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Parole chiave: Proprietà intellettuale, Canone, Pirateria, Key4biz, Televisione, Opera, Isimm, Unione europea, UE, Servizio pubblico, Produzione di contenuti, Innovazione, Digitale Terrestre, Innovazione tecnologica, Innovazione digitale, Mercato unico, Contenuti audiovisivi, Contenuti Digitali, Audiovisivo, Enrico Manca

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Italia
Interoperabilità: verso nuovi modelli di business nel rispetto del pluralismo e della proprietà intellettuale

Proponiamo di seguito l'intervento di Enrico Manca, presidente Isimm, al convegno L'Evoluzione del sistema audiovisivo italiano nel contesto europeo - tendenze dell'assetto economico e giuridico, che si è tenuto ieri 25 novembre 2004 a Roma.

 

di \Enrico Manca¤

presidente Isimm 

 

L'argomento che ci accingiamo a trattare, nel corso della giornata di oggi, non ci è nuovo.  Nel corso degli ultimi due anni, infatti, l'Isimm ha - attraverso convegni, seminari, dibattiti a porte chiuse ecc. già sollecitato momenti di riflessione su molte delle questioni che oggi verranno affrontate: innovazione tecnologica e transizione al digitale terrestre, analisi della nuova legge di sistema, impatto della disciplina comunitaria sul nostro diritto interno, espansione del fenomeno della pirateria, ruolo del servizio pubblico, ecc..

Ciò che ci ha spinti, oggi, ad organizzare questo ulteriore momento di riflessione è stata quindi l'esigenza di fare un passo avanti: ovvero di ricondurre ad unità tutti questi profili, singoli segmenti che compongono il complesso sistema dell'audiovisivo, inserendoli però, questa volta, in una visione d'insieme, in un quadro unitario. Gli interventi di oggi, infatti, credo toccheranno tutti gli argomenti cui ho appena accennato. 

E a ben vedere si tratta in realtà di aspetti tutti significativamente collegati l'uno all'altro.

 

L'innovazione tecnologica, diversificando le piattaforme che veicolano contenuti, moltiplicando il numero dei canali disponibili e diminuendo il costo del loro esercizio, abbassa le barriere di ingresso nel settore ed aumenta il numero degli operatori solidi e competitivi sul mercato, a vantaggio anche di un maggior pluralismo delle idee; nuovi operatori, provenienti anche da mondi imprenditoriali diversi dal "settore televisivo" tradizionalmente inteso, nuovi contenuti digitali e servizi, fruibili adesso dal pubblico secondo nuove modalità, spingono verso la creazione di modelli di business sicuramente innovativi ma che scontano l'esigenza di doversi rendere compatibili con le ancora necessarie tutele dei diritti di proprietà intellettuale, della concorrenza, del pluralismo informativo, ecc..

 

Insomma, si potrebbe dire che si tratta di elementi strettamente intrecciati tra loro, che si sostengono e condizionano a vicenda, e che hanno reso e rendono particolarmente complessa la definizione di politiche di settore, anche  a livello europeo, che riescano a soddisfare tuttI gli interessi coinvolti.

D'altronde, non dobbiamo dimenticare il ruolo centrale che da sempre è riconosciuto ai mezzi audiovisivi nel funzionamento delle società democratiche moderne e nello sviluppo e nella  trasmissione dei valori sociali. Ruolo che, tra l'altro, se ha motivato negli anni scorsi a più riprese ed in modi diversi l'intervento degli organi comunitari in materia, oggi è considerato di primo piano nella stessa formazione di una identità culturale europea.

Credo cioè che, in un momento così delicato nel percorso di costruzione di un Unione Europea che si apre a nuovi Paesi dalle tradizioni culturali anche molto diverse dalle nostre, il settore dell'audiovisivo, rafforzando il dialogo interculturale e la conoscenza reciproca fra le varie culture, possa essere considerato alla base dello stesso concetto politico di cittadinanza europea.

Su un piano diverso, poi, credo che la produzione audiovisiva potrebbe anche costituire una base per la cooperazione culturale ed il dialogo con i Paesi terzi, e penso soprattutto a quelli musulmani della regione mediterranea. 

 

Non è in discussione, dunque, il valore politico e culturale del settore audiovisivo, al quale poi si accompagna naturalmente anche un notevole potenziale sociale ed economico.

Il valore aggiunto sulla crescita e sull'occupazione della UE determinato dalle industrie che producono contenuti informativi, spinge difatti ormai da tempo l'azione comunitaria a promuovere la concorrenzialità nel settore e ad integrare l'azione degli Stati Membri nei processi di creazione artistica e letteraria.

 

Instaurato il mercato unico delle trasmissioni televisive con la Direttiva "Tv senza frontiere", attualmente in corso di revisione, l'UE adotta oggi misure concrete (Media 2007) per promuovere e sostenere l'industria audiovisiva europea, considerandole parte di una strategia più ampia volta a realizzare anche obiettivi di altre politiche, nel campo della istruzione, della scienza, dell'ambiente, della ricerca, ecc.. Ed è innegabile che di questo sostegno della azione comunitaria, l'industria audiovisiva europea abbia ancora oggi bisogno, per essere all'altezza della forte concorrenzialità della sua controparte d'oltreoceano e per divenire realmente competitiva a livello mondiale.

La frammentazione che caratterizza sia la struttura produttiva del sistema audiovisivo europeo sia il contesto culturale in cui opera, infatti, ha sì permesso il realizzarsi di una industria culturalmente varia e indipendente, ma ha nello stesso tempo impedito che la stessa potesse conquistare una quota di mercato più ampia rispetto alle importazioni non europee, sia all'interno dell'Unione che a livello mondiale.

In concreto, azioni volte a stimolare il finanziamento privato nel settore, a sostenere il processo creativo a tutti i livelli della catena di produzione, a rafforzare la dimensione europea della produzione culturale promuovendone poi distribuzione e circolazione, ecc.. 

 

Se in questa direzione dovrebbero muovere tutti gli Stati Membri in materia di audiovisivo, basta volgere lo sguardo al passato, per vedere come in realtà nello specifico dei sistemi radiotelevisivi, quasi tutti i Paesi Europei hanno sempre seguito un percorso comune. Un percorso che dal monopolio pubblico li ha portati - anche a causa della offensiva determinata dallo sviluppo tecnologico ma anche dalla aggressività espansiva dell'industria americana, con i suoi capitali in cerca di nuovi equilibri a quel sistema misto pubblico-privato che costituisce una peculiarità europea. E a ben vedere, ancora oggi la quasi totalità dei Paesi Europei non ha abbandonato quel percorso comune, che li vede adesso tutti impegnati a cavalcare l'onda elettronica verso un nuovo contesto radiotelevisivo tutto in digitale; ma che li vede anche impegnati a rispondere tutti ai nuovi indirizzi che, a mio avviso, dalla UE arrivano in modo chiaro: la necessità di ripensare un modello regolamentare capace di rispondere alle nuove tendenze di un mercato nel quale la concorrenza non è più solo tra operatori ma anche tra "piattaforme" e l'affermazione di una rinnovata fiducia nel sistema misto, all'interno del quale va poi certamente ripensato un nuovo ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo.

 

Vorrei brevemente soffermarmi su questi due punti di derivazione comunitaria, e poi, proprio alla luce degli stessi, accennare a come, a mio avviso, il sistema italiano sta rispondendo agli impulsi che discendono dal regolatore europeo.

Parlando della competizione e delle sue regole, muovo dalla premessa, ormai a noi tutti nota, che l'innovazione digitale applicata al sistema delle comunicazioni ne ha mutato gli equilibri, facendo venir meno, o per lo meno attenuando, i confini tra segmenti di mercato separati e come tali fino a poco tempo fa non contendibili, di diritto e di fatto. Il fattore tecnologico, al quale quello giuridico tende ad adeguarsi, ha dunque innescato un processo che - attraverso aggregazioni, incroci tra media diversi, produzione di contenuti multipiattaforma, ecc. - rende oggi qualsiasi posizione sul mercato almeno potenzialmente contendibile. Ciascun soggetto, nuovo o già presente nel sistema delle comunicazioni, potrà scegliere su quale piattaforma operare e se farlo in modo tradizionale, cioè su tutta la catena del valore verticalmente integrata, ovvero ritagliarsi una posizione di nicchia in una soltanto delle attività che caratterizzano adesso il mondo televisivo.

 

Diversificazione delle attività e moltiplicazione dei soggetti che contribuiscono a fare la nuova televisione della convergenza, dunque. Si allarga conseguentemente, in linea con gli indirizzi di politica comunitaria, lo scenario della competizione e si creano nuovi modelli di business.

In questo nuovo contesto, è ancora utile mantenere o addirittura ripensare un quadro di regolazione del mercato, il cui campo di applicazione dovrebbe naturalmente poi essere esteso anche ai nuovi contenuti e servizi?

Circa 6 anni fa, a conclusione di una conferenza sulla regolazione dei contenuti audiovisivi organizzata dalla UE a Birmingham, il Commissario Bangemann concludeva nel senso che la concorrenza che sarebbe seguita alla sviluppo e alla diffusione delle tecnologie digitali, sarebbe stata già di per sé sufficiente a garantire il corretto funzionamento del sistema. A distanza di qualche anno, l'evoluzione del settore delle comunicazioni, ha invece dimostrato che è ancora indispensabile un preciso sforzo di regolamentazione. In un settore come quello dell'audiovisivo, che tocca l'esercizio di valori democratici, primo fra tutti il pluralismo dell'informazione, e le identità culturali nazionali, il gioco della concorrenza insomma sembra non bastare. Si impone anche nel nuovo contesto digitale la difficile ricerca di un punto di equilibrio tra le ragioni di un mercato concorrenziale e quelle legate alle esigenze di pluralismo comunicativo nel suo duplice profilo, esistenza di più operatori che operano nei diversi segmenti della comunicazione e il diritto dei cittadino ad accedere ad una comunicazione il più possibile imparziale, completa e pluralista nei contenuti.

Anche sotto il profilo della struttura dei mercati radiotelevisivi nei vari Stati Membri, d'altronde, la forza dirompente della innovazione tecnologica, nulla ha mutato. Il sistema misto pubblico-privato fa ancora parte della identità europea, ed in modo ancor più chiaro, a giudicare ciò che anche la nuova Costituzione Europea afferma sul servizio pubblico, riconfermando un principio già espresso nel "97 nel Protocollo annesso al Trattato di Amsterdam, ma elevandolo adesso a livello costituzionale.

 

Le trasmissioni di servizio pubblico, date le funzioni sociali, culturali e di sviluppo della democrazia, conservano insomma oggi un ruolo fondamentale nel garantire la promozione del pluralismo, la coesione sociale e la diversità culturale e linguistica, anche in epoca digitale. Conseguentemente, l'UE (Protocollo di Amsterdam) sottrae canone e  finanziamenti statali destinati al servizio pubblico dalla lista delle misure economiche valutate come "aiuti di Stato" e dunque improprie, distorsive delle corrette dinamiche di mercato. e contrarie all'interesse comune; lascia invece agli Stati Membri la competenza esclusiva nel definire le missioni e l'organizzazione del servizio pubblico radiotelevisivo, anche con riguardo alla scelta del modello di finanziamento, con il vincolo tuttavia della rigida separazione contabile tra attività di servizio e attività commerciali. 

 

\seconda parte¤

 

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(26 novembre 2004 notizia 147643)

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