stà nella voce, la voce è quella che incrina il mondo…”. La narrazione orale è chi la racconta, unitamente a tutti i suoi riferimenti: come è vestito, come parla, le insicurezze, il modo in cui parla, l’accento etc..
“…E’ il narratore mentre racconta con la forza della narrazione più che del ragionamento è la voce è il flusso di luce, e la voce colora il mondo e lì il mondo crolla. Penso a quelle voci che incrinano il mondo…”.
E ancora una volta si ritorna sull’uomo, più che sulle sue appendici tecnologiche.
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