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Italia
Industria della Comunicazione: per la musica, importante la crescita della conoscenza e del rispetto della legalità

Riportiamo di seguito l’intervento di Gianluigi Chiodaroli, presidente della Società Consortile Fonografici, al V Summit sull’Industria della Comunicazione della Fondazione Rosselli, Roma – 12 dicembre 2007.

Cd

Ho avuto modo di leggere in anteprima il Rapporto - “Industria della musica registrata in Italia: esiste un ruolo per la piccola e media impresa?” - del prof. Ramello e della prof.ssa Ardizzone.

Nella presentazione, il prof. Ramello si chiedeva: “qual è il ruolo delle Collecting Societies?”.

 

Permettetemi dunque di fare tre sottolineature, tratte dallo studio del prof. Ramello e di sviluppare il tema ragionando dalla particolare angolatura in cui si trova una Collecting Society quale è Società Consortile Fonografici (SCF):

 

La prima: il problema del “silenzio assordante”: la denuncia della cronica mancanza di dati ed informazioni certe ed inequivocabili sul settore discografico.

E’ purtroppo vero, ed anche noi di SCF abbiamo cercato di porvi rimedio in qualche modo, posto che da tre anni a questa parte il nostro consorzio, insieme a Disma e FEM contribuisce alla realizzazione del rapporto annuale della Bocconi su “L’economia della musica in Italia” (scaricabile dal nostro sito web).

Naturalmente la prospettiva di tale ricerca è parzialmente diversa: la discografia infatti è pur sempre un sottoinsieme del grande e magmatico insieme dell’economia musicale allargata.

Ma un punto mi sembra accomunare le due ricerche: l’osservazione cioè che il discografico appare oggi sempre meno discografico “puro” e sempre più “anche qualcos’altro”;

 

La seconda sottolineatura: la contrapposizione tra Majors ed indipendenti con il paradosso che – in termini generali – ai maggiori volumi delle grandi si contrappone la maggior profittabilità delle piccole: a conferma di una capacità di fare “impresa musicale”(non soltanto impresa discografica) molto più spiccata presso le piccole e medie etichette indipendenti rispetto alle “grandi” multinazionali (che poi così grandi non sono). Emerge cioè di nuovo la capacità del piccolo di cogliere e di far fruttare al massimo il valore intrinseco della creatività musicale, figlia - a mio parere - della maggior capacità di agire/reagire velocemente (propria delle indies) rispetto ai tempi comunque lunghi delle grandi;

 

Ed infine (e qui io dico purtroppo) lo studio parla ancora solamente di dischi (cioè dei pezzi di plastica) quando invece già da tempo il discografico (piccolo o grande che sia ) tratta e fa, come ho già detto, molte altre cose à tra queste: gestisce e fa fruttare i propri diritti: quelli vecchi e quelli nuovi.

E vengo a darvi qualche dato più concreto, tratto dall’esperienza di SCF, la Collecting Society che gestisce in Italia i diritti connessi spettanti ai discografici.

 

Tutte le fonti, anche il rapporto Bocconi, evidenziano negli ultimi 5 anni due trend socio-economici del settore ormai consolidati:

*Da una parte, il mercato discografico tradizionale è costantemente in riduzione di oltre il 15% per anno;

*Dall’altro, la raccolta degli sconosciuti diritti connessi discografici, compresi quelli gestiti dal nostro consorzio, è in costante crescita, ad una media di oltre il 20% per anno.

A me sembra che l’andamento di tali due linee (una discendente e l’altra ascendente) ci fornisce in sintesi la fotografia impietosa dell’attuale situazione di crisi della discografia, ben rappresentata più ancora che dai tagli di personale (pur dolorosamente significativi), dallo stato di disorientamento e talora di confusione operativa, che tipicamente accompagnano i momenti di transizione storica.

 

Ma a me pare che le due linee ci diano anche altre due indicazioni:

*sia una possibile direzione per il futuro (ci sono meno “cose” e più “diritti”);

*sia un possibile metodo per affrontare la crisi, che colpisce indistintamente le grandi come le piccole imprese e che si deve affrontare e risolvere insieme, non da soli.

Questo è un po’ il senso della stessa nascita ed attività di SCF: un consorzio che unisce tante debolezze individuali per farne un’unità d’azione, un principio di forza.

 

Oggi SCF è un consorzio privato che rappresenta 228 case discografiche (e alla sua nascita, soltanto 7 anni fa, erano in tutto una decina).

 

Di queste:

*la metà è ubicata in Lombardia (a conferma di un dato della ricerca del prof. Ramello) mentre l’altra parte è disseminata in tutta Italia.

*224 su 228 ben possono essere considerati “media-piccola impresa”;

*Abbiamo 12 case associate a FIMI, 53 associate a PMI e ben 163 non associate ad alcuna associazione di categoria;

*Le piccole e medie pesano tra il 15 ed il 20% nella raccolta dei nostri diritti;

*Collaboriamo stabilmente con AFI ed Audiocoop le due storiche associazioni indipendenti con le loro centinaia di etichette.

 

Nel 2006 SCF ha complessivamente raccolto diritti connessi discografici per circa 33 milioni di euro, ripartiti equamente tra discografici ed artisti (attraverso l’IMAIE), con un trend di crescita costante anno su anno, registrata su tutte le linee del proprio operare, che sono:

 

*il fronte dell’emittenza radio-televisiva (un diritto antico …);

*il fronte delle utilizzazioni nei pubblici esercizi (le sonorizzazioni di sottofondo nei locali pubblici, nelle discoteche, nei bar, negli alberghi, etc.) (un altro diritto antico …);

*il fronte di alcuni “diritti nuovi” (simulcasting e webcasting).

 

Ma più dei numeri, il dato che emerge con maggior forza è quello del riconoscimento pieno e della progressiva affermazione della nostra Società quale interlocutore essenziale per il mercato dei diritti connessi discografici in Italia.

 

E ciò, innanzitutto è avvenuto rispetto ai discografici (i nostri beneficiari).

 

Ma anche rispetto agli utilizzatori, diventa sempre più “normale”, anche per l’operatore medio non professionale che usi musica registrata, rivolgersi a SCF (oltre che alla SIAE) per regolare il proprio conto sui diritti musicali.

 

Ne deriva una riconferma e una rivalutazione del ruolo centrale e, al tempo stesso, della responsabilità “sociale” delle Collecting Societies, quali sono in Italia SIAE, SCF, Imaie, Aidro ….

 

E qui non voglio riferirmi tanto alla funzione collettiva classica di tutela “in negativo”, quella di antipirateria. Sia chiaro: è certamente importante poter disporre di strumenti idonei a tutelare i diritti e a perseguire tutti gli illeciti, nessuno escluso.

 

Ma a me pare ancor più importante disporre, oltre che di strumenti di contrasto,  di luoghi, mezzi ed organizzazioni dove l’astratta possibilità di esercitare in modo lecito i diritti d’autore e i diritti connessi discografici possa tradursi, in concreto ed in positivo, in autorizzazioni, permessi, licenze, contratti e  … perché no? …anche in (vil) denaro.

 

Denaro da distribuire agli artisti e alle case discografiche per contribuire a dare la giusta remunerazione a chi ha speso il proprio lavoro e il proprio ingegno per darci quell’emozione racchiusa in una canzone.

 

E’ utile e necessario impedire e contrastare efficacemente ciò che è illecito.

 

E’ ancora più utile, costruttivo e sensato consentire ciò che è lecito, remunerandolo altrettanto efficacemente, non meno che “equamente”.

 

E ciò è – a mio parere – tanto più vero per chi è in condizione di strutturale “debolezza”, quale è la condizione tipica della più parte delle piccole indies.

 

E chi, se non le collecting societies, assolve oggi tale missione di “sostegno costruttivo”?

 

Perché un dato è certo: la quantità di musica globalmente “fruita/goduta” (per i mille rivoli attraverso cui oggi arriva quotidianamente alle nostre orecchie) è esponenzialmente cresciuta negli ultimi 10 anni, su vecchie e nuove tecnologie, con vecchi e nuovi diritti, con vecchi e nuovi abbinamenti.

 

E soprattutto per chi gestisce (come noi) un diritto poco conosciuto, tutto ciò implica uno sforzo che è indirizzato in gran parte a valorizzare il momento educativo e culturale: quello che mira alla crescita della conoscenza, della consapevolezza e del rispetto della legalità, che è la vera pre-condizione per ottenere virtuosi comportamenti da parte di chi usa il prodotto culturale di cui oggi parliamo: la musica registrata.

 

Questa è probabilmente la prima e più vera missione che ci deve contraddistinguere: lavorare ed investire per essere molto meno gabellieri e molto più costruttori, in positivo, di una mentalità dove sia normale il rispetto della semplice e, aggiungo io, molto spesso anche conveniente (sul piano economico) regola di senso comune (oltre che di diritto): la regola che vuole che chi gode un bene altrui chieda quanto meno il permesso e, se richiesto, paghi per l’uso.

 

E per concludere, su questo punto vorrei essere ancora più esplicito: non si tratta di invocare un po’ ingenuamente utopistiche visioni di mondi ideali da riservare ad occasioni – quale quella che stiamo vivendo insieme ora – di cordiale discussione accademica.

 

Si tratta piuttosto di costruire organizzazioni strutturalmente e funzionalmente concentrate ad essere e a fare, realmente e bene, un servizio: quello dell’incontro tra domanda e offerta, tra chi usa e chi detiene i diritti sui beni da usare.

 

O la collecting society facilita quell’incontro, ne è parte mediatrice, oppure essa è inutile.

 

Ecco dove si incide sulla mentalità.

 

Ciò vale tanto per noi, piccolo e giovane consorzio di tanti piccoli e deboli discografici (per quanto grandi essi possano sembrare) quanto per la storica e grande SIAE.

 

Soltanto se sappiamo far diventare quell’incontro di domanda e offerta – ripeto: per ragioni economiche, non per ragioni ideali – semplice e conveniente per tutte le parti in gioco, se cioè sappiamo centrare l’obiettivo di favorire e far accadere quell’incontro (tra domanda ed offerta), allora otteniamo – oltre che il rispetto della regola di diritto – la realizzazione della nostra duplice missione di servizio: quella verso gli utilizzatori e quella verso i nostri associati.

 

Se volete, ciò non è altro che  il vecchio mestiere del “mediatore”.

 

Leggi anche:

Industria della Comunicazione: per la musica, importante la crescita della conoscenza e del rispetto della legalità

Industria della Comunicazione: il punto sul mercato italiano al V Summit della Fondazione Rosselli
 

  

Per approfondimenti:
La domanda di contenuti in Italia

L’industria della comunicazione in Italia

L’industria della musica registrata in Italia: esiste un ruolo per la piccola e media impresa?

Web tv, Mobile, Iptv: le nuove televisioni e la creazione di valore



© 2011 Key4biz

(21 dicembre 2007 notizia 183881)

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